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insicurezza

  • Il metodo

    DIRE FARE ABBRACCIARE: l’inclusione lavorativa è un abbraccio di vitalità e benessere

    Come può l’inclusione lavorativa essere considerata un abbraccio strategico? 

    Abbracciare è una parola “poliedrica” in azienda, che va dall’abbraccio fisico tra colleghi, alla pacca sulla spalla, all’accettazione ed accoglienza, sino all’inclusione e trasformazione.

    Abbracciare è una parola di ampio respiro.

    C’è un denominatore comune in tutte queste definizioni, abbracciare=apertura.

    Quindi, se mi apro respiro.

    Se non abbraccio, non mi apro, resto chiuso e non respiro.

    Se non respiro sto male e “muoio”.

    Se abbraccio poco, respiro male.

    Abbracciare quindi è un compito vitale per l’essere umano.

    L’ Inclusione lavorativa quindi ha a che fare con l’abbracciare  e significa:

    • accogliere
    • accettare
    • includere/integrare
    • amare
    • trasformare

    Accogliere racchiude tutte le sfumature dell’apertura all’altro. Dal latino: accolligere, derivato da colligere- raccogliere. A sua volta composto da co– insieme e lègere- raccogliere. Dunque accogliere significa “raccogliere insieme”, ricevere qualcuno o qualcosa, accettare, creare un legame.

    Accogliere vuol dire mettersi in gioco, che esprime una sfumatura maggiore rispetto al supremo buon costume dell’ospitalità.

    Accogliere è un atto di saggezza, nel senso di:

    • imparare che nella vita ci sono cose che non puoi controllare e che ti tocca invece imparare a gestire, dandogli un significato.

    Accogliere significa dunque aprire la porta a chi ti sta bussando, che si tratti di un ospite in casa o di un collega in ufficio. 

    Accogliere per fare entrare, per condividere un’esperienza, per creare scambio.  

    A volte è piacevole ed è molto semplice, altre invece ci chiediamo che senso abbia farlo… 

    Perché dovrei accettare e accogliere l’età che passa, una persona che non mi ispira o gli eventi imprevedibili che arrivano nella mia vita per esempio? 

    Perché fare la fatica di accogliere anche gli errori, i fallimenti o un ambiente che non mi aggrada?

    Talvolta accogliere significa ascoltare non solo ciò che vogliamo sentire, ma anche ciò che ci fa arrabbiare, che non condividiamo o che vorremmo zittire. 

    Per me accogliere è decisamente  più difficile dell’accettare. Significa aprirsi all’ipotesi che, forse, avevamo bisogno di quello che è accaduto per imparare qualcosa di nuovo. Personalmente  vorrei, a volte, imparare senza ripetizioni, buona la prima, invece di essere “ rimandata a settembre”.

    Tuttavia nell’inclusione lavorativa, con l’accezione che ci stiamo dando di accoglienza e accettazione, ci sono sempre 2 aspetti fondamentali:

    • Bellezza e Apprendimento. 

    La bellezza della scoperta, dell’incontro tra persone e culture diverse, l’arricchimento dello scambio, l’apprendimento di esperienze nuove.

    Inclusione lavorativa  significa avere il desiderio profondo di conoscere chi ci sta di fianco, che può essere che ci camminiamo a fianco da anni ma che in realtà non gli abbiamo mai stretto le mano. O non lo abbiamo mai abbracciato. Che siamo rimasti fermi alla prima impressione, o alla seconda, o all’immagine che avevamo di lui anni fa. Mentre fortunatamente evolviamo tutti, ogni giorno, e talvolta dobbiamo fermarci per riconoscerci di nuovo.

    Perché ci risulta così difficile l’inclusione lavorativa

    Quando mi trovo di fronte a questo dilemma, nel lavoro come nella vita, ringrazio il mio amore e la mia passione per lo yoga.

    Nella tradizione orientale Santhosa (= accoglienza, accettazione) è il secondo Nyama (disciplina) degli 8 principi dello yoga. Il termine deriva dal sanscrito sam, che significa “completamente” o “del tutto”, e tosha, che significa “soddisfazione” o “accettazione”.

    Questa pratica è caratterizzata da un generale appagamento e contentezza per ciò che è così com’è. Santosha è strettamente legata all’equanimità, in quanto praticarla permette di accettare qualunque circostanza si presenti, inclusi piacere, dolore, successo o fallimento.

    L’Hatha Yoga Pradipika, uno dei testi più antichi della filosofia dei Veda, la descrive così: “Santosha significa appagamento in qualunque circostanza. Possiamo possedere molto o nulla, guadagnare o perdere ma in ogni caso dovremmo coltivare la consapevolezza di possedere più che abbastanza. La situazione opposta è l’insicurezza, che genera stanchezza e instabilità…”. Letteralmente può essere tradotto con “contentezza”: stato d’animo (e le relative dimostrazioni) di chi è molto soddisfatto o si rallegra di una situazione o di un fatto.

    Santhosa consiste nell’arte di sentirsi contenti e appagati, indipendentemente dalle condizioni esterne. 

    Come si fa?

    Non significa non provare mai tristezza, rabbia ecc. ma coltivare la capacità di vedere le cose per come sono, anche se non sono come vorremmo noi e coglierne l’aspetto positivo.

    La perdita del lavoro, le relazioni difficili, le difficoltà economiche rendono spesso arduo coltivare l’accettazione ma Santosha vuol dire anche sviluppare la speranza mantenendo un atteggiamento positivo verso il futuro: se adesso stiamo attraversando un periodo duro, non è detto che duri per sempre. 

    Sviluppare fiducia, equanimità, non farsi sopraffare dalle aspettative ma osservare ciò che la vita ci offre, vedere sempre la metà piena del bicchiere, non scoraggiarsi se le difficoltà perdurano, sono tutti aspetti che riguardano il Santosha.

    Spesso la non-accettazione nasce dalla paura, dal non sentirti all’altezza, pensare che non hai la forza o le capacità per superare una determinata situazione. 

    Nel Sutra 42 di Patanjieli troviamo questa bellissima definizione “il risultato dell’appagamento (santhosa) è la felicità totale”

    Dunque accogliere, in questa ottica, risponde ai nostri scettici perché. 

    Accogliere non equivale a subire passivamente gli eventi, ma diventa una scelta strategica: accolgo quello che ho davanti, perché solo accettandolo posso conoscerlo meglio. E quando conosco meglio qualcosa o qualcuno, le mie difese si abbassano e riesco anche ad essere più lucido e creativo, riesco a trovare nuovi spunti e soluzioni.

    Lavorare sull’inclusione lavorativa significa ispirare, innovare e creare

    Dovrei lasciare che le cose siano così come sono? 

    Dovrei rinunciare al cambiamento e rassegnarmi che tutto rimanga com’è?

    L’idea che l’accettazione sia rassegnazione è molto forte perchè tendiamo ad avere una visione cristallizzata delle posizioni emotive. Così se accettiamo rimaniamo fermi ad accettare per sempre, se rifiutiamo, rifiutiamo per tutta la vita. 

    L’idea che la posizione emotiva sia un passaggio di un processo che si sviluppa e muta sembra improbabile.

    Accettare è un passaggio emotivo in cui riconosciamo che qualcosa è avvenuto; qualcosa che è già avvenuto. Non abbiamo il potere di rifiutarlo perchè è già presente. Non lo cambieremo attraverso il rifiuto, che, spesso è proprio anche il rifiuto della sua esistenza. 

    Lo cambieremo attraverso il riconoscimento del fatto che c’è già nella nostra vita.

    Accettare = fare i conti con quello che è già avvenuto con tutto l’impatto che ha su di noi. 

    Non significa che dobbiamo mantenerlo con noi per sempre, né significa rassegnarsi alle sue conseguenze. 

    Se desideriamo che il cambiamento sia possibile, il punto di partenza fondamentale è accettare ciò che è già avvenuto, e focalizzarci sull’inclusione lavorativa con una visione aperta a tutto ciò che è.

    Altrimenti continueremo a combattere contro i mulini a vento, per negarlo. 

    La strada dell’accettazione è un percorso, non una meta, e inizia proprio dalla non-accettazione, dalla rabbia, dalla frustrazione e dalla voglia di mandare tutto a quel paese.

    L’inclusione lavorativa è proprio  l’opposto dell’evitamento esperienziale, significa aprirsi all’esperienza di tutte le emozioni e i pensieri, senza cercare di combatterli o scacciarli a forza. 

    Quali sono le strategie automatiche che mettiamo in campo per “evitare di sentire”?

    Qual è stata l’ultima volta che ti sei accorto di compensare con qualcos’altro per non abbracciare l’emozione che stavi vivendo?

    D’altro canto, anche l’approccio occidentale di una terapia comportamentale di terza generazione mette al centro del percorso di inclusione e trasformazione lavorativa l’accettazione e l’impegno. Si tratta dellAcceptance and Commitment Therapy, conosciuta anche come ACT (pronunciata come una singola parola, in inglese “azione”). L’ACT è stata fondata da Steven C. Hayes, professore di Psicologia dell’Università del Nevada, negli Stati Uniti.

    L’Acceptance and Commitment Therapy, (ACT)  trae le sue origini dalla psicologia comportamentista ed è ispirata dalla psicologia buddhista.  L’ACT è una psicoterapia basata su evidenze sperimentali, che usa strategie di accettazione e mindfulness insieme a strategie di impegno nell’azione e modificazione del comportamento. 

    I processi fondamentali sono sei e sono interconnessi gli uni con gli altri.

    1. il contatto con il momento presente 
    2. la defusione
    3. l’accettazione
    4. il Sè come contesto
    5. i valori
    6. l’azione impegnata

    L’interazione di questi 6 processi determinano la flessibilità psicologica, che è la capacità di stare nel momento presente con piena consapevolezza e apertura alle esperienze interne ed esterne, e di intraprendere azioni orientate da ciò che per noi è realmente importante.

    1. “Essere in contatto con il momento presente” significa essere pienamente consapevoli di ciò che ci sta accadendo momento per momento. E’ molto difficile nella nostra quotidianità rimanere nel momento presente. Molto spesso veniamo infatti rapiti da preoccupazioni che ci portano a preoccuparci del futuro o a rimpiangere il passato.
    2. Per defusione si intende quella particolare capacità della mente, tipica degli stati di meditazione, di potersi osservare mentre sperimenta il suo stesso funzionamento. Defondeersi significa togliersi dalla fusione con quell’emozione, stato, situazione ecc., fare un “passo indietro” ed osservare i propri pensieri guardandoli per quello che sono.Significa prendere la distanza senza reprimere le emozioni che stiamo vivendo, ma riducendo così l’impatto che queste hanno sulla nostra vita. Riuscire a prendere questa distanza aiuta a gestire meglio pensieri ed emozioni e a migliorare lo stato psicologico generale della persona.
    3. Il processo cardine è anche per ACT Accettare Significa aprirsi e fare spazio a sentimenti, emozioni e sensazioni anche dolorose. Significa smettere di combattere le emozioni negative, smettere di non volerle sentire e lasciare che semplicemente si manifestino per quello che sono.Secondo l’ACT infatti la causa di gran parte della sofferenza psicologica che proviamo è legata al nostro tentativo di evitare di provarla.
    4. Il Sè come contesto detto anche il “sé che osserva” è quella parte di noi che osserva la nostra mente mentre questa è in azione. Mentre tutti abbiamo consapevolezza del sè che pensa (quello con cui ragioniamo, progettiamo, immaginiamo e ricordiamo), molta meno consapevolezza abbiamo di un’altra parte della nostra mente che è in grado di osservarci mentre ragioniamo, progettiamo, immaginiamo etc. E’ il sé come contesto, quella parte della nostra mente che osserva il suo stesso funzionamento.
    5. Valori chiarificazione dei valori personali. Ogni persona ha infatti i propri valori, ma spesso, soprattutto quanto siamo molto sofferenti, facciamo fatica a ricordarli o vivere in accordo con questi.Fare chiarezza sui valori personali e operare di conseguenza delle scelte orientate da questi è uno degli aspetti centrali del percorso.
    6. Action Plan un’azione decisa mirata verso una nuova  direzione maggiormente soddisfacente. 

    Cosa fare concretamente per allenarci a migliorare l’inclusione lavorativa?

    Per quanto mi riguarda, non ho dubbi. Da questa breve riflessione fatta possiamo considerare come tutto, da qualsiasi approccio ci si avvicini, tutto ci riporta all’importanza di lavorare su di Sè.

    Non possiamo parlare di inclusione lavorativa  considerandola come una strategia da acquisire dall’esterno. Utilizzare Santosha in pratica significa lavorare su 3  diversi livelli:

    • Intento: impegnati al massimo in qualsiasi tua azione, quindi accetta qualsiasi risultato ne derivi. Potremmo riassumere questo principio nella frase “fai del tuo meglio.”
    • Stato interiore: adotta una mentalità di appagamento supportata anche da altre virtù come la compassione, l’assenza di invidia e il non rubare.
    • Espressione: la manifestazione esteriore di santosha è la serenità e la totale soddisfazione, senza desideri superflui.

    Uno dei modi per “fare spazio” e accettare pensieri e emozioni è attraverso la pratica della mindfulness.

    La mindfulness, pratica meditativa nata in oriente più di 2000 anni fa, consente infatti di sviluppare un atteggiamento curioso e non giudicante verso i propri contenuti mentali.

    l’accettazione  è un atteggiamento che va sviluppato e va scoperto; significa imparare ad accogliere quello che viviamo, con atteggiamento proattivo e aperto. Anche di fronte a momenti difficili della vita. La pratica della mindfulness può aiutarci in questo, a sviluppare un atteggiamento più aperto, per riconnettersi con se stessi e favorire un maggiore slancio nel cammino della vita.” Dott. Maffini, psicologo e psicoterapeuta

     “Non c’è colpa più grande che assecondare i desideri. Non c’è sventura più grande che non sapersi accontentare. Non c’è difetto più grande della sete di guadagno. Perché chi sa che abbastanza è abbastanza ha sempre a sufficienza.”

    Lao Tse

    Ascolta ora questa meditazione direttamente dalla voce di Simona e prova a seguirla e praticarla fino alla fine:

    Meditazione del fiume

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     Se ti sei perso i precedenti articoli ecco i link:

    IL DIRE E LA COMUNICAZIONE EMPATICA E POTENZIANTE

    IL DIRE E L’AVERE SUCCESSO IN AZIENDA E NELLA VITA

    IL DIRE E IL RISPETTARE LE REGOLE IN AZIENDA E NELLA VITA

    IL DIRE IMPLICA IL VERBO SBAGLIARE

    IL FARE E LA ROUTINE DEL MATTINO

    IL FARE E LA MIA ROUTINE QUOTIDIANA

    . Il FARE E IL CIBO CHE DA’ ENERGIA

    . IL FARE E L’INTELLIGENZA CREATIVA IN AZIENDA

    Se invece sei alla ricerca di un supporto, puoi contattarci e saremo felici di poterti accompagnare nello sviluppo del benessere organizzativo e dello sviluppo umano in azienda, attraverso il metodo Energyogant di myHARA, concreto e misurabile

    Simona Santiani 3387438166 – info@myhara.it

  • Il metodo

    La bellezza dell’incertezza del futuro

    Perché la nostra mente, prima di compiere qualsiasi azione, cerca di vagliare il maggior numero di possibilità?

    «La vita si vive nell’incertezza, per quanto ci si sforzi del contrario. […] nessuna [decisione] sarà esente da rischi e assicurata contro insuccesso e rimpianti tardivi. » (Zygmunt Bauman, L’arte della vita, 2008)

    Spesso da bambina avevo la sensazione di andare in una direzione ben precisa, come se stessi seguendo una linea invisibile. Il senso di incertezza non mi apparteneva, come probabilmente all’inizio non appartiene a nessun bambino. 

    Ho sempre sentito che il nuovo era in qualche modo predestinato e, il più delle volte, ero certa che qualsiasi cosa avessi fatto o vissuto sarebbe stata sempre la cosa giusta.

    Grazie a questa certezza dell’incerto mi sono spesso permessa di osare, a volte anche troppo. 

    Lungo il percorso della mia vita ho compreso che le persone che ho conosciuto, i libri che ho  letto, i partner che ho avuto, i cambiamenti di lavoro che ho fatto mi hanno aiutato a compiere il prossimo passo.

    Grazie al lavoro di crescita personale, che con passione perseguo dall’età di 18 anni, ho compreso di voler sempre seguire la via più giusta per me con un’innata certezza.

    Tuttavia tutte le volte che questa, veniva o viene a mancare, mi è sempre capitato di essere aiutata – a volte anche strattonata – da situazioni, persone, eventi  che velocemente mi fanno e mi hanno sempre fatto  tornare in me per riprendere la direzione giusta per me. Questo oggi lo definisco il sano egoismo vitale: quello che ci permette di “darci” di “metterci a servizio” in pienezza e nutrite per poterci aprire allo scambio senza essere prosciugati.

    A causa di questo “direzionamento”, molte volte mi sono ritrovata a far fatica a capire chi mi diceva: “ho provato a fare questo lavoro, ma ho solo perso tempo” oppure “ho frequentato questo corso – o – ho seguito questo personaggio, ma ho deviato il mio percorso”.

    Con questa certezza dell’incertezza ho sempre seguito la linea insondabile che mi ha portato – e sempre mi porterà – dove devo essere, in ogni momento e situazione.

    Questa traccia intensa non è sempre stata piacevole: a volte è stato più facile seguirla, altre volte molto dolorosa e straziante. 

    Ma, avendo avuto un’educazione dove il motto di mio padre era “Non mollare mai”, non mi sono mai tirata indietro e ho sempre accettato le conseguenze e gli effetti collaterali dei diversi vissuti.

    Il risultato di tutto ciò è che non mi sono mai pentita di quello che la vita mi ha sempre generosamente e abbondantemente dato. Mi sono sempre sentita, una ragazza prima e una donna poi, fortunata.

    È un dono che mi sono costruita con una ferma intenzione: voglio essere viva ad ogni istante!I Non importa se sto bene o male, ma voglio vivere davvero questa vita. Costi quel che costi!

    È la scelta più dolorosa e liberatoria che abbia mai fatto.

    Dall’incertezza del futuro non si può scappare

    Paradossalmente questa sembra essere l’unica certezza che si ha su di essa. 

    I nostri mezzi ‒ che sono il pensiero, la parola, le azioni ‒ non appaiono fino ad ora strumenti sufficienti a togliere l’incertezza della nostra vita.

    Dobbiamo prendere atto del fatto che l’incertezza del futuro, come la contraddizione, sono parte della nostra natura e, solo in questo modo, potremmo rendere i nostri passi meno pesanti, meno turbati da queste compagne di vita.

    L’incertezza però ha sempre una feritoia di luce che taglia il buio: altrimenti sarebbe disperazione. 

    Quella luce ci rivela l’esistenza delle possibilità ma anche ci rivela quanto è in divenire quello che abbiamo di fronte a noi

    Non sappiamo mai in che direzione volgeranno le cose.

    Quanto conta  l’energia personale nell’incertezza del futuro?

    È in questo momento che l’umore e la nostra energia fanno la differenza. 

    Se il nostro umore è basso stentiamo a sopportare l’incertezza e preferiamo lamentarci di quello che accadrà. 

    Se il nostro umore è alto ci metteremo nella luce e decideremo che andrà tutto bene. 

    L’incertezza è una fatica perché ci mette di fronte al fatto di non sapere come andrà a finire. Ci permette, come dice Emily Dickinson, di abitare la casa delle possibilità.

    Vivere è una forma di incertezza, non sappiamo cosa verrà dopo e come. Nel momento in cui conosciamo già cosa succederà dopo è come se cominciassimo a morire un po’. 

    Un artista non sa mai esattamente cosa sta facendo un po’. Lo supponiamo ma il vero salto lo facciamo dopo aver fatto un passo nel buio. (Pema Chodron)

    La paura dell’incertezza del futuro

    Vivere nella perenne incertezza ci fa invadere dalla paura. 

    Paura di perdere la possibilità di sostenersi economicamente, paura di non poter proteggere economicamente la famiglia che abbiamo creato, o di non poter costruire un futuro. Stati d’animo che stagnano dentro ogni lavoratore precario e non precario. 

    La vita organizzativa è apparentemente sempre meno priva di certezze. 

    Cosa faremo tra cinque anni? Quale sarà il responsabile fra due anni o fra sei mesi ? Con quale team ci confronteremo  fra un anno? Domande senza risposta che alimentano l’incertezza nel futuro.

    La preoccupazione di non sapere se sarai licenziato, se sarai in grado di pagare le tue bollette e se hai ancora un futuro all’interno di un’organizzazione, è ovviamente molto stressante.

    Più le persone si preoccupano di perdere il lavoro, più basso è il loro benessere e più si rilevano problemi di salute.

    La preoccupazione di perdere il proprio lavoro non motiva, anzi in genere porta a prestazioni peggiori sul lavoro.

    Ci piace avere il controllo su tutto ciò che succede, però non tutto dipende da noi. Il futuro è incerto e, di conseguenza, proviamo disagio, ansia, paura, frustrazione e impotenza.

    Per coloro che quotidianamente sono costretti a convivere con disturbi psicologici quali la depressione e l’ansia, sopravvivere all’incertezza potrebbe rivelarsi un ostacolo davvero insormontabile.

    Cosa possiamo fare per imparare a convivere con l’incertezza del futuro?

    1. Capisci che la certezza non esiste.

    La nostra vita è in continuo cambiamento e l’unica certezza che abbiamo è probabilmente che non esistono certezze. Pensare di potere controllare ciò che ci accade è illusorio. Volere gestire e controllare tutto impedisce di comprendere che l’incertezza nel futuro è parte integrante delle nostre vite e come tale va accettata.

    2. Accetta l’incertezza.

    Non possiamo sapere cosa ci riserva il futuro: per questo, invece di lottare contro l’insicurezza è preferibile osservarla, riconoscerla ed accettarla.

    3. Vivi il presente.

    Non possiamo cambiare il passato e il futuro è incerto. Ciò che possiamo cambiare è il presente. 

    Pertanto focalizziamoci su di esso e concentriamoci sul qui ed ora godendo degli aspetti positivi che abbiamo, sviluppando gratitudine anche per le piccole cose, ponendo attenzione ai dettagli e agendo quando qualche aspetto della nostra vita non va come vorremmo. 

    4. Ridimensiona la paura del fallimento.

    Nel caso della preoccupazione per il lavoro è importante concentrarsi sul positivo, sui nostri comportamenti che hanno buone probabilità di successo e crearsi delle alternative al proprio lavoro attuale, tenendo in considerazione le nostre aspirazioni ma anche la realtà del mercato del lavoro.

    5. Allena la resilienza.

    L’incertezza ci spaventa soprattutto perché temiamo di non riuscire a reagire in modo adeguato agli eventi, soprattutto a quelli negativi. Tendiamo a sottovalutare le nostre capacità di adattamento agli avvenimenti meno lieti, ma in realtà, dopo avere provato impotenza o incertezza, riusciamo a ritrovare un equilibrio. La resilienza va esercitata.

    6. Analizza le emozioni.

    Le emozioni che proviamo sono un feedback dal quale trarre suggerimenti sulle decisioni o sui comportamenti da attuare. Ascoltare le proprie emozioni dà la possibilità di scoprire valori e credenze profonde che ci guidano e quindi eventualmente rivederle nel caso in cui non risultino più essere funzionali per noi.

    7. Confrontati.

    Condividere i propri stati d’animo e le proprie preoccupazioni aiutano a comprendere che ognuno ha un rapporto diverso con le incertezze e il confronto giova ad acquisire punti di vista.

    Muoversi nell’incertezza del futuro

    Ciò che è vivo sfugge al nostro controllo!

    Le persone ci sorprendono, la vita ci sorprende e tutta la nostra certezza e la nostra sicurezza non sono altro che un momento di stabilità in mezzo al mare dell’instabilità. 

    Rimanere fermi, non rischiare, non ci garantirà una vita sicura. Ci garantirà solo una vita immobile.

    Si può certamente scegliere di vivere così, non c’e’ nulla di male anzi, forse per certi aspetti, si vive più a lungo. Ma è triste.

    Così ogni volta che senti incertezza domandati: come posso aprirmi  al nuovo? Cosa mi porta la giornata di oggi? Cosa devo comprendere di questa giornata?

    Spostare l’attenzione dal conosciuto allo sconosciuto ci permette, ogni giorno, di nascere più saggi e non più vecchi.

    La cosa più commovente della vita è la sua incertezza. Lo so e lo sento.

    E riconosco che c’è una bellezza nella fioritura e una bellezza nel cambiamento. Non possiamo più accontentarci di dire che è bello un ramo fiorito: abbiamo bisogno di imparare a riconoscere la bellezza anche quando e’ rinsecchito e che proprio  la sua trasformazione contribuisce alla bellezza: una bellezza che includa imperfezione e ’incertezza.

    Se c’è una cosa che può costantemente bloccare dall’ottenere quello che si vuole nella vita è l’incertezza. 

    In realtà, non è proprio l’incertezza, ma il modo con cui siamo abituati a reagire. 

    La ragione principale? La paura dell’incertezza. 

    Questa paura può fermarci sul posto.

    Possiamo diventare amici dell’incertezza, perché per quanto spiacevole possa essere, ne riconosciamo il valore, diamo atto e diamo dignità ad un qualcosa che è già qui con noi.

    Questa sembra essere una paura di fondo, presente e comune a tutti. Tutti noi vogliamo sapere se le cose succederanno, come accadono e quando. Ci piace l’idea di poter predire con esattezza come le cose si evolveranno in ogni aspetto. 

    Ma la vita resta incerta. Più otteniamo nella vita e più si aprono incognite, più rivoluzionari siamo, meno certezze incontriamo.

    Se andiamo a smascherare le nostre più grandi paure, ciò che sottende è  un nucleo di incertezza.

    Tutto ciò che noi evitiamo viene registrato dal nostro sistema nervoso come una minaccia e  il nostro sistema nervoso innesca sempre  una reazione difensiva,come l’attacco-fuga. Questo succede anche se semplicemente immaginiamo la situazione.

    Ci sono un sacco di cose su cui abbiamo una certa dose di influenza all’interno delle nostre vite, ma ci saranno sempre altre cose su cui non avremo mai il minimo controllo.

    Manipoliamo il mondo che ci circonda, per avere l’illusione di poter prevedere. 

    Ci raccontiamo che se ci prendiamo cura di noi, se ci occupiamo degli altri o se lavoriamo sodo, allora le cose saranno sicure, certe. Non lo sono.

    La mancanza di controllo è sconcertante e se davvero ci concediamo di sentirlo, è un po’ come sentire di cadere. Quando però abbracciamo questa sensazione può essere anche esilarante, non c’è più la paura a trattenerci dal fare qualcosa di nuovo.

    Alla fine, anche nella sensazione di cadere può cambiare il nostro punto di vista.

    Un conto è cadere da un  dirupo, diverso se ci tuffiamo da uno scoglio…

    L’incertezza del futuro, in realtà, è il nostro dono più grande

    Imparare ad amare l’incertezza è una delle cose più rivoluzionarie che possiamo fare.

    Nella nostra vita noi corriamo tanto: perché la velocità rafforza la sicurezza dei  nostri movimenti e annulla la percezione dell’incertezza, quell’elemento così fondamentale al nostro vero equilibrio.

    Spesso confondiamo cosa significa essere sicuri. 

    Se agiamo in maniera difensiva, infatti, possiamo avere una grande sensazione di sicurezza ma non è detto che ciò che facciamo ci metta davvero al sicuro. Anzi spesso è il contrario…

    Da dove origina la  paura dell’incertezza?

    Abbiamo paura dell’incertezza perché le nostre difese – attivate dalla rabbia e dalla paura – strutturano dei blocchi – fisici e mentali – che confondiamo con sicurezza. 

    Ci danno una percezione globale e ci fanno perdere i particolari e il loro continuo cambiare. Sopprimono emozioni che ci fanno paura, ma che così continuano ad essere nascoste dentro di noi e ad agire indisturbate.

    Quando siamo incerti le nostre difese sono abbassate, ci apriamo alla vulnerabilità  e cogliamo il mutare delle cose, lo spazio che c’è tra fare o non fare qualcosa, l’impossibilità di sapere prima come andrà a finire. Ci trema la terra sotto i piedi.

    Saggezza è usare le difese solo quando sono necessarie: per il resto proviamo a percorrere il territorio dell’incertezza perché ci porterà alle nostre vere emozioni.

    La nostra antipatia per l’incertezza ci fa dimenticare che solo attraverso l’instabilità possiamo camminare e andare avanti. Lo stesso camminare cos’è? Se non un tentativo continuo, ad ogni passo, di cadere e recuperare, cadere  e recuperare l’equilibrio.Solo attraverso l’incertezza apriamo nuove prospettive. 

    Fidarsi del cambiamento è un altro modo per fidarsi della vita e non viverlo come un nemico ma come un’opportunità  nella crescita.

    ENERGYOGANT

    Il metodo Energyogant concreto e misurabile, ha come intento il miglioramento e il sostegno dell’energia personale anche nei momenti di alto impatto lavorativo.

    E’ suddiviso in 4 macro aree all’interno delle quali vengono forniti strumenti e feedback per sviluppare energia, creatività, concentrazione e vitalità nel singolo, migliorando il  benessere organizzativo.

  • Il metodo

    Sentirsi insicuri al lavoro: la voce dell’energia maschile e femminile

    “Quando l’insicurezza in cerca di certezza ci domina, il pensiero diviene il nostro nemico” Krishnamurti

    Vi è mai capitato di dover prendere una decisione e sentirvi indecisi?

    Che domanda ovvia!

    Ci sono delle persone che non riescono mai a prendere delle decisioni, dalle più semplici alle più difficili. Queste persone vivono un’insicurezza radicata che non gli permette di vivere serenamente la vita.

    I meccanismi che per lo più mantengono questo stato di insicurezza sono: il sopravalutare eccessivamente gli altri e le difficoltà e/o sottovalutare smisuratamente se stessi e le proprie capacità.

    L’insicurezza, il mettere in discussione, appartiene principalmente all’energia femminile; la forza, la scelta, l’azione all’energia maschile. 

    L’insicurezza è correlata più ad uno stato emotivo, appartiene all’emisfero destro, il nostro cervello “poetico”.

    Quando insicurezza e forza si integrano e il risultato è fiducia.

    Spesso non è facile ammettere di sentirsi insicuri al lavoro, perchè dubbio e insicurezza minano la nostra “performance”, il nostro agire.

    Perdiamo l’equilibrio emotivo e mettiamo radici in un luogo ostile a noi stessi. Un luogo in cui la nostra immagine si cancella in una moltitudine di paure che riflettono ciò che temiamo di essere.

    L’insicurezza sul lavoro è comunemente vista come una debolezza personale, associata spesso alla sindrome dell’impostore. 

    La sindrome dell’impostore è una condizione psicologica caratterizzata dalla convinzione di non meritare il proprio successo. 

    Si tratta di una sensazione assai comune, che colpisce ad ogni età e che sperimenta anche chi ha raggiunto il massimo livello nel suo settore lavorativo.

    Si stima che 8 persone su 10 abbiano fatto esperienza della sindrome dell’impostore che, a dispetto del nome, non è una malattia e non compare sul Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM). 

    Diverse le possibili spiegazioni del fenomeno, che non è necessariamente legato a ansia o depressione e sembra piuttosto connaturato nella natura umana. 

    Chi è molto preparato e stimato nel proprio lavoro tende a credere che le persone che incontra siano altrettanto in gamba, e quindi a sentirsi in difetto: è il fenomeno opposto alla distorsione cognitiva che porta le persone poco competenti a sopravvalutarsi.”

    Se sei interessato a “misurare” la tua sindorme ad uso personale: https://paulineroseclance.com/pdf/IPTestandscoring.pdf

    Tali convinzioni, legate alla nostra natura umana, ci rendono cauti e pieni di risentimento nelle relazioni. 

    Il confronto con gli altri diventa “esclusivo” (nel senso proprio che tende ad “escludere”) piuttosto che inclusivo. 

    Quindi l’insicurezza diventa il driver per gli sforzi cronici che facciamo per metterci alla prova: sarò bravo quando avrò superato il mio ultimo successo.

    E così ogni volta, l’elogio che segue il successo viene rapidamente svuotato dall’insicurezza successiva. 

    Lo psicanalista austriaco Alfred Adler  introdusse  il concetto di complesso d’inferiorità.

    Affermava che le persone insicure sostengono una costante lotta di superiorità che può persino ripercuotersi in modo negativo sulle loro relazioni, in quanto possono sentirsi felici rendendo infelici gli altri. 

    Inoltre, qualificava questo genere di comportamenti come tipici della nevrosi.

    Non tutte le persone insicure sono caratterizzate da questo modo di essere. Dipende dal grado di sfiducia che hanno verso le loro capacità o i loro successi. 

    L’insicurezza, quando non è patologica e cronicizzata, non ha nulla a che vedere con l’avere dei legittimi dubbi di fronte ad una scelta o al mettersi in discussione di tanto in tanto, o al chiedere consigli/pareri/opinioni.

    L’insicurezza può essere  la molla che ci permette il miglioramento.

    La condizione di insicurezza inevitabilmente ci permette di metterci in discussione e collocarci “a tu per tu” con la nostra parte più autentica. 

    A dimostrarlo è una ricerca psicologica effettuata da Ketty May, Claire Shipman e Jill Ellyn Riley.

    Le donne risultavano più insicure dei coetanei maschi e più propense a mettersi in discussione per migliorare questo aspetto del loro carattere. Crescendo proprio le donne risultavano aver acquisito autostima, grinta e successo nella vita. Esse diventavano più consapevoli di se stesse rispetto ai coetanei più sicuri e determinati nella fase adolescenziale.

    Da dove nasce il nostro “sentirsi insicuri” al lavoro?

    Diventiamo o siamo insicuri?

    La ricerca sulle donne e le minoranze in ambito professionale, ad esempio, ha chiarito che l’insicurezza è molto più un problema sociale che psicologico. 

    Mentre le donne sono costituzionalmente sicure quanto gli uomini, un cocktail di messaggi contrastanti e feedback personali venati di pregiudizio – essere più assertive ma meno conflittuali, essere autentiche ma meno emotive – le mette in circostanze che farebbero vacillare chiunque.

    Alcuni studi hanno dimostrato che le donne sperimentano maggiore insicurezza al lavoro  degli uomini (Emberland & Rundmo, 2010; Mauno & Kinnunen, 2002) mentre altri non hanno osservato differenze nell’insicurezza lavorativa di donne e uomini (Berntson, Näswall, & Sverke, 2010). Rosenblatt et al. (1999), pur avendo trovato livelli maggiori di insicurezza lavorativa negli insegnanti maschi rispetto alle insegnanti femmine, hanno osservato che l’insicurezza aveva un impatto più forte sull’atteggiamento delle donne rispetto al lavoro, piuttosto che sull’atteggiamento degli uomini. Infine, in uno studio realizzato su impiegati di banca e del settore health care, Mauno e Kinnunen (1999) hanno osservato effetti negativi prolungati dell’insicurezza al lavoro sul benessere delle donne ma non su quello degli uomini. Näswall e De Witte (2003) hanno trovato risultati contraddittori nel medesimo studio.

    Le analisi di Katty Kay (conduttrice di Bbc world news America) e della giornalista Claire Shipman sostengono che il fattore principale ad ostacolare la parità tra i sessi sia insito nella donna stessa: la sua profonda e innata culturale insicurezza. Le autrici sostengono che, nelle interviste a donne di successo e professionalmente affermate, vi era un fattore sfuggente: l’insicurezza.

    Le donne attribuivano i loro successi a fattori esterni, e i loro insuccessi a fattori interni. 

    Ciò che emerge, al di là del retaggio antropologico e sociale noto (l’uomo concentrato sul lavoro in quanto sostegno economico della famiglia così come cacciatore che procurava il cibo alla prole, la donna più facilmente nella dimensione familiare che accudisce e di cui si prende cura) è che l’insicurezza non riguarda il gender role ma è qualcosa di più profondo che attiene alla comprensione e conoscenza della nostra energia maschile e femminile e all’armonizzazione di queste forze.

    Proprio per l’aspetto predominante del femminile che si apre all’emotività, alla riflessione, al pensiero intuitivo e creativo è facilmente comprensibile come la donna sia più portata ad attribuire i propri insuccessi a fattore interni e viceversa i successi, quasi casualmente alle circostanze esterne.

    Tutto ciò rafforzato dalla storia del vissuto della donna nelle diverse ere storiche.

    Parimenti, potremmo oggi convenire che l’uomo non “attento”, è più portato ad attribuire  la propria insicurezza e il proprio insuccesso a fattori esterni in quanto meno incline ad esplorare il proprio mondo emotivo.

    L’energia maschile volta all’azione, al pensiero analitico, al razionale può sicuramente venire in soccorso quando tendiamo a soprassedere troppo a lungo nell’interregno tra la paura di sbagliare o il senso di colpa ( peraltro spesso alimentato da  insicurezza e dubbio) e la direzione verso cui vogliamo agire.

    Allo stesso modo l’energia femminile volta all’introspezione apre a scenari di dubbio e di incertezza che possono essere opportunità migliori di ascolto e di inclusione di pensieri, atteggiamenti e/o persone che non avevamo preso in considerazione.

    Ciò che è certo è che Il distacco da queste 2 forze energetiche porta alla chiusura e al lavoro in solitaria. 

    Uno sguardo coraggioso e consapevole a noi stessi e all’ambiente di lavoro dove siamo inseriti ci offre la grande opportunità di essere presenti nel qui e ora e di nutrire e dare forza alla fiducia, leva fondamentale il superamento dell’insicurezza e per l’azione.

    L’obiettivo non sarà evitare sentimenti di insicurezza, ma riconoscerli come cause anche di un sistema e “sfruttarli” per offrire la giusta (per il sistema e per noi) manifestazione di noi stessi. 

    Non si tratta né di conquista né di privilegio. 

    E’ un dono che riceviamo e diamo a nostra volta. 

    Significa imparare a “stare” nella nostra forza.

    Come si alimenta il sentirsi insicuri al lavoro?

    Con il dialogo interiore negativo, il rimuginio continuo e la messa al vaglio di cose dette e fatte, etichettate come “inadeguate”. In base a cosa noi diciamo a noi stessi, rischiamo di alimentare di continuo la spirale dell’insicurezza: “Chissà se ho fatto bene, chissà se potevo dire/fare meglio, chissà, chissà, chissà. Perché non ci ho pensato prima!, ecc.

    Alimentiamo la nostra insicurezza ogni volta che usiamo parole negative verso noi stessi: magari facciamo bene 100 cose in una giornata, ma ci ricordiamo solo quell’unica venuta male e ce la ripetiamo nella testa 400 volte, quasi come se, ripetendola, potesse cambiare l’accaduto.

    Alimentiamo la nostra sicurezza tutte le volte che restiamo attaccati, come cozze alla roccia, al nostro bisogno di controllare. Il controllo, quando eccessivo,  è un’esasperazione dell’energia maschile, al di là dell’essere uomini o donne.

    Alimentiamo la nostra insicurezza quando tendiamo costantemente  al perfezionismo. Il nostro Osservatore Interno è sempre vigile ogni giorno e pronto, come la maestrina dalla penna rossa, a dirci cosa è bene, cosa è male, cosa è giusto e cos’è sbagliato. E se ci avviciniamo ad una nuova forma-pensiero dove non esiste giusto e/o sbagliato? Se accogliessimo queste come categorie di giudizio della nostra mente? Se provassimo a vederci sempre in continuo mutamento, per cui nessun giudizio o pensiero è impermanente e definitivo ?

    Vi invito a rileggere questo articolo.

    Ecco i suggerimenti per trasformare il sentirsi insicuri al lavoro e nella vita in un’opportunità di crescita:

    Allena le tue capacità personali: è vitale acquisire consapevolezza nelle proprie abilità, capacità e competenze. Le abbiamo tutti. Allenale ogni giorno fino a raggiungere l’eccellenza. Ci vuole coraggio, pazienza, determinazione e perseveranza. Col tempo esse verranno premiate donando molteplici soddisfazioni.

    Affronta i pensieri negativi: metti a tacere la “vocina interiore” che ti scoraggia e fa sabotare tutte le buone intenzioni. Affronta tutti i tuoi limiti con coraggio. Solo così passerai all’azione.

    Cambia il tuo focus d’azione: focalizzati sulla tua crescita personale in maniera positiva accogliendo anche gli imprevisti. Rifletti su quale opportunità l’imprevisto stesso ti sta offrendo. Solo così potrai affrontare tutto con una marcia in più che ti contraddistingue quando perseguirai i tuoi obiettivi.

    Permettete a voi stessi di sentirsi insicuri al lavoro.

    Avete visto LUCA, il nuovo film della Disney Pixar?

    C’è un personaggio di fondamentale importanza: Bruno.

    Bruno è quella voce nella testa dei personaggi che impedisce loro di fare quello che vogliono fare, perché evoca le peggiori paure e tende sempre a scoraggiarli.

    E così i due ragazzini, mentre scendono in bicicletta a rotta di collo dalla collina, con il vento che li scompiglia, il sole che li illumina, il mare che li aspetta e la velocità che li accende, urlano “ Silenzio Bruno!”

    Ecco provateci anche voi: Silenzio Bruno!

    Certo, spegnere l’Osservatore interno nella nostra  testa che ci parla costantemente per proteggerti da esiti negativi può non essere così semplice, soprattutto da adulti. 

    Può aiutarci tenere a mente che tutti si sentono insicuri e che i maggiori successi sono arrivati ​​da persone spinte da profonde insicurezze personali.

    Allo stesso modo, sappi che l’insicurezza non è né un riflesso dei tuoi punti di forza né legata alla tua felicità. 

    Non cercare di porre fine all’insicurezza ma accettala e ascolta il messaggio che porta per te: quale è l’aspetto di te che può avere ancora più ampi margini di espressione?

    Cosa ti sta chiamando?

    L’insicurezza d’altronde non è che un richiamo. 

    Come ogni altra nostra manifestazione del corpo e della mente: come sempre occorre imparare ad esserne consapevoli.

    L’insicurezza ci suggerisce che siamo stati colpiti. 

    Succede anche quando ci innamoriamo!

    Avvertiamo di essere trascinati in un mondo a noi non famigliare, di non riuscire ad opporre resistenza, e che qualcosa sta chiamando in causa i nostri desideri e bisogni.

    Facciamo dunque della nostra insicurezza il trampolino di lancio…

    Non arrenderti e se necessario chiedi aiuto.

    Confrontati. Il confronto e la ricerca di informazioni ti impedisce di commettere errori, in più aumenta il senso di appartenenza che riduce la tua paura di fallimento come singolo e fortifica il senso di inclusione e l’opportunità di crescita come gruppo.

    Fai del tuo lavoro uno scambio in cui le tue potenzialità di agire ed accogliere, fare e sentire, programmare e creare, creino sinfonia con il contesto in cui operi.

    Un uomo che conosce se stesso non è mai disturbato da quello che la gente pensa di lui. 

    È l’uomo che non conosce se stesso che è sempre preoccupato dell’opinione che gli altri hanno di lui.

    Offri alla tua insicurezza la grande possibilità di guidarti alla scoperta di te, in armonia con gli altri e per il raggiungimento di una vittoria che generi nuove possibilità e nuove sfide da superare insieme. 

    Non c’è giudice, non c’è errore, solo correzione!

    E ricorda : SILENZIO BRUNO!

    IMAGE CREDITS: Roberto Weigand

    ENERGYOGANT

    Il metodo Energyogant concreto e misurabile, ha come intento il miglioramento e il sostegno dell’energia personale anche nei momenti di alto impatto lavorativo.

    E’ suddiviso in 4 macro aree all’interno delle quali vengono forniti strumenti e feedback per sviluppare energia, creatività, concentrazione e vitalità nel singolo, migliorando il  benessere organizzativo.

  • Il metodo

    JOMO in azienda: la gioia di perdersi qualcosa per ottenere il meglio

    Quando la paura di perdersi qualcosa, si sostituisce con la gioia di perdersi (JOMO) per ritrovarsi?

    Ultimamente mi capita spesso di oscillare tra questi due stati emotivi. 

    Sono curiosa e appassionata per natura, da ragazza raccoglievo qualsiasi volantino trovavo per strada o in cassetta postale, accumulandosi sulla scrivania, convinta ci fosse sempre qualcosa di interessante da scoprire o qualche opportunità da cogliere.

    Magari velocemente, ma riuscivo sempre a leggerli tutti ed inevitabilmente tre quarti venivano cestinati.

    Sono cresciuta con l’amore per lo studio e la convinzione di essere sempre allieva di qualcuno.

    Ho sempre vissuto con questo afflato, considerandolo anche una mia qualità.

    Ma oggi come un boomerang, se non sono centrata e attenta, tutto ciò scatena in me un senso di bulimia, a volte quasi compulsiva.

    Non avrei mai pensato che questo oggi potesse anche trasformarsi nel male di vivere.

    L’iperstimolazione schizofrenica in termini di contenuti webinar, e-book da scaricare, informazioni gratuite ecc., a cui siamo soggetti, mette a dura prova la nostra capacità attentiva, la nostra concentrazione, ma anche il senso del valore e del rispetto, in altre parole il nostro benessere psico-fisico-emotivo.

    La paura di non essere abbastanza o la paura di perdersi sempre qualcosa (definita più semplicemente FOMO (fear of missing out) oggi in particolare, sia in azienda, che nella vita privata, ha assunto proporzioni disumane, sia in termini di diffusione endemica, sia in termini di disagio personale. 

    Tanto da essere diventata uno dei più reali nuclei di sofferenza.

    Se sostituissimo alla FOMO un nuovo atteggiamento?

    Nell’era degli acronimi si parla di  J.O.M.O. (Joy of missing out) che è la gioia di perdersi qualcosa ed accettare la realtà. 

    Nelle tradizioni orientali millenarie si è sempre parlato di accogliere ciò che è, di vivere nella presenza per imparare a sentire non solo ciò che siamo, ma essere focalizzati sul senso e sulla direzione del nostro essere qui su questa terra, senza farci distrarre dalle sirene incantatrici. 

    In fondo nulla è cambiato nell’essere umano. Che risponde allo stesso modo alle aspettative esterne, provando a conformarsi per essere accettato.

    Laddove però gli standard sono eccessivi, per non dire impossibili, nonché trasformati da una logica “perversa” di un mercato impazzito, il senso di inadeguatezza raggiunge livelli di insostenibilità. 

    A tal punto da portare allo sviluppo di  un modus vivendi generalizzato caratterizzato da alti livelli di ansia da prestazione.

    Si tratta in questo caso di cose immateriali come contenuti, notizie, aggiornamenti, che abbiamo paura di perdere!

    Il timore principale è quello di rimanere tagliati fuori, di restare indietro.

    Ogni volta che perdiamo qualcosa siamo pervasi da emozioni negative come la sconfitta, la frustrazione, l’amarezza. 

    In cosa consiste la F.O.M.O. e come trasformarla in JOMO?

    E’ una forma di dipendenza ed indica una confusione psicologica dovuta ad una scarsa capacità di concentrazione e di insicurezza personale. 

    Una condizione psicologica creata, per lo più, da una bassa autostima  e da “un’eccessiva paura di essere tagliati fuori”. Lo smart working ha accentuato questa sindrome, proprio perché siamo sommersi da proposte on line, che ci arrivano costantemente, a cui dedichiamo pochissima attenzione, perché stiamo facendo altro. 

    Ma inevitabilmente siamo avviluppati in un vortice che, se non governiamo, ci assorbe e ci prosciuga.

    Oggi puoi imparare tutto, ovunque e in poco tempo.

    A quanti webinar / corsi ti sei iscritto nell’ultimo mese?

    E a quanti hai partecipato?

    Cosa si nasconde dietro questo comportamento? 

    Viviamo come consumatori seriali di contenuti digitali, ci iscriviamo a moltissime iniziative, spinti dalla voglia istintiva di conoscere, bramosi di non perderci nulla, ma di fatto poi non siamo in grado di partecipare, scarichiamo gratuitamente moltissimi e-book e non riusciamo mai a leggerli.

    Facciamo come i pesci rossi: ci voltiamo alla presenza di qualcosa che appare interessante, ma poi cambiamo subito direzione perché distratti da altro, senza portare a termine quanto intrapreso.

    Di fatto oggi i contenuti online soffrono un altissimo tasso di abbandono.

    Il tempo di permanenza delle persone su di essi è uno dei valori che contribuisce a determinare l’engagement ma, secondo un’indagine di Beckon solo il 5% dei messaggi riesce ad avere un tasso di coinvolgimento del 90%. 

    Nell’era della distrazione, la concentrazione delle persone è talmente fragile che abbandonare è diventata un’abitudine.

    Quali paure si nascondono dietro questi comportamenti che ci allontanano dallo stato JOMO?

    Personalmente credo ci siano 3 paure principali:

    • Paura di non essere importanti, di non essere visti: spesso queste paure hanno a che fare con la nostra vita infantile, quando da bambini facevamo di tutto per attirare l’attenzione e l’amore dei nostri genitori.
    • Paura di essere incompetenti, di non essere mai abbastanza: quando ricerchiamo questa sensazione di competenza e ne valutiamo il livello personale, mettiamo automaticamente in dubbio le nostre capacità.
    • Paura di non essere amabili, degni di amore: sorge dalla necessità di sentirsi apprezzati e ben voluti perché si è soliti affidare all’esterno il senso del proprio valore. Se gli altri non mi apprezzano, non valgo.

    Per chiunque è difficile vivere con sentimenti di insicurezza, e la nostra psiche è abilissima nel creare meccanismi di difesa, il cui scopo principale è la protezione e la sopravvivenza.

    Se ci impegniamo a modificare le nostre abitudini in vista degli obiettivi che vogliamo raggiungere, possiamo riuscire a organizzare meglio le nostre attività, a essere più produttivi e a godere di quel senso di soddisfazione che ci fa sentire appagati a fine giornata. 

    Gestire il proprio tempo significa gestire la propria vita.

    La voglia di conoscere deve essere supportata dalla volontà di concentrarsi.

    Nell’ultimo articolo abbiamo sottolineato come imparare sia un bisogno primario a sostegno dello sviluppo umano.

    “E’ l’unica cosa che la mente non riesca mai ad esaurire, mai ad alienare, mai a esserne torturata, mai a temere o a diffidare, mai a sognarsi di essersene pentita.”

    Avere una forte motivazione personale che ci spinge ad un miglioramento di noi stessi è una buona cosa.

    Una persona interessata alla vita, alle proprie passioni, al proprio benessere, è una persona che favorisce la crescita di chi le sta intorno, anche in ambito lavorativo.

    Nell’articolo abbiamo parlato di motivazione e disciplina. 

    La disciplina è la differenza tra tu che vivi una vita che non ti piace, e tu che vivi i tuoi sogni. 

    E’ la differenza tra chi sei e chi sarai. 

    La disciplina è l’alleata necessaria alla motivazione e all’azione.

    Armonizzare questi tre aspetti di ognuno di noi ci aiuta a stare bene, ad essere vitali e presenti.

    La motivazione ci spinge, l’azione ci muove e la disciplina ci dà lo strumento  spazio – tempo per crescere in quell’azione.

    Ognuno di noi suppone di avere chiara la visione di sé. Ma forse non è sempre così.

    La consapevolezza di chi siamo e di dove vogliamo andare ci permette di navigare nel mare magnum della Rete, verso contenuti che hanno valore per noi.

    La tendenza alla velocità, a voler fare tutto per sentirci completi, equilibrati e in pace con noi stessi ci sta portando nella direzione opposta, cioè a non fare nulla, impedendoci di definire delle priorità. 

    Di fronte a stimoli apparentemente uguali (il bisogno di fare una passeggiata, di tenerci informati, di coltivare le relazioni interpersonali) non riusciamo più a scegliere e finiamo esattamente così, come l’asino di Buridano:

    «Un asino affamato e assetato è accovacciato esattamente tra due mucchi di fieno con, vicino a ognuno, un secchio d’acqua, ma non c’è niente che lo determini ad andare da una parte piuttosto che dall’altra. Perciò, resta fermo e muore.»

    Pur di non scegliere, l’asino di Buridano è morto sia di fame che di sete.

    Lo stai facendo anche tu?

    Riprenderci il nostro tempo vuol dire agire con lentezza, fare meno cose, più lentamente, concentrandosi davvero solo su quello che stiamo facendo qui e ora senza il solito timore di perdere qualcos’altro. 

    E, allo stesso modo in cui ricaviamo spazi sufficienti a incastrare mille impegni in un solo giorno, dovremmo trovare anche il tempo per non fare nulla

    Senza aver paura di perdere.

    Perché per vincere il tempo, forse bisogna perderne un po’.

    Come coltivare la JOMO in azienda e nella vita privata per migliorare il nostro benessere

    1 – Accettare la realtà per quello che è. La prima cosa da fare per gioire del perdersi le sterminate opportunità è comprendere che non si può essere in due posti nello stesso tempo. La verità è che esistono troppi posti da vedere, cibi da assaporare, attività da fare.

    Se tentassimo di fare tutto, otterremo solo la frustrazione di non riuscirci.

    Accettare la realtà per ciò che è non ha nulla a che fare con essere passivi, ma tutt’altro significa stare nel flusso delle cose e fare del nostro meglio, senza giudizio e conflitto ma con flessibilità e accoglienza.

    2- Scoprire cosa è davvero importante per noi.

    Dopo aver capito che non si può provare tutto, il passo successivo è quello di decidere cosa si vuole provare davvero. Può essere utile creare una lista di priorità.

    Quali sono le esperienze più importanti per noi?  Se doveste eliminare qualche abitudine a quale rinuncereste per prima? Non importa ciò che pensano o vogliono gli altri. 

    E’ un atto di onestà con se stessi.

    3- Imparare a dire di no, quando non si vuole o non si può accettare un impegno. Per paura di ciò che gli altri pensano, per imbarazzo o scarsa autostima, ci ritroviamo in situazioni che spesso non ci piacciono. Imparare a dare valore alle nostre scelte, ci permette più facilmente di dire di “no” a tutto il resto.

    4- Sviluppare la contemplazione. Implica attenzione. Si raggiunge con un abbandono, che scatta dopo l’osservazione ( esempio davanti ad un’alba o un tramonto); provoca stupore, sorpresa, che genera gusto per la vita.  Ci possiamo stupire e meravigliare anche di piccoli altri dettagli della nostra quotidianità, se solo ci accorgiamo.

    5- Mindfulness. E’ una pratica che prevede un alto livello di concentrazione della mente e che può generare un benessere psicofisico della persona, perché ci allena a portare l’attenzione da fuori a dentro semplicemente.

    Nello stato di JOMO la solitudine diventa piacere, la capacità di gradire il tempo passato da soli, isolandosi volontariamente da tutto, soprattutto dallo smartphone e dal computer, per coltivare una dimensione più intima con se stessi, rigenerarsi e tornare nutriti, intuitivi e grati.

    Sapere cosa ci disturba è il migliore indicatore verso ciò che ci completa.

    Allora l’azione non sarà paura di “non sapere” di “rimanere indietro” di non colmare il vuoto con tutto quello che ci offrono, ma diventerà ricerca consapevole di approfondimento di ciò che è giusto per noi, per la nostra crescita personale, per il nostro miglioramento lavorativo.

    La paura di non essere, diventerà il piacere di riconoscersi in ciò che siamo, nelle cose che ci assomigliano, che ci sfidano, che ci illuminano.

    Quale è, a livello aziendale ,la strada per sostenere questa ricerca?

    I 4 indicatori del BSU (Benessere e Sviluppo Umano) in azienda è uno strumento immediato che ti mettiamo gratuitamente a disposizione per orientarti meglio, o semplicemente per avere più consapevolezza sullo stato di benessere attuale della tua azienda.  

    Se vuoi trasformare il benessere organizzativo e lo sviluppo umano delle tue persone nella risorsa più importante per il successo del tuo business è possibile attivare un confronto condiviso: questo è il primo passo che possiamo fare insieme, a costo zero.

    ENERGYOGANT

    Il metodo Energyogant concreto e misurabile, ha come intento il miglioramento e il sostegno dell’energia personale anche nei momenti di alto impatto lavorativo.

    E’ suddiviso in 4 macro aree all’interno delle quali vengono forniti strumenti e feedback per sviluppare energia, creatività, concentrazione e vitalità nel singolo, migliorando il  benessere organizzativo.

  • Il metodo

    Dormire male: a cosa mi serve “restare sveglio”?

    Pur sapendo che il sonno è un bisogno primario per il nostro organismo, ci siamo mai chiesti che cos’è, a cosa serve e perché per molti di noi dormire male  è diventato “normale”?

    Forse  manca un po’ la “cultura del sonno” che ci porti a considerarlo come un’esperienza fondamentale per la nostra salute. 

    Spesso sentiamo dire che per stare in salute è necessario osservare una dieta equilibrata e fare esercizio fisico, ma poche volte viene fatto riferimento al sonno. 

    Forse il concetto del dormire male  fa talmente parte della nostra quotidianità che tendiamo a darlo per scontato. 

    Molte persone non percepiscono l’importanza del sonno e l’eventuale difficoltà nel riposare, fino a che non sono esauste. 

    La mancanza di sonno ci rende poco efficienti nel lavoro, irritabili e poco propensi alla socialità, pericolosi alla guida, ma anche più vulnerabili alle malattie.

    Purtroppo l’organizzazione delle nostre attività, siano esse ludiche o lavorative, sembra essere fatta per non dormire, o meglio continuiamo ogni giorno a lesinare sul sonno perché c’è sempre qualcosa in più da fare, da vedere o da provare. 

    La deprivazione del sonno cronica sta diventando un tratto tipico della vita contemporanea e la dimostrazione di questo è che sempre più persone quando sono sveglie hanno sonno e si sentono stanche.

    Che cos’è il sonno?

    Gli studiosi hanno scoperto che il sonno non è una condizione passiva ed inerte interposta tra le attività fisiche e mentali che si susseguono nel giorno. 

    Al contrario, sappiamo oggi che il cervello durante il sonno ha un’attività piuttosto intensa e svolge funzioni di particolare importanza per il mantenimento dell’equilibrio fisico e psichico della persona: il corpo e la mente riposano, le informazioni apprese vengono consolidate ed anche l’umore migliora.

    Cos’è l’insonnia e cosa significa dormire male?

    Per insonnia si intende la compromissione del sonno notturno che provoca, nelle successive ore diurne, conseguenze importanti quali sonnolenza, irritabilità, ansia e difficoltà di concentrazione. 

    Insonnia: (dal latino insomnis, “inabile a dormire”) consiste nella percezione di avere un sonno inadeguato o anormale.

    L’ insonnia, e il dormire male, è un linguaggio del corpo, il segnale che «qualcosa» non sta fluendo nel modo giusto: un sovraccarico, una carenza, qualcosa trattenuto, una paura, una alimentazione inadeguata, motivi clinici.

    Dormire male  comporta  un rischio 1,62 volte più alto di avere infortuni sul lavoro e presenta una perdita complessiva del rendimento professionale maggiore del 10,3% rispetto a chi solitamente dorme bene. 

    Sono risultati riportati dal Prof. Sergio Garbarino,esperto di fama nazionale ed internazionale sui rapporti tra sonno, salute e mondo del lavoro, nonché docente dell’ Università di Genova.

    “Dormire bene per invecchiare bene”: era lo slogan della giornata del sonno nel 2019.  Per stare bene non basta una sana alimentazione e un’attività fisica regolare, ma è necessario riuscire a dormire profondamente e in modo ininterrotto.   Si dorme non solo per riposare, ma soprattutto per rigenerarsi.  

    Dormire bene  è una ‘fortuna’ che non tutti hanno. 

    Secondo le stime, la problematica del cattivo riposo notturno ha un’estensione globale che minaccia salute e qualità della vita del 45% della popolazione mondiale. 

    Mentre l’organismo è in modalità di riposo, le connessioni neuronali si riorganizzano, consentendo all’uomo di adattarsi al suo ambiente. Il sonno è anche un attivatore di importanti funzioni che mettono in gioco numerosi meccanismi fisiologici, tra cui le secrezioni ormonali, la rigenerazione dei muscoli, l’eliminazione delle tossine, la stimolazione delle difese immunitarie e la memorizzazione di informazioni acquisite da svegli. 

    Secondo diversi studi , bisognerebbe dormire tra le 7 e le 8 ore per notte per mantenere un ottimale benessere. Tuttavia, i cambiamenti nello stile di vita attuale hanno peggiorato molto la qualità del sonno e il tempo ideale per riposarsi. Se dormire bene è vitale, studi hanno evidenziato che non abbiamo tutti bisogno della stessa durata di sonno per recuperare e attivare tutte le funzioni correlate. Leonardo da Vinci faceva solo pisolini mentre Winston Churchill arrivava al massimo a 4 ore di sonno. Barack Obama dorme 6 ore, Bill Gates 7 ore.  Matthew Walker, neuroscienziato, uno dei massimi esperti sull’argomento, direttore del Center for Human Sleep Science dell’Università della California a Berkeley, ha dichiarato che  “Dovremmo dormire abbastanza da sentirci riposati”. La ‘formula del sonno giusto’ è stata ricercata anche al Congresso della Società europea di cardiologia Esc: non meno di 6 ore, né più di 8.

    Conoscere il sonno per smettere di dormire male 

    Il sonno non è continuativo, ma ad ogni fascia di età – dall’infanzia fino alla vecchiaia – si caratterizza da cicli che si ripetono ogni notte tra quattro e cinque volte. Ogni ciclo dura tra 90 e 120 minuti e si suddivide in fasi dette del sonno lento e quelle del sonno paradossale.

    Il sonno lento comporta due stadi che corrispondono al sonno leggero: lo stadio N1, di transizione tra la veglia e il sonno durante il quale si ha la sensazione di sonnecchiare. 

    Lo stadio N2 è quello del sonno confermato. 

    Il sonno profondo corrisponde allo stadio N3 durante il quale è difficile risvegliare chi dorme. 

    Il sonno rapido o paradossale, noto anche come REM (Rapid Eye Movement) corrisponde allo stadio R, durante il quale avvengono i sogni. Il sonno paradossale è una fase primordiale del sonno che ci consente di recuperare mentalmente mentre il sonno lento è fondamentale per il recupero fisico. 

    La durata del sonno e la ripartizione delle varie fasi variano in base all’età.

     Dormire poco e male indebolisce il sistema immunitario, altera i livelli di glucosio, contribuisce alla predisposizione di patologie. Inoltre i problemi del sonno contribuiscono anche ad ansia e depressione che si riflettono in comportamenti distonici nella vita personale e professionale.

    Dormire male è diventata parte di quella routine da criceto nella quale siamo incastrati.

    Corriamo, pensiamo, ci preoccupiamo, navighiamo (in rete) e non dormiamo.

    Charlotte Brontë , agli inizi dell’800,  scrisse : “ Una mente arruffata fa un cuscino inquieto”

    Nel 2021, in un tweet Katy Leeson, amministratrice delegata di Social Chain UK e autrice del podcast “I Shouldn’t Say This, But” scrive: 

    “Dobbiamo smettere di rendere affascinante il superlavoro. Per favore. La mancanza di sonno, di un’alimentazione sana, di relax e di tempo da spendere con amici e famiglia non è qualcosa da applaudire. Troppe persone mostrano il proprio burnout come una medaglia d’onore. E questo modo di pensare va cambiato.”

    Dormire male: quando e per quanto

    Oltre alla quantità, anche l’identità delle ore in cui dormiamo fa la differenza tra il dormire male e il rigenerarsi.

    Il momento del sonno si collega infatti a specifiche aree di rigenerazione del nostro corpo.

    Esiste un meccanismo biologico che porta tutti gli esseri viventi, piante, animali, umani ma anche organismi unicellulari, ad adattarsi al ritmo giorno / notte scandito dalla rotazione terrestre.

    Sincronizzare i nostri ritmi con la naturale alternanza luce-buio è indispensabile per mantenere la salute e l’equilibrio del nostro organismo. 

    l ciclo circadiano, di questo si tratta, è una sorta di orologio biologico dal periodo di 24 ore .

    l nome, infatti, deriva dal latino circa diem che significa “intorno al giorno” – che caratterizza le attività del sistema interno responsabile di cicli riguardanti la pressione arteriosa, la temperatura del corpo, il tono muscolare, la frequenza cardiaca, il ritmo sonno-veglia.

    Nella medicina tradizionale cinese vengono riconosciuti i 12 meridiani, o canali energetici, che corrispondono ai principali organi – polmoni, milza, cuore, rene, pericardio, fegato – e alle viscere – ossia intestino crasso, stomaco, intestino tenue, vescica, triplice riscaldatore, vescicola biliare o cistifellea che si potenziano/depotenziano in una specifica fascia oraria.

    “Se ci svegliamo sempre tra l’1 e le 3, per esempio, orario in cui il fegato ha a disposizione la maggior quantità di energia che solitamente utilizza per “ripulire energeticamente il sangue”,mentre il corpo è a riposo e non introduciamo cibo, possiamo andare a verificare se sono presenti espressioni analoghe del movimento in disarmonia ad es.: stiamo vivendo emozioni collegate alla rabbia? Abbiamo perso la nostra creatività? La nostra voglia di fare? Non sappiamo scegliere?”

    Durante il sonno il corpo e la mente si ristabiliscono e rinvigoriscono.

    Se il tempo riservato al sonno non è sufficiente a restaurare le forze del soggetto il soggetto ne è privato e si creano squilibri nella persona a diversi livelli.

    Se il nostro stile di vita fosse più in armonia con l’ambiente circostante e seguissimo i nostri cicli naturali di spesa e recupero energetico, la qualità della nostra vita aumenterebbe esponenzialmente.

    Dormire male: a cosa mi serve restare sveglio?

    La notte non sempre rappresenta  un momento di silenzio profondo, di grande pace, di riposo, di ispirazione. Spesso si  associa al buio, all’incognita, a presenze sinistre, inquietanti, a fantasmi minacciosi, alla paura, all’angoscia, all’inconscio, alla morte.

    Addormentarsi significa abbandonarsi, lasciarsi andare, perdere il controllo, non vedere e non udire ciò che accade attorno, fidarsi dell’ambiente, degli altri e di se stessi e quasi affidarsi.  

    Ma se la capacità di abbandono manca e veniamo assaliti da un  senso di insicurezza, i pensieri corrono veloci, prevale uno stato di allerta, si è sempre più vigili, le preoccupazioni e le ansie della giornata si accumulano, i doveri del giorno dopo incombono allora il sonno non arriva.

    Le stesse azioni, emozioni,  reazioni che attuiamo durante il giorno creano una connessione con il corpo e la mente che influenza e condiziona anche il nostro riposo notturno.

    A volte rinnovare i nostri interessi, limitare le attività routinarie e noiose, seguire di più i nostri desideri, al lavoro o con gli altri è un buon modo per ascoltare il messaggio del nostro dormire male che dovremmo ascoltare come indicatore per ricercare il nostro equilibrio.

    Ci sono diversi tipi di insonnia e diverse cause che la generano.

    I principali tipi di insonnia sono:

    – difficoltà di addormentamento;
    – risvegli notturni frequenti ma brevi;
    – uno o più risvegli prolungati;
    – risveglio mattutino precoce.

    L’ insonnia può essere:

    – transitoria (cioè della durata di qualche giorno),
    – a breve termine (2-3 settimane),
    – cronica (un mese o più).

    Le cause più diffuse sembrano essere di natura psicologia, sebbene molte originano in patologie organiche, abitudini e ritmi errati. La difficoltà ad abbandonarsi, lasciarsi andare, nasce dalla poca capacità di accogliere quello che viene. Di affidarsi. Parlando su piani più sottili “ di morire e rinascere”.

    Per i greci hypnos (il sonno) era figlio della notte e gemello della morte.

    All’inizio esistevano solo le Tenebre da cui emerse il Caos. Dalla loro unione nacquero il Giorno, La Notte, L’Aria e Erebo. Erebo e la Notte diedero vita a due gemelli, Thanatos, dio della morte e Hypnos, dio del sonno.Hypnos dormiva in una grotta vicino al fiume Oblio e il suo compito era quello di sottrarre gli uomini alle tribolazioni della vita per qualche ora, addormentandoli e inducendoli a sognare.In questa attività veniva coadiuvato dal figlio Morfeo, solito prendere forma delle persone sognate e apparire con un mazzo di papaveri dal potere allucinogeno. Da «Cosmogonia», Esiodo.

    Ogni risveglio al mattino rappresenta una nuova nascita, il nuovo giorno è una nuova porzione di vita.

    Dormire male è  la nostra forma di resistenza.

    “Ciò a cui resisti, persiste.” scriveva Jung. Il nostro rimanere nello stato diurno (attivo) ci porta a non accogliere quello notturno (del riposo). Solitamente lo facciamo per controllo e resistenza a perdere il proprio stato cosciente

    Cosa fare per smettere di dormire male 

    • evitare cibi piccanti, alcool e fumo perché possono indurre il russamento
    • preferire una posizione prona o di lato invece che supina quando si va a dormire. Attenzione anche alla qualità e alla temperatura dell’aria della stanza da letto – attorno ai 19-20 °C – perché aria secca e temperature elevate possono causare gonfiore dei turbinati e peggiorare il russamento.
    • consumare una cena leggera.
    • non fumare. La nicotina è una sostanza eccitante per cui stimola il sistema nervoso e la sera rende faticoso il sonno e soprattutto l’addormentamento.
    • non bere alcolici.  Provoca frequenti risvegli e aumenta la percentuale di sonno leggero. Bere eventualmente alcolici nelle quattro ore antecedenti al momento in cui ci si vuole coricare.
    • bere caffè nelle sei ore precedenti al sonno in quanto, come si sa, la caffeina è uno stimolante del sistema nervoso. Si dovrà anche fare attenzione ad alimenti nei quali la caffeina è presente come il cacao, il tè ed il cioccolato nonché a bevande gassate come la Coca Cola e a quelle energetiche.
    • anche la camera da letto come ambiente è un luogo da curare nei minimi dettagli: confortevole, accogliente, del colore giusto, dare un senso di equilibrio tra arredi e complementi. La luce deve essere calda e soffusa: sì dunque a tendaggi dai tessuti lievi per garantire la giusta privacy senza impedire il passaggio dei rinvigorenti raggi solari. Anche per la luce artificiale è consigliabile preferire la luce indiretta per non stancare lo sguardo e non disturbare il riposo, optando per più punti luce all’interno della stanza in modo da poterli gestire di volta in volta a seconda delle necessità.
    • Le piante aiutano a creare un ambiente rilassato e a prevenire l’insonnia. Se è vero che di notte consumano ossigeno e producono anidride carbonica, tuttavia la quantità consumata e prodotta da una singola pianta è tutto sommato trascurabile. Non tutte le piante poi seguono questo processo: alcune, come la Sansevieria o la Zamioculcas, al contrario assorbono anidride carbonica nelle ore notturne, apportando notevoli benefici.

    ENERGYOGANT

    Il metodo Energyogant concreto e misurabile, ha come intento il miglioramento e il sostegno dell’energia personale anche nei momenti di alto impatto lavorativo.

    E’ suddiviso in 4 macro aree all’interno delle quali vengono forniti strumenti e feedback per sviluppare energia, creatività, concentrazione e vitalità nel singolo, migliorando il  benessere organizzativo.

  • Il metodo

    Il mal di testa dopo lavoro e i cali di energia fisica, mentale ed emotiva

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    Chi non ha mai sofferto, almeno una volta nella vita, di un fastidioso mal di testa dopo lavoro scagli la prima pietra.

    Da una ricerca dell’Unità di Medicina del Lavoro dell’IRCCS Fondazione Maugeri di Pavia, pubblicata sul Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia, risulta che il mal di testa, o cefalea, colpisce mediamente 1 italiano su 4 conseguente il lavoro.

    Il mal di testa dopo lavoro colpisce il 25 percento della popolazione, tra i 25 e i 55 anni, in particolare le donne (1 su 5 contro il 6 percento degli uomini). 

    Si stima che il 15% dei lavoratori torni a casa e/o si assenti dal lavoro.

    Il calo della produttività è calcolato circa il 35%, con un impatto di circa 420 euro a testa di perdite economiche da mal di testa (la sola emicrania in Europa costa ogni anno ben 27 bilioni di euro).

    Questi alcuni tra gli studi più recenti.

    Si considera il mal di testa come uno dei disturbi più diffusi e  complessi da diagnosticare e, se per alcuni si tratta di un episodio sporadico, per altri è una presenza costante nella quotidianità, che spesso costringe chi ne soffre a fare ricorso a farmaci specifici, che a lungo andare perdono di efficacia causa l’assuefazione stessa del corpo fisico.

    Cos’è il mal di testa dopo lavoro e che ripercussioni ha sulla nostra energia?

    Mal di testa è un’espressione generica con cui si identificano vari tipi di cefalee..

    I principali sono:

    • l’emicrania, che è la forma più comune ed è caratterizzata dalla famosa sensazione della testa che scoppia; può durare da poche ore a qualche giorno, 
    • la cefalea tensiva, che è dovuta alla protratta contrazione dei muscoli di collo e spalle
    • la cefalea a grappolo, che è la più rara e ostica,caratterizzata da dolori violenti nella zona frontale e orbitale che si manifestano in orari tendenzialmente fissi.
    • la cefalea cervicale, che deriva da problemi legati alle vertebre cervicali.
    • Il mal di testa è sempre correlato anche ad una componente emotiva: ansia, depressione, situazioni di stress prolungato possono facilmente alterare l’attività elettrica e la biochimica del cervello, influendo sui vasi sanguigni, che prima si costringono e poi si dilatano, scatenando il dolore.

    Le cause del mal di testa dopo lavoro sono molteplici e tra le principali troviamo:

    • stress fisico e/o psicologico
    • ansia
    • postura errata
    • disidratazione
    • alimentazione scorretta o intolleranze
    • cattiva digestione
    • costipazione
    • insonnia
    • squilibri ormonali legati al ciclo mestruale per le donne)

    Per quanto riguarda la postura correlata  al mal di testa dopo lavoro la sezione Cefalea e Dolore Facciale del dipartimento di Fisiopatologia Clinica e del CPO Piemonte dell’Azienda Ospedaliero Universitaria San Giovanni Battista – Molinette di Torino ha condotto uno studio su oltre 2.000 dipendenti del Comune di Torino. 

    I lavoratori pubblici del capoluogo piemontese sono stati divisi in 2 gruppi: a uno sono stati assegnati esercizi posturali da eseguire ogni 2 o 3 ore durante l’orario di lavoro e in parte anche a casa, nel tempo libero; gli altri hanno continuato con le precedenti abitudini. Se all’inizio del programma di esercizi posturali la media era di 7 giorni di mal di testa da ufficio al mese e 11 giorni di indolenzimento e dolori muscolari a collo e spalle, dopo i 7 mesi del programma di esercizi è stata riportata una riduzione del 34% dei giorni di mal di testa da ufficio e di dolori muscolari compreso il calo del 29% nel ricorso ad analgesici.

    Lo yoga, per esempio,  è una disciplina e uno stile di vita che, nel tempo, ha dimostrato avere numerosi effetti benefici sulle persone che soffrono di mal di testa dopo lavoro, a causa di un aumento della serotonina, la cui carenza è indicata tra le possibili cause del mal di testa localizzato.

    Uno studio su neurology.com, condotto da un team dell’All India Institute of Medical Sciences, coordinato da Rohit Bhatia, ha preso a campione un gruppo di volontari che soffriva di frequenti emicranie e che, per questo, assumevano dei farmaci regolarmente prescritti dai medici.

    Si trattava di 114 persone di età compresa tra 17 e 50 anni che soffrivano di mal di testa dalle 4 alle 14 volte su base mensile. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi: yoga più farmaci, o solo farmaci.

    Il primo gruppo praticava yoga con un’insegnante 1 ora per 3 volte la settimana.

    Tutti i partecipanti all’esperimento hanno ottenuto miglioramenti nella gestione della frequenza e dell’intensità dell’emicrania, ma i partecipanti al gruppo yoga hanno riportato risultati significativamente migliori, ovvero una riduzione del 50% degli eventi mensili di emicrania, contro una riduzione del 12% di chi assumeva solo farmaci.

    Oltre ai farmaci, i partecipanti di entrambi i gruppi sono stati informati sui cambiamenti dello stile di vita che possono ridurre l’incidenza dell’emicrania, come dormire a sufficienza, mangiare sano ed esercitarsi.

    Il mal di testa dopo lavoro è un segnale per trasformare la propria energia 

    E’ importante cercare di avere chiaro qual è la natura del mal di testa che sentiamo, poiché spesso è causato da semplice disidratazione. 

    E’ sempre bene mantenere il corpo idratato (almeno 8 bicchieri al giorno lontani dai pasti e possibilmente di acqua tiepido/calda)

    Questo comporta entrare in ascolto dei messaggi che il nostro corpo ci manda.

    Esiste anche un altro approccio alla manifestazione dei disagi del corpo, in cui peraltro credo molto e da anni studio e approfondisco, ovvero quello secondo il quale ogni sintomo che il nostro corpo manifesta è un messaggio specifico che ci viene mandato per farci porre l’attenzione su un aspetto da accogliere e/o trasformare nella nostra vita e che richiede la nostra attenzione.

    Questo concetto lo descrive molto bene Claudia Rainville nel suo libro Ogni sintomo è un messaggio e descrive il mal di testa in questo modo:

    “Il mal di testa può avere svariate cause; può essere di breve durata, provocato da un’iperattività del pensiero o da un’eccessiva tensione, quando ad esempio ci mettiamo in testa di voler capire proprio tutto, cosa frequente fra gli studenti.

    Può accadere anche che ci ostiniamo a voler trovare da soli la soluzione di un problema piuttosto che chiedere aiuto al prossimo. A volte il dolore è così intenso da darci l’impressione che la testa stia per scoppiare: in questo caso, il mal di testa nasce quasi sempre da emozioni represse, trattenute.

    Chi soffre di mal di testa spesso ha sviluppato una tale capacità di controllo delle proprie emozioni da sentirsi spiazzato quando una di esse tenta di emergere: più cercano di soffocarla, più hanno mal di testa. 

    Ma se con dolcezza ed accoglienza, si lascia riaffiorare l’emozione, una volta liberata, il mal di testa scompare. Spesso è associato per lo più alla paura ed alla insicurezza.
    Che cosa mi rende insicuro o mi crea tensione?
    Di cosa ho paura?
    Ho difficoltà a esprimere i miei bisogni o le mie emozioni?
    Mi è già capitato di sentirmi minacciato?

    L’emicrania è un dolore acuto che colpisce solo un lato della testa. 

    Si presenta con crisi accompagnate da nausea e, a volte, da vomito. Le emicranie sono la manifestazione di un surplus emotivo rispetto a una situazione in cui ci siamo sentiti costretti o minacciati.”

    Il corpo è l’amico sincero, come sostiene Winkler Volker, la mente mente, il corpo mai.

    Eppure trascorriamo le nostre giornate, affidando alla nostra mente e ai nostri pensieri la responsabilità dei nostri successi e soddisfazioni.

    Attraverso i nostri pensieri, per lo più frutto di credenze ben radicate che ci portiamo appresso da anni, gestiamo la nostra vita e le nostre scelte.

    Eppure, come sostiene anche Daniel Kahneman nel libro “Pensieri lenti, pensieri veloci” il 95% delle nostre decisioni, anche se ben ponderate, non sono frutto di scelte razionali.

    Il modo in cui una persona elabora concetti ed emozioni può influire in modo significativo sul mal di testa dopo lavoro.

    Eppure, per compiere queste elaborazioni mentali, noi utilizziamo il cervello e i suoi neuroni: com’è possibile che il modo in cui lo utilizziamo non influenzi la sua salute? 

    Sarebbe come dire che il modo in cui usiamo i nostri muscoli non influisce sul loro stato fisico.

    Se dunque soffriamo di mal di testa, probabilmente un buon modo di guarire potrebbe essere un cambiamento nel modo di “usare la testa”. 

    Ogni cefalea va ovviamente valutata singolarmente e da competenze diverse dalla mia, ma ci sono comunque riflessioni trasversali che riguardano in particolar modo il sistema energetico e la nostra relazione con il controllo, il perfezionismo e la rigidità.

    L’origine del mal di testa dopo lavoro

    Il mal di testa non colpisce a caso: quando si cronicizza tende a scegliere le sue “vittime” fra persone che hanno un’attività di pensiero ipersviluppata e che difficilmente riescono a staccare la spina e a far riposare la mente. 

    • Razionalità in eccesso
      “Penso, dunque sono”: potrebbe essere questo il motto di chi soffre di mal di testa. Non c’è nulla che, secondo lui, non debba cadere sotto il bisturi tagliente della razionalità. Ogni questione viene sottoposta a un’analisi impietosa e rigorosa: non si smette di pensare fino a quando non se ne viene a capo e tutto ciò non permette  di prendere in considerazione le cose anche in altro modo. 
    • Perfezionismo
      “Volere è potere: in ogni caso bisogna sempre dare il massimo”: questo è il motto del perfezionista. E chi soffre di mal di testa ha sempre l’asticella molto alta verso se stessi e verso gli altri. Ha un giudice interiore molto severo ed il giudizio altrui ha un peso significativo. La paura di sbagliare governa la sua energia e vitalità. Ogni gesto diventa una performance che finisce col perdere di vista l’obiettivo concreto e i desideri più elementari.
    • Formalismo
      Molto formale nei modi, il cefalalgico tiene a fare buona impressione sugli altri, si sente piuttosto a disagio quando è al centro dell’attenzione, preferisce passare inosservato e dare un’immagine di normalità. In genere giudica con poco favore ciò che è vistoso e diffida delle persone spontanee. Molto del suo formalismo è dovuto a un’educazione rigida che per lo più è molto lontana dal suo sentire e volere. 
    • Altruismo eccessivo
      Soffre di mal di testa chi non si tira mai indietro. La sua disponibilità nei confronti degli altri spesso però è guidata dal bisogno di controllo. Ecco perché buona parte dei suoi interventi o dei gesti di abnegazione, più che da una genuina disponibilità, nascono dal desiderio di fare le cose a suo modo. Vi è una tensione e una gran fatica nel voler tenere tutto sotto controllo. Perdere il controllo genera paura dell’ignoto e di non conoscere eventuali reazioni. Ma sia in uno nell’altro modo, per l’altruista eccessivo si tratta di tensione, che si ripercuote inevitabilmente in emicrania. 
    • Rancori accumulati
      Il passato è come un enorme archivio di “sospesi” esperienze, ricordi belli o brutti che siano si mettono via ma non si cancellano. Lo stesso vale per i torti subiti: chi soffre di mal di testa non lascia cadere, anzi, tende a essere piuttosto rancoroso. Difficilmente però riesce a esprimere ciò che sente: trattiene, salvo poi esplodere istintivamente. Spesso si sente vittima di torti subiti.

    Quando ci permettiamo di  entrare in confidenza con il nostro mal di testa ed accoglierlo, senza conflitto, chiedendogli cosa ci vuole comunicare, stiamo orientando tutta la nostra energia mentale, fisica, emotiva verso una trasformazione. Il nostro sistema cellulare si attiva e si crea un nuovo movimento. Questo  movimento porta  una ridistribuzione cellulare e di ossigeno in tutto il corpo e l’energia si vitalizza. 

    Come debellare il mal di testa dopo lavoro?

    Ogni cura per il mal di testa va accompagnata da un cambiamento mentale e psichico. Ci sono cefalee che beneficiano della capacità di esprimere le emozioni, altre dal ridurre l’eccessivo controllo, altre dalla risoluzione di conflitti interiori, altre ancora del lasciare più spazio alla creatività, all’istinto e all’intuizione. Non si può ottenere tutto velocemente perché il cervello è ancorato alla sua modalità di pensiero ma con pazienza si può sviluppare un atteggiamento mentale più lineare e scorrevole, portando netti miglioramenti alla sintomatologia.

    l mal di testa esprime sempre qualcosa di esistenziale e di importante. A volte può trattarsi semplicemente di energia repressa (fisica, sessuale, affettiva, creativa), a volte rivela la presenza di un vissuto interiore cui la persona non dà spazio, perché non può, non riesce o non sa che esiste. Un vissuto costituito da un conflitto importante che chiede di essere risolto o da una rabbia che ha assoluto bisogno di essere espressa ma non ci riesce.

    Spesso soffre di emicrania la persona istintiva, entusiasta, energica, ma suo malgrado compressa da schemi di razionalità e autocontrollo, imposti dalle regole e dal sistema aziendale, che la bloccano. 

    A soffrirne è la testa, cui tocca l’ingrato compito di raffreddare continuamente il “ fuoco” interno. 

    L’ipertrofia della ragione è quindi un meccanismo di difesa che un soggetto intelligente e dotato mette in atto per difendersi da “un incandescenza” emotiva che non sa come maneggiare e teme di lasciar fluire. Solo che la tattica non funziona e il mal di testa compare proprio per ricordarcelo.

    Alcuni suggerimenti per attenuare l’emicrania al lavoro

    • La respirazione consapevole che da atto involontario diviene volontaria implica un maggiore apporto di ossigeno in tutto il corpo, sino ai distretti periferici. Ci sono tecniche di controllo del respiro molto efficaci per sciogliere il mal di testa, sempre con la supervisione di una guida
    • Migliorare la propria postura, specie quando si è seduti in ufficio o in auto, evitando di curvare la colonna vertebrale
    • Durante il lavoro al computer far riposare la vista periodicamente, guardando fuori dalla finestra e mettendo a fuoco oggetti lontani;
    • Dormire regolarmente, garantirsi un sonno di qualità che deve rispettare i propri ritmi circadiani.
    • Un’alimentazione bilanciata tra frutta, verdura proteine e carboidrati. Osservarsi: quali cibi creano pesantezza, osservare le associazioni, i condimenti. Preferire cibi freschi e poco trattati

    ENERGYOGANT

    Il metodo Energyogant concreto e misurabile, ha come intento il miglioramento e il sostegno dell’energia personale anche nei momenti di alto impatto lavorativo.

    E’ suddiviso in 4 macro aree all’interno delle quali vengono forniti strumenti e feedback per sviluppare energia, creatività, concentrazione e vitalità nel singolo, migliorando il  benessere organizzativo.