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prendere una decisione

  • Il metodo

    Cosa domandarsi quando bisogna prendere una decisione?

    Scelte o decisioni: la consapevolezza della differenza migliora risultati e benessere.

    VII principio vitale dell’azienda: DECISIONE

    Quante volte hai scelto di fare una determinata cosa, e poi non l’hai fatta?

    Quante volte, sin da subito hai percepito quale era “ la giusta scelta” , ma poi ti sei ritrovato a prendere altre decisioni?

    Quante scuse hai trovato nel dirti che sapevi qual era  la scelta giusta, ma poi viste le condizioni particolari, non hai agito?

    Spesso, per non dire quasi sempre, noi sappiamo qual è la scelta giusta, ma siamo indecisi e ci limitiamo a non prendere decisioni, o a decidere in forma conservativa.

    In realtà quando siamo indecisi, non abbiamo abbastanza forte il perché dell’azione che vogliamo intraprendere, e il risultato che vogliamo raggiungere attraverso la nostra scelta.

    Non appena il perché, e si chiarisce, ci sorprendiamo dell’energia che abbiamo per andare nella direzione della nostra scelta.

    Il ruolo della paura nel prendere decisioni

    Tra la scelta e la decisione c’è di mezzo la motivazione= motiv – azione, il motivo dell’azione.

    Ciò che ci blocca è la paura.

    La paura è la regina delle emozioni. Noi agiamo o non agiamo per paura.

    La paura può essere un’emozione estremamente utile che ci spinge a sviluppare un senso critico, ma può rischiare di diventare invalidante perché ci blocca.

    La buona notizia è che non si può non avere paura.

    La paura è quell’emozione che se non ci fosse, apiattirebbe  incredibilmente la nostra vita fino a portarci all’inedia, per non dire alla morte.

    Quindi se siamo bloccati dalla paura, il motivo che ci spinge all’azione, e a prendere decisioni ,deve superare, almeno un pochino, la paura stessa. 

    E questo motivo deve spingerci a prendere una decisione.

    Questa decisione è un atto di coraggio (cor-agire) =azione del cuore

    “Il coraggio è resistenza alla paura e dominio della paura, ma non assenza di paura.” Mark Twain

    L’errore come chiave di volta per prendere decisioni

    Nessuno MAI fa, a priori, una scelta che ritiene sbagliata, ma a volte capita che si riveli essere sbagliata!

    Ciò che potrebbe sorprenderci è che proprio quella decisione, apparentemente sbagliata, potrebbe essere la migliore per noi in quel momento: perché da quello potremmo capire l’errore, non commetterlo più e avere un futuro radioso.

    Potremmo scoprire di avere molto più coraggio di quanto immaginavamo, potremmo vedere esattamente ciò che non vogliamo e di conseguenza comprendere CIÓ CHE DAVVERO VOGLIAMO.

    Ciò che potrebbe ulteriormente aiutarci a comprendere come mettere in campo il motivo dell’azione (motiv -azione) è rispondere a questa domanda?

    Quante sono le scelte che fai ogni giorno?

    Quante sono le decisioni che prendi ogni giorno?

    Difficilmente si dice prendere una scelta. Le scelte si fanno, le decisioni si prendono. Già i due verbi ci orientano su strategia e operatività!

    Scelta, participio passato di scegliere, dal latino ex-eligere. Ex=da +eligere= selezionare, preferire.

    Ogni scelta, se autentica, implica un atto di libertà e responsabilità ed ha a che fare anche con una rinuncia.

    Decisione, dal latino decīdĕre, dall’unione del prefisso de- = da con il verbo caedĕre = tagliare. Quindi, letteralmente, decidere significa tagliare da, tagliar via, dare un taglio, definire. 

    Daniel Kahneman nel suo libro Pensieri Lenti, Pensieri Veloci, afferma Raramente le scelte umane sono dettate esclusivamente dalla razionalità̀, anche quando sembrano molto ben ponderate” 

    Non è che dice spesso…dice RARAMENTE!

    Abbagnano, con il termine di scelta intende “Il procedimento con cui una possibilità determinata, a preferenza di altre, viene assunta o fatta propria o decisa o realizzata in modo qualsiasi”. 

    Se la scelta viene o assunta o fatta propria o decisa o realizzata, essa sembra appartenere a una sfera più ampia di quella della decisione. 

    Decidere deriva, invece, dal latino “tagliare”, che sta a indicare un giudizio definitivo, una risoluzione che pone fine a ogni dubbio e incertezza. 

    Diversamente dalla scelta, che riflette delle preferenze soggettive individuali, la decisione riflette qualcosa di più oggettivo e necessario che può anche contrastare le preferenze individuali. 

    Chi, ad esempio, decide di obbedire a una necessità imposta, di qualsiasi genere essa sia, non opera una scelta secondo le sue preferenze. 

    Così, l’espressione di “scelta obbligata” è in realtà un ossimoro!

    Se c’è di mezzo un obbligo, non ci può essere scelta. 

    Poche scelte, infinite decisioni

    La scelta può essere fatta con apparente libertà, solo se riguarda limitatissime sfere d’azione individuale che dipendono dal soggetto che sceglie.

    Spesso NON scegliamo perché siamo irretiti dal contesto, dalle circostanze che riteniamo non essere favorevoli alle nostre scelte.

    L’importante è iniziare ad esserne consapevoli: non scegliamo perché stiamo dando maggior potere al contesto esterno e alle condizioni non favorevoli.

    Non è un giudizio, sia ben inteso.

    E’ il primo passo, importantissimo, per iniziare a rispondere alle 2 domande di cui sopra.

    Riprendendo Kahneman e trovandomi perfettamente d’accordo, la verità è che nella nostra vita di SCELTE ne facciamo poche, mentre prendere decisioni è un’attività continua.

    Il malessere spesso è dato da questa confusione o sovrapposizione.

    Le scelte sono quelle che spesso nella nostra vita abbiamo fatto direttamente “di pancia” anche quando tutti i ragionamenti ben ponderati ci avrebbero orientati a prendere tutt’altra decisione.

    Esempio: cambiare lavoro, generare un figlio, sposarsi, divorziare, comprare casa, ma anche scegliere un prodotto di impulso al supermercato, fare un corso di acquerello nella tua giornata iper impegnata, imparare una nuova lingua, e così via..

    Se ci pensiamo bene, tutte queste scelte (perché di scelte si tratta) si sono avvalse, per lo più, di ragionamenti mentali, valutazioni,.ma…quel momento, il momento preciso in cui abbiamo scelto è stato un “tuffo “, un dire “sì” a noi stessi sapendo che quell’attimo non aveva niente a che fare con i nostri pensieri.

    Il sentire che quella è la scelta migliore solitamente sprigiona entusiasmo, soddisfazione, leggerezza.

    Tutto il corpo fisico risponde a quella sollecitazione ben chiara:

    gli occhi sono brillanti, la pelle più luminosa, la postura si apre a livello toracico, il respiro cambia frequenza e si stabilizza, la bocca dello stomaco si rilassa.

    Lo stesso dicasi quando, per esempio, facciamo colloqui di lavoro.

    Spesso bastano pochi istanti per “sentire” se quel colloquio andrà a buon fine. Ma altrettanto spesso, non ci permettiamo di ascoltare il nostro sentire e lasciamo prendere il sopravvento alla nostra abilità cognitiva, distraendoci completamente.

    La scelta ha a che fare con il nostro sistema di valori fondamentali, e con il nostro sistema emozionale.

    Quei valori che per noi rispondono alla categoria del “non si mettono in discussione”.

    Quei valori che sentiamo davvero nostri, e che riconosciamo “separati “o “trasformati” dai valori del contesto culturale, familiare, sociale.

    Quali sono i tuoi valori?

    Prova a fare l’elenco dei tuoi 5 VALORI principali ed osserva se sono davvero i TUOI valori.

    Se riconosco i miei valori e li porto consapevolmente con me nella vita, diventa più semplice agire nei momenti critici della mia vita lavorativa e/o professionale.

    La decisione ha a che fare con “cognizione di causa”, con la conoscenza empirica; ed è tanto più libera, quanto più è conosciuta la sfera d’azione della decisione stessa.

    In questo senso la decisione non coincide necessariamente con la scelta preferita: in ogni campo la decisione migliore è quella suggerita dalla necessità conosciuta.

    E’ operativa, razionale, pragmatica.

    Prendere continuamente decisioni nella nostra giornata ci fa stare nel fare, nell’agire.

    Spesso il turbinio delle decisioni ci allontana dal nostro sentire “di pancia”, dai nostri valori, dalle nostre SCELTE.

    Quando QUESTA DISTANZA diventa troppa, il nostro corpo ci manda dei segnali: stanchezza, stress, rabbia, depressione, malessere.

    “Scelta” e “Decisione” quindi, nella nostra quotidianità, si trovano quasi sempre in contrapposizione, perché le necessità comuni (famiglie, organizzazioni varie di appartenenza dell’individuo, etnie, religioni) impongono, per lo più, decisioni che sono in contrasto con le SCELTE individuali. 

    In ambito aziendale questo contrasto spiega, più di ogni altra ragione l’esigenza per ogni organizzazione, di avere “la persona giusta al posto giusto”: si tratta infatti di utilizzare, per la realizzazione di decisioni per l’interesse comune, qualcuno che non sia impedito dalle sue SCELTE personali.

    E ciò può avvenire soltanto se le decisioni comuni sono in sintonia con le SCELTE valoriali personali di quella persona.

    In altre parole,”la persona giusta al posto giusto”è chi prende la decisione  per l’interesse comune sentendola anche congeniale alla propria SCELTA (valori, qualità, capacità, attitudini, ecc.): chi si comporta esattamente come se la decisione comune fosse la sua stessa scelta personale.

    Quando le  SCELTE e le DECISIONI prendono forma, i sentimenti contano PIÙ’ del pensiero razionale. 

    Ed è quindi proprio da queste che bisogna partire per elaborare un sistema di assistenza decisionale appropriato alla complessità che ci appartiene.

    Quindi cosa ci aiuta a prendere decisioni?

    Raramente siamo chiamati a prendere strade irreversibili: è il tempo ad esserlo, non le nostre azioni (o almeno, non la maggior parte). 

    Se una scelta responsabile, ponderata e non superficiale dovesse rivelarsi errata, è possibile in qualche modo correggerla o trovare una via alternativa.

    E quindi, cosa ti trattiene dal decidere? 

    Cosa ti spaventa della scelta che devi compiere? 

    Valuta se, accettato il rischio e la paura dell’errore, ci sono ostacoli, persone e/o situazioni che ti fanno vacillare.

    Considera se i contro di ciò che intendi fare superano i vantaggi che puoi ricavarne.

    Chiedi e ascolta i consigli di colleghi a cui tieni veramente, persone di cui ti fidi anche fuori dal contesto aziendale e soprattutto fai silenzio, entra in uno stato di immobilità fisica totale, ascolta il respiro e cosa si muove nel corpo rispetto al prendere quella decisione. 

    Osserva se c’è sforzo e fatica, perché quello è un ottimo segnale per aiutarti a comprendere che non è quella al strada giusta per te!

    Dove c’è troppo sforzo e fatica mentale c’è scollamento dal proprio sentire.

    Alla fine dovrai essere tu a trarre le conclusioni e ad assumerti la responsabilità della scelta che prenderai.

    ESERCIZIO: 

    Porta alla tua attenzione una criticità, una decisione da prendere. 

    Prepara vicino a te carta, penna, e pennarelli colorati.

    Siediti comodo con la schiena staccata dallo schienale e siediti sul ciglio della sedia, non incrociare le gambe e tieni i piedi paralleli a contatto con la terra.

    Chiudi gli occhi e respira qualche istante, rendendo il tuo respiro sempre più calmo, ampio e profondo.

    Prova a chiederti cosa senti nel corpo in questo momento e lascia che la posizione ferma e il silenzio lascino emergere quel che c’è.

    Interrogati sul tuo percorso, su come sei cresciuto, sulle situazioni che ti hanno fatto diventare la persona che sei. Rifletti sulla tua formazione, sulle tue esperienze, sui tuoi interessi.

    Chi sei adesso?

    Dove vuoi andare? 

    Cosa ritieni irrinunciabile nella tua vita?

    Perchè sei tentato da questa decisione?

    Cosa ti trattiene dal decidere?

    Apri gli occhi, prendi carta e penna e lascia andare i colori sul foglio senza pensare, potrebbero uscire parole, disegni, tratti o scarabocchi. Questo esercizio ti aiuterà a rilasciare tensioni inutili e a fare chiarezza.

    ENERGYOGANT

    Il metodo Energyogant concreto e misurabile, ha come intento il miglioramento e il sostegno dell’energia personale anche nei momenti di alto impatto lavorativo.

    E’ suddiviso in 4 macro aree all’interno delle quali vengono forniti strumenti e feedback per sviluppare energia, creatività, concentrazione e vitalità nel singolo, migliorando il  benessere organizzativo.

  • Il metodo

    Maschile e femminile: la miglior comprensione per trasformare il conflitto in azienda

    conflitto-in-azienda-myhara

    La prima competenza necessaria per risolvere il conflitto in azienda è la conoscenza di Sé.

    Il maschile e il femminile sono 2 energie, prima ancora di essere rappresentate dall’immagine di uomo e donna.

    In un paradiso delle origini esse inizialmente erano inscindibilmente unite.

    Ritroviamo tutto ciò nella mitologia greca (Pandora che viene forgiata da Prometeo), andina (Pachamama la grande terra e Pachacamac il signore del cielo), nella religione cattolica (Eva nasce dalla costola di Adamo), nella psicologia evoluzionista (la neonata rispetto agli approcci psicologici più tradizionali) che ci conferma che, frutto di un determinismo evolutivo, esistono queste due nature con proprie specificità e non possiamo farci niente.

    L’esperienza socio ambientale si innesca su una natura umana già alla base differenziata, dotata di una grande plasticità, ma non è unisex come dice Stewart-Williams, Steve nel libro “La scimmia che ha capito l’universo.” 

    Quando il femminile si stacca dal maschile, sulla Terra ha origine la sofferenza,il dolore, la frustrazione.

    Pandora apre il vaso da cui escono tutti i mali, Eva mangia la mela provocando la caduta del paradiso terrestre, Pachamama grazie a Pachamacac, che porta la prima alba, torna a regnare sulla Terra florida.

    La psicologia evoluzionista non prende minimamente in considerazione il maschile senza il femminile.

    Il maschile e femminile sono due rovesci della stessa medaglia, che ci riguardano direttamente, nella nostra intrinseca natura.

    Essere uomo o donna appartiene al nostro corpo fisico (considerato peraltro l’altra faccia dell’anima) e alla nostra biologia. E’ indiscutibilmente vero che un corpo fisico maschile ha caratteristiche differenti da quello femminile, primo fra tutti, l’apparato genitale esterno nell’uomo, interno nella donna.

    Ma maschile e femminile riguarda tutta la Natura, l’acqua, l’aria, il fuoco, la luna, il sole.

    Se pensassimo il giorno senza la notte la Natura sarebbe scompensata, se non dormissimo e fossimo sempre legati ad attività diurne, presto o tardi manifesteremo sindromi di squilibrio.

    Hai mai pensato che tutto, ma proprio tutto è maschile e femminile?

    Quando questo movimento e’ alterato si crea conflitto.

    Le stesse energie, come riporta C.G.Jung parlandoci di Animus e Anima come componenti maschili e femminili presenti in ognuno di noi, vanno osservate e riconosciute ed armonizzate.

    Questo è il primo conflitto che nasce dentro di noi e che poi genera conflitti all’esterno, ed anche in azienda.

    All’origine queste 2 energie erano distinte, ma non separate.

    Quando ci pensiamo come o solo energia femminile o solo energia maschile creiamo in noi stress, sofferenza, ansia e agitazione.

    Il cammino per conoscere la vera causa del dolore e reciderlo alla radice è il cammino della riunificazione degli opposti.

    Questo è il percorso che ognuno di noi dovrebbe fare per sciogliere l’inganno della sofferenza.

    Gli archetipi e il conflitto in azienda, e nella vita

    Quando l’uomo riesce ad unificare dentro di Sé l’archetipo maschile e quello femminile è “illuminato”, sta bene, è vitale, propositivo, creativo, centrato.

    Nella nostra cultura è una condizione rara.

    Non solo l’archetipo maschile e l’archetipo femminile sono distinti e separati, ma c’è prevaricazione dell’archetipo maschile.

    La simbologia patricentrica lasciata da sola, senza il contributo del simbolo matricentrico, si fonda solo sulla ratio, il logos, il pensiero, l’analisi diagnostica e non integra l’invisibilità, l’anima.

    L’azienda in questa visione patricentrica è come una macchina, un corpo meccanico in cui il sistema matricentrico non è presente.

    L’azienda patricentrica, focalizzata al profitto e alla competitività, non lascia spazio al simbolo matricentrico e parte dal mettere al centro non solo l’Io, ma ha come fine il  continuo rinforzo delle strutture dell’Io.

    Ma l’Io separato dalla sua ombra, dalla sua parte invisibile, del Tutto… è una gabbia.

    La visione patricentrica dell’azienda ne filtra l’anima attraverso le categorie diagnostiche, il distinguo analitico.

    L’Archetipo maschile risponde a solarità, razionalità, ordine,logos, logica analisi.

    sociale, dominio. La vista è il senso che prevale sugli altri .

    L’Archetipo femminile risponde a lunarità, oscurità, pathos, sentimento, anima, invisibilità, cura del particolare. Il senso prevalente è il tatto, legato alla carezza, al gesto che guarisce.

    Nell’articolo precedente abbiamo anche visto come interagiscono i 2 emisferi cerebrali ed ora potremmo mettere insieme tutti i pezzi di questo puzzle, che siamo noi, e comprendere meglio come il conflitto interno è causa del conflitto in azienda e nelle relazioni in generale.

    Il conflitto deve essere compreso ed integrato.

    Solo un approccio consapevole consente di gestire e trasformare il conflitto in un momento di sviluppo aziendale e crescita personale.

    Non sempre il conflitto in azienda e nella vita è negativo

    Chiarito il posizionamento del maschile e femminile e l’importanza di includere la diversità come nutrimento e ricchezza, torniamo alla consapevolezza di questo continuo movimento delle 2 energie in noi per migliorare la gestione del conflitto in azienda e fuori.

     “Il conflitto è quella situazione che si determina tutte le volte che su un individuo agiscono contemporaneamente due forze psichiche di intensità più o meno uguale, ma di opposta direzione”.

    (Kurt Lewin)

    La vera consapevolezza è che dentro di noi sussistono sempre forze psichiche opposte e distinte, ma non separate. Quindi il conflitto nasce, per sua natura, intrapsichico quando non riconosciamo le nostre 2 energie, maschile e femminile, senza includere e armonizzandole.

    Recenti ricerche mostrano che l’85% dei dipendenti a tutti i livelli (compresi quindi il management ed il vertice d’impresa) trascorrono in media circa 2,8 ore ogni settimana nell’affrontare situazioni conflittuali in cui differenti obiettivi di settore e individuali, nonché differenti vedute ed esigenze, creano divergenze. Ogni anno, quelle ore di perdita di produttività sommate valgono miliardi di euro. Senza considerare gli effetti psicologici ed emotivi.( cit. Working Paper)

    Di per sé un conflitto è la presa d’atto che esistono posizioni diverse rispetto ad un problema comune. Questa non è una situazione negativa ed anzi può essere un’occasione per attivare un interessante processo di problem solving finalizzato ad individuare una soluzione con il contributo di tutti i soggetti coinvolti.

    Una situazione conflittuale diventa realmente problematica quando è gestita male e si trasforma in uno scontro tra persone.

    Vari modi di catalogare i conflitti in azienda

    In base ai soggetti coinvolti:
    • Conflitto intrapsichico: stato di tensione che una persona avverte confrontandosi con bisogni, desideri, impulsi e motivazioni contrastanti. La tensione nasce a causa di forze contrapposte che indirizzano la persona a prendere una decisione piuttosto che un’altra.
    • Conflitto interpersonale: il soddisfacimento di un desiderio o il conseguimento di un obiettivo da parte del singolo entra in contrasto con desideri e obiettivi di altre persone.
    • Conflitto intragruppo e conflitto intergruppo: fra membri dello stesso gruppo o di gruppi differenti.

    In base alla tipologia di argomento:

    • Conflitto di tipo emotivo: tende a degenerare, perché le persone in questione non chiariscono i loro punti di vista o per timore dell’altro o per paura di esporsi in una relazione di rabbia o di rifiuto.
    • Conflitto di interessi: le persone coinvolte hanno interessi differenti e contrastanti che possono essere soddisfatti solo a discapito dell’altro.
    • Conflitto di dati: quando le persone coinvolte non solo hanno due punti di vista diversi ma possiedono informazioni parziali o travisate. 

    In base all’esito:

    • Conflitto distruttivo: interferisce con l’efficacia del lavoro svolto e con un clima di lavoro salutare. La comunicazione in questo caso è contraddistinta dalla competizione: ogni membro del gruppo cerca di influenzare gli altri semplicemente allo scopo di avere ragione imponendo il suo punto di vista. 
    • Conflitto costruttivo: i membri del gruppo sono consapevoli che il disaccordo è un aspetto naturale all’interno delle dinamiche di gruppo e può anzi rappresentare un fattore chiave per il raggiungimento dei loro obiettivi comuni. Questo tipo di atteggiamento si riflette in un tipo di comunicazione in cui prevale la cooperazione: le idee e le opinioni di tutti sono ascoltate con interesse, attenzione e positività.

    Competenze necessarie per gestire positivamente i conflitti in azienda

    Come possiamo verificare dall’elenco qui sotto la prima voce riguarda sempre il proprio Sé. 

    • Conoscenza di sé 
    • Conoscenza dell’Altro
    • Comprensione
    • Comunicazione
    • Cooperazione
    • Fiducia
    • Pensiero  Divergente e Creativo
    • Valorizzazione (autostima)

    Quando smetteremo di cercare fuori la soluzione al nostro conflitto interiore, noteremo un grande beneficio:

    Armonia: sentirsi in sintonia con la nostra essenza trasmette una sensazione di tranquillità. È così che ci avviciniamo a ciò che desideriamo e intraprendiamo una ricerca assertiva

    Auto-conoscenza: cercare dentro di noi ci permette di conoscerci meglio

    Assertività: volgendo lo sguardo verso il nostro Io interiore, scenderemo dal piedistallo su cui ci pongono gli altri, ci lasceremo alle spalle i pregiudizi e instaureremo relazioni più sane.

    Quando cerchiamo fuori, quello che in realtà abbiamo dentro, ci allontaniamo da noi stessi.

    Il conflitto in azienda e l’omeostasi di sistema

    Noi siamo parte di un sistema con il quale interagiamo quotidianamente. Un sistema che varia e che, per reggersi ed essere continuo, si deve autoregolare attraverso l’integrazione delle parti.  

    Pensando all’azienda come ad un “essere vivente” una delle sfide di leadership è la ricerca dell’omeostasi interna. 

    Il termine omeostasi deriva dalla fusione di due parole greche, òmoios, “simile” e stasis “posizione”. 

    Padre di questo neologismo fu Walter Cannon, che riprese i concetti di Claude Bernard, secondo cui “tutti i meccanismi vitali, per quanto siano vari, non hanno altro che un fine costante: quello di mantenere l’unità delle condizioni di vita dell’ambiente interno“. 

    E’ la tendenza naturale al raggiungimento di una relativa stabilità, sia delle proprietà chimico-fisiche interne sia comportamentali, che accomuna tutti gli organismi viventi, per i quali tale regime dinamico deve mantenersi nel tempo, anche al variare delle condizioni esterne, attraverso precisi meccanismi autoregolatori, grazie all’integrazione e all’equilibrio delle funzioni.

    Il conflitto in azienda può essere risolto attraverso il bilanciamento delle parti?

    Abbiamo compreso che pensare di eliminare il conflitto tra le persone è inutile. Imparare a creare un ambiente in cui il conflitto venga assorbito e trasformato in possibilità, no.

    Come sosteneva  Eraclito «Il Polemos è il padre di tutte le cose» 

    Ogni conquista dell’uomo, nel bene e nel male – al di là del bene e del male – è sempre stata il risultato di un polemos, una guerra, un conflitto, condizionato quindi da quest’ultimo.

    Il conflitto dei conflitti: maschile e femminile in azienda

    Come nessun uomo presenta, a senso unico, i tratti tipici del maschile, così la donna non rappresenta al cento per cento i tratti tipici del femminile. Abbiamo visto anche l’approccio delle psicologia evoluzionista che definisce il grado di identificazione al ruolo associato al sesso biologico, come un dato di natura. Vi sono poi i fattori culturali e le dinamiche intrapsichiche che affondano le loro prime radici nell’infanzia e in rapporto alle figure genitoriali, che vengono poi rimaneggiate con lo sviluppo della sessualità. 

    Tutto concorre al continuo movimento di queste 2 archetipiche energie.

    Un uomo in posizione femminile non è necessariamente omosessuale o isterico, così come una donna che si discosta dallo stereotipo femminile non va da sé che scelga di amare le donne o soffra di nevrosi ossessiva. 

    Non solo: un uomo con forti tratti femminili può essere virile al pari di uno pienamente identificato alla mascolinità, se non addirittura risultare un maschio più completo. Stessa cosa per la donna: quella dal carattere più forte può esaltare la sensibilità femminile fino alle vette più alte. 

    Il possesso quindi  di particolarità appartenenti al principio opposto non diminuisce quelle considerate congruenti con il sesso biologico ma può, quando non prende il sopravvento, addirittura esaltarle e arricchirle attraverso la convivenza dei contrari. Viceversa l’adesione senza scarti a ruoli predefiniti implica impoverimento e ripetizione di stereotipi.

    La nostra singolarità è data dalla miscela unica e irripetibile che c’è in ciascuno di noi, di tratti femminili e maschili. Di energia abbiamo parlato più volte negli articoli precedenti (https://www.energyogant.it/la-prima-risorsa-di-diversita-ed-inclusione-sei-tu/).

    Artiste, scienziate, manager e tutte coloro che sono impegnate su un qualche versante esistenziale sono esempi di donne la cui femminilità può venir esaltata proprio dal possesso di tratti maschili, se essi non ne dominano completamente lo psichismo e restano in tensione con il femminile.

    Questi tipi hanno del maschile l’orientamento al sociale, la ferrea razionalità, un certo coraggio nell’osare e nel prendersi delle responsabilità. Ma, se conservano anche doti femminili, la loro capacità di cura, l’apertura all’altro e la ricettività ne saranno potenziate e non sminuite o schiacciate.

    Il maschile viene in aiuto al femminile nella misura in cui ne valorizza l’energia intuitiva e tempera gli eccessi. Allo stesso tempo gli uomini possono beneficiare dei loro aspetti più squisitamente femminili, se imparano a considerarli non come limiti ma come marce in più rispetto ai loro colleghi maschi “che non devono chiedere mai”. Qui è il femminile che può venire in aiuto: sensibilità e attenzione all’altro sono doti che limitano gli effetti distruttivi di individualismo e razionalità spietate. 

    Un uomo che non rinuncia alla sua componente femminile raccoglierà frutti e soddisfazioni più durature e meno effimere rispetto al puro esercizio del potere.

    Ecco che le caratteristiche dei due generi si completano e, se gestite correttamente, generano maggiore efficienza e bilanciamento di talenti in azienda.

    Rifiutare un genere a favore dell’altro rientra nella visione maschile della società.Il femminile crea e trasforma, il maschile concretizza.

    Raffele Morelli sostiene : “Ogni volta che rifiuto un uomo/una donna sto rifiutando una parte di me”.

    Non c’è altra via che il lavoro di crescita su di Sé attraverso la conoscenza dei propri meccanismi di funzionamento, la scoperta delle proprie potenzialità e la capacità di gestire i talenti in funzione della richiesta della situazione.

    Solo allora potremmo usare il femminile ed il maschile dentro di noi come ricchezza della diversità e inclusione delle sue parti. E nella manifestazione corretta di queste due energie, generare alte frequenze a beneficio del collega, del team di lavoro, dell’azienda in generale.

    «Non è il nostro compito quello d’avvicinarci, così come non s’avvicinano fra loro il sole e la luna, o il mare e la terra. Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra meta non è di trasformarci l’uno nell’altro, ma di conoscerci l’un l’altro e d’imparare a vedere e a rispettare nell’altro ciò che egli è: il nostro opposto e il nostro completamento.»

    Hermann Hess, Narciso e Boccadoro, 

    ENERGYOGANT

    Il metodo Energyogant concreto e misurabile, ha come intento il miglioramento e il sostegno dell’energia personale anche nei momenti di alto impatto lavorativo.

    E’ suddiviso in 4 macro aree all’interno delle quali vengono forniti strumenti e feedback per sviluppare energia, creatività, concentrazione e vitalità nel singolo, migliorando il  benessere organizzativo.

  • News

    Anche la NON scelta è una scelta

    Ogni attimo è frutto di una decisione e ognuno di noi è il risultato delle decisioni prese nel corso del tempo.
    Non possiamo non scegliere.
    Anche quando decidiamo di non prendere una decisione, stiamo facendo una scelta.

    Si parla spesso di essere neutrali, obbiettivi quando si prendono decisioni importanti.

    Di cosa si tratta realmente?
    Come possiamo essere certi di fare la cosa giusta?

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  • Il metodo

    La leadership emotiva passa attraverso l’energia del corpo

    Nel 2005 sono stata operata alle corde vocali perchè avevo un nodulo che ostruiva il passaggio del suono. Le corde vocali si erano irrigidite e mi ritrovai completamente afona.

    Per il mio lavoro in particolare, sempre a contatto con le persone, anche nell’insegnamento, era un disagio penalizzante.

    Ma è stata anche la mia fortuna.

    Venivo da un’esperienza aziendale di leadership tradizionale, up & down, e la mia difficoltà principale era “starci dentro”.

    Avevo un ruolo manageriale e il lavoro mi piaceva, ma ero sempre in conflitto con ciò che sentivo e con l’ambiente aziendale.

    Ecco che il sintomo fisico mi arrivò proprio colpendo la gola. 

    Non riuscivo a comunicare quello che ero. 

    Le mie corde vocali erano impregnate di un miscuglio di emozioni, di conflitto e dolore.

    Lavoravo già da parecchi anni sull’intelligenza emotiva e le emozioni nel corpo, mi ero laureata con una tesi sulla comunicazione non verbale, ma era più facile riconoscerle negli altri che in me.

    Dopo il 2005 ho compreso che, se non mi fossi presa la responsabilità di lavorare in primis su di me, non avrei mai potuto guidare, ispirare nessun altro, nemmeno i miei figli, anzi soprattutto loro.

    Non ci addentriamo in questa sede sul significato dell’intelligenza emotiva essendoci una bibliografia amplissima e, trovando in Goleman, il padre dell’intelligenza emotiva.

    Saper guidare è un’abilità importante per chi lavora in gruppo. Che si tratti della direzione di un’impresa o della necessità di motivare i colleghi, essere capaci di ispirare e dirigere è fondamentale per raggiungere qualunque obiettivo.

    Goleman ci parla di 6 tipi di leadership emotiva ma ci dice anche che non esiste uno stile di leadership emotiva migliore di altre. 

    Si basano tutti sulla capacità di capire le emozioni altrui.

    Ma come faccio a comprendere le emozioni altrui se non riconosco le mie?

    E’ importante notare che molte persone non riescono a capire le proprie emozioni perché non sanno interpretare bene i segnali inviati dal proprio corpo. 

    Solitamente associamo le emozioni a un sentimento, ma in realtà tutte le emozioni partono da una sensazione fisica. Questo vuol dire che, indipendentemente dal nostro grado di confusione, possiamo entrare in contatto con un’emozione prestando attenzione a cosa succede al nostro corpo.

    Essere consapevoli del proprio corpo può sembrare la cosa più semplice.

    In realtà scopriamo che non è proprio così. 

    Se stiamo fermi non lo sentiamo. Se camminiamo siamo distratti da altre sensazioni.

    Le ragioni per cui e’ importante essere consapevoli del proprio corpo sono :

    • la consapevolezza del proprio corpo è un evento in continuo movimento che ci ancora al momento presente
    • le sensazioni fisiche sono porte d’ingresso per riconoscere le proprie emozioni
    • le sensazioni fisiche accompagnano i processi di pensiero e, a volte, attivano pensieri ripetitivi
    • la consapevolezza corporea riduce l’eccessiva identificazione con gli stati mentali negativi
    • ci permette di incontrare, in modo delicato, quello che tendiamo ad evitare emotivamente

    Evitare di sentire il corpo ha una ragione principalmente pratica: evitare di sentire le emozioni.

    E’ piu’ accettabile avere una tensione sulle spalle, piuttosto che sentire la rabbia; avere un vuoto allo stomaco piuttosto che sentire la paura.

    Quindi il  primo passo è sicuramente allenarsi ad ascoltare il proprio corpo.

    Vantaggi e Svantaggi della leadership emotiva

    La sfida è riconoscere vantaggi e svantaggi della leadership emotiva e “surfare” in equilibrio tra il fare e il sentire, l’imporre e l’accogliere, l’azione e la riflessione. 

    Tutto ciò ha a che fare con la nostra energia personale maschile e femminile. 

    • Prosperare in periodi di caos e di cambiamenti turbolenti
    • Essere sincero nel comunicare verità “dolorose”
    • Ispirare, generare, rendere sentito l’obiettivo dell’azienda
    • Promuovere innovazione e creatività
    • Creare relazioni cordiali e durevoli sia all’interno che verso i clienti
    • Essere empatici ma autorevoli

    La leadership emotiva comprende ognuna di queste possibilità.

    Come qualunque altra competenza o approccio, può avere  aspetti positivi e negativi. Considerarli ci aiuterà a decidere se fare appello alle emozioni sia la scelta più adeguata o se, al contrario, sia meglio ricorrere a un approccio più basato sulla logica e meno sull’empatia.

    Vantaggi:

    Non si può negare che dirigere un gruppo avendo a disposizione una buona dose di intelligenza emotiva offre benefici di ogni tipo. Tra i principali troviamo un ottimo equilibrio tra il raggiungimento degli obiettivi e buone relazioni all’interno del gruppo. Questo probabilmente significa dover sacrificare, in certa misura, l’efficienza dell’impresa, in cambio offrirà maggiore benessere ai dipendenti.

    Un buon leader emotivo deve essere capace di valorizzare le qualità dell’equipe, di aiutare gli altri a scoprire e sviluppare talenti e competenze. Uno dei risultati sarà una maggiore motivazione del gruppo, fondamentale per il buon andamento dell’azienda.

    Svantaggi:

    Adottare la leadership emotiva, tuttavia, può non essere sempre ottimale. In alcune circostanze potrebbe dare corso ad una serie di ripercussioni negative, tra cui:

    • Portare il leader ad agire in modo impulsivo. Un atteggiamento simile può essere svantaggioso per l’azienda e per il raggiungimento degli obiettivi nel caso in cui richiedano un orientamento più razionale.
    • Causare problemi di autocontrollo. In alcune occasioni, un leader deve prendere decisioni difficili, dure a livello emotivo. Un eccesso di empatia può rendere la gestione complicata o andare contro il processo stesso.
    • Provocare fluttuazioni emotive. Un eccesso di empatia o connessione con le proprie emozioni può far sì che queste influiscano troppo sullo stato d’animo del leader. Un leader, in linea di massima, deve essere un esempio di solidità e stabilità; diventa invece complicato esserlo quando si è in balia di emozioni non controllate.

    Come l’intelligenza emotiva influenza la leadership emotiva

    L’intelligenza emotiva può essere riconosciuta come l’insieme di specifiche capacità quali: consapevolezza, padronanza di sé,  motivazione, empatia, abilità nelle relazioni interpersonali, che permettono di utilizzare le emozioni come un patrimonio di ricchezza a vantaggio nostro e della collettività.

    L’IE ( intelligenza emotiva) incontra la leadership là dove si manifestano capacità di: 

    • ascolto
    • empatia
    • autorevolezza
    • capacità di ispirare gli altri a partire da ciò che li motiva, capacità di creare un ambiente emotivamente sicuro
    • influenzare emotivamente i propri collaboratori, saperli motivare innescando sentimenti positivi e riuscendo a liberare l’espressione del talento personale

    Goleman in Leadership emotiva. Una nuova intelligenza per guidarci oltre la crisi, afferma che Il leader emotivo è una persona “dotata di uno speciale talento di calamita limbica” che ha la capacità di creare risonanza, di stimolare comportamenti che permettano di suscitare emozioni positive, entrando in contatto e influenzando il cervello emotivo dei propri collaboratori.

    Come afferma Goleman, “ I leader sanno scuoterci. Accendono il nostro entusiasmo e animano quanto di meglio c’è in noi.”

    La leadership emotiva è sinergia tra energia maschile e femminile

    La cultura occidentale ha da sempre scelto lo sviluppo dell’intelligenza cognitiva e ha fatto della mente e del logos la propria coppia d’assi, ignorando che le emozioni sono alla base di ogni comportamento umano. 

    Così sono stati costruiti i nostri modelli di management, e il ruolo di leader costruito su valori maschili, indipendentemente dal gender del leader, e per tradizione associato al concetto di forza, decisione, e razionalità.

    Sarebbe riduttivo negare che valori come empatia, nuova leadership, balance sono entrati a livello concettuale nelle organizzazioni ma non ne permeano ancora il terreno.

    Definiamo il femminile come l’energia dell’emotività, dei sentimenti, della sensibilità e della ricettività, della cura, della creatività. Viceversa il maschile richiama razionalità, azione, freddezza, coraggio, lealtà, individualismo e spinta all’avere. Il femminile è per lo più interiore e si declina nella cura del particolare, nell’andare dentro. Il senso prevalente è il tatto, legato alla carezza, al gesto che guarisce. L’energia maschile è orientata al sociale, al dominio, all’andare verso l’esterno e conseguentemente la vista prevale sugli altri sensi.

    Come  attuare una trasformazione a favore di una  leadership emotiva?

    Un primo passo è osservare in che equilibrio sono le nostre 2 energie maschili e femminili.

    Perché il successo di un’autentica leadership emotiva deve tenere conto del proprio femminile. Altrimenti il conflitto interno si manifesta all’esterno e non siamo riconosciuti.

    Permettere all’uomo di riconoscere le proprie emozioni significa integrare la propria energia femminile. Permettere alla donna di esprimere il potere femminile con le caratteristiche del femminile permette di abbassare il disequilibrio dell’energia maschile della donna in azienda.

    Per esercitare una bisogna riscoprirsi esploratori.

    Fare l’esploratore significa sapersi muovere su qualsiasi tipologia di terreno, sapersi orientare in qualsiasi momento della notte e del giorno, riconoscere i pericoli affrontarli e trovare la giusta soluzione. Ecco perché oltre al piano delle competenze, è opportuno sapersi destreggiare in ogni occasione che si presenta.

    Ma fare l’esploratore significa anche ascoltare, accogliere il sentiero. Fidarsi di sé e dei propri compagni di viaggio. Prendersene cura affinché la traversata sia sicura per tutti, per sé, per loro, per il mezzo di esplorazione e per la meta da raggiungere.

    E’ con questo spirito, e con la ricerca dell’equilibrio tra il proprio maschile e femminile che si affinano gli strumenti da mettere in campo di volta in volta affinché la situazione sia sotto controllo ma non controllata, sia gestita ma non schiacciata.

    In più una leadership emotivamente intelligente si riconosce nella capacità di dare cattive notizie in modo comunque generativo per il gruppo e per le persone. https://www.energyogant.it/la-nuova-leadership-e-adattiva-e-condivisa/

    Tra le principali caratteristiche di coloro che hanno un’alta intelligenza emotiva viene individuato l’essere perenni apprendisti, life-long learners che costantemente sentono il bisogno di crescere, di farsi domande, di imparare cose nuove e in nuovi modi, persone disposte a cambiare le loro idee per aprirsi al nuovo.

    Per concludere in leggerezza, suggerisco di dare un’occhiata alla serie New Amsterdam su Netflix dove Max,  il leader, a mio parere è un buon tentativo di leadership emotiva.

    “Un pittore mi disse che nessuno può disegnare un albero senza diventare in qualche modo un albero; o disegnare un bambino studiando soltanto il profilo della sua forma… ma col guardare per un po’ di tempo i suoi movimenti e i giochi, il pittore entra nella sua natura e quindi può disegnarlo.” (Ralph Waldo Emerson)

    ENERGYOGANT

    Il metodo Energyogant concreto e misurabile, ha come intento il miglioramento e il sostegno dell’energia personale anche nei momenti di alto impatto lavorativo.

    E’ suddiviso in 4 macro aree all’interno delle quali vengono forniti strumenti e feedback per sviluppare energia, creatività, concentrazione e vitalità nel singolo, migliorando il  benessere organizzativo.

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  • Il metodo

    Ti senti stanco quando l’autorità prevale

    La mia sveglia suona molto presto al mattino. Diciamo che quando (poche volte) suona alle 6.30 è troppo tardi.

    Ciò che mi spinge a mantenere l’orario del mattino tra le 5.30 e le 6 è la consapevolezza che ci sono molte cose da fare. 

    Nessuno apparentemente mi obbliga a farle, se non la voce della mia autorità interna. 

    Come libera professionista, mi sento “molto professionista e poco libera“ perchè il mio datore di lavoro è sempre con me. 

    Mi ricorda ogni giorno della settimana e in qualsiasi orario, lui non distingue il mercoledì dalla domenica, cosa avrei dovuto fare, cosa ho concluso e cosa devo ancora fare. 

    E questa sua sollecitazione non andrebbe mai in vacanza, perché conosce solo questa modalità, vuole essere sicuro e stare nella sua “zona di comfort”. 

    Mi richiama continuamente all’azione.

    Di fatto sono grata al mio datore di lavoro interno che mi richiama all’ordine, e mi accorgo della differenza quando non lo fa. Ma sicuramente lui ascolta solo se stesso e non lascia spazio ad altri aspetti preziosi, vitali e nutrienti della mia vita.

    In quest’epoca di dematerializzazione degli uffici non mi sento minacciata, perché ormai da anni ho compreso che lo spazio del mio ufficio riguarda altro, ma la ricerca per affinare dove sta quest’altro è l’aspetto che mi appassiona da anni.

    Si tratta di mettere insieme 3 sedi:

    personalmente, ho compreso che il mio cuore sente le emozioni che mi attraversano ed anche quelle altrui, la mia testa lavora sempre con pensieri che vanno anche nella direzione della mia libertà. Ma il motivo della mia stanchezza e’ la sede della mia anima, essenza, spiritus, sense of life, Vita ognuno la chiami come crede.

    Di fatto mi sento stanca quando la mia anima si sente schiacciata, pressata dalle continue richieste del mio datore di lavoro interno e dalle cose da fare.

    Lo spazio della mia anima si muove su altri paradigmi, per esempio rispetto al concetto di TEMPO. Lei vorrebbe lascialo andare, perderlo per poi recuperarlo.

    Ogni mattina, prima di iniziare la mia giornata, mi occupo di lei attraverso una pratica che, da oltre venticinque anni, ho affinato e migliorato ma è davvero poca cosa, rispetto al suo bisogno.

    Ecco da dove ha origine la mia stanchezza.

    Quando l’autorità esterna o interna ti invade, ti senti stanco.

    Mi aiuta senz’altro prendermi delle giornate promettendo al mio datore interno che recupererò, ma oggi ho la consapevolezza che ne ho bisogno tutti i giorni per alimentare la mia vitalità ed energia, soprattutto per poter essere poi in grado di dare agli altri senza farsi prosciugare.

    Così ho introdotto nella mia quotidianità da smart workers ( a dir la verità ho iniziato molto tempo prima ) oltre alla lista del “to do” anche quella del “to be”: lista di piccole cose ordinarie in cui lascio che la  mia anima respiri, prenda vita senza lasciarsi “ soffocare” dagli impegni.

    Nella mia lista ci sono:

    • momenti di respiro consapevole
    • metto il telefono in silenzioso 
    • bevo acqua ad occhi chiusi
    • attenzione
    • prendersi cura 
    • gratitudine 
    • immaginare

    Queste attività in maniera alternata, le distribuisco nell’agenda della mia giornata.

    Perchè ti senti stanco?

    E’ normale sentirsi stanchi, capita a tutti. E le vacanze servono spesso proprio a questo: recuperare e riposarci.

    Ma la stanchezza non è una ed unica per tutti.

    Distinguiamo 3 tipi di stanchezza:

    Stanchezza del corpo, dopo una corsa, una gara … E’ una stanchezza gioiosa e appagante.

    I nostri muscoli sorridono. E’ una stanchezza che rigenera.

    Stanchezza della mente, quando siamo nella gabbia del criceto e i nostri pensieri girano continuamente. Le nostre palpebre sono pesanti, la nostra testa si sente piena, la mascella e le spalle sono contratte, il cuore è chiuso. E’ una stanchezza da cui si fa fatica ad uscire perchè spesso il sonno non porta rigenerazione e riposo. Anzi. Così potrebbero mostrarsi 2 possibilità per gestire questa stanchezza:

    1. fare qualcosa di fisicamente estremamente faticoso in modo da non poter pensare. La velocità dello sforzo fisico supera quella dei pensieri
    1. prendersi il tempo per esplorare quei pensieri, attraverso la pratica della meditazione. Questa seconda possibilità è sicuramente più complessa.

    Stanchezza del cuore a livello fisico corrisponde con la chiusura del diaframma e con la sensazione di un pugno allo stomaco.

    Ci rendiamo conto della distanza tra le nostre emozioni e sentimenti e quelle dell’altro.

    Pensiamo di essere stati illusi o delusi, o entrambi. Necessitiamo di prenderci cura, cullare il nostro cuore.

    Stanchezza della mente che prevale su corpo e cuore, è la stanchezza del nostro ego, dell’ambizione che vive di corsa per raggiungere e superare tappe, obiettivi, che perde di vista se ciò che sta rincorrendo è ciò che vuole e inevitabilmente si perde il senso del piacere. Il piacere di vivere e la libertà di essere ciò che si è. In questa fase l’unico riposo è 

    “mollare la presa”, lasciare andare.

    In senso fisiologico si può considerare la stanchezza come un segnale di allarme che scatta quando l’organismo si avvicina ai propri limiti. A volte ci sentiamo arrabbiati, infelici ma siamo solo stanchi.

    Le neuroscienze affermano che l’essere umano perde energia se nel suo animo non trova più immagini che lo motivano e che creano nuove connessioni nel suo cervello.

    Un proverbio africano recita:

    Il cammino attraverso la foresta non è lungo se si ama la persona che si va a trovare. 

    Se durante il cammino non hai una direzione, non senti appagato e non ritrovi dentro di te le giuste motivazioni il viaggio può diventare un incubo.

    Alla fine ti senti stanco: stanco perché’ sei “scollato” da te!

    L’insoddisfazione può avere così effetti sul corpo e sulla mente, per cui non va sottovalutata, ma bensì riconosciuta e affrontata per trasformarla in un motore positivo per il nostro benessere.

    In una società dove tutto è possibile ma poco è effettivamente raggiungibile per i più, il terreno è molto fertile per il proliferare di insoddisfatti cronici e quindi di immotivati perennemente stanchi: stanchi di iniziare, stanchi di cercare, stanchi di pensare, e di agire.

    Le principali forme di insoddisfazione sono collegate alla natura dei bisogni umani:

    1. non sentirsi realizzati nei ruoli professionali e in quelli privati
    2. non sentirsi importanti
    3. non sentirsi amati o di appartenere
    4. non avere una vita stimolante e varia
    5. non soddisfare i bisogni primari (sessuali, deprivazione sensoriale etc.)

    Ti senti stanco quando provi gratitudine? 

    Essere grati vuol dire prima di tutto osservare e riconoscere.

    Vuol dire sapersi fermare, nonostante il ritmo frenetico della vita quotidiana, ed imparare ad ascoltarsi, a leggere nei meandri della propria anima, colei che sa sempre cosa vuole e il cammino da percorrere. 

    La nostra anima sa, lei bussa alla nostra porta costantemente. E’ la nostra struttura egoica (nessun giudizio negativo sul nostro ego) che prevale e non ascolta. Ad un certo punto l’anima, per poter essere ascoltata, ci manda sintomi nel corpo fisico e anche lì a volte stentiamo ad ascoltare. 

    Tipicamente accade con la stanchezza, che deve proprio farci stramazzare a terra per fermarci.

    Conoscersi e ri-conoscersi vuol dire anche imparare a fidarsi di sé

    Essere coscienti di chi siamo, cosa stiamo vivendo e chi intorno a noi collabora (persone, natura, contesti) alla nostra migliore espressione, significa sviluppare attenzione, e ciò ci restituisce la percezione di senso del nostro agire, del nostro valore, evitando sovraccarichi fisici e dispersione di energia.

    I benefici della gratitudine influiscono positivamente anche sulla carriera e sulla quotidianità: lo riporta Forbes, citando lo studio di Bersin&Associates, che le aziende che “eccellono nel riconoscimento dei lavoratori” sono 12 volte più propense a ottenere rilevanti risultati di business. 

    A livello psicofisico, invece, il Washington Post riporta le scoperte del ricercatore Robert Emmons dell’University of California, il quale ha compilato una lista di fattori benefici sulla mente e sul corpo causati dalla gratitudine consapevole: nel dettaglio, praticare gratitudine abbassa i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, del 23%, riduce del 7% i sintomi di infiammazione nei pazienti con insufficienza cardiaca, combatte la depressione, diminuisce la pressione sanguigna e migliora la qualità del sonno. Per essere efficace, però, la gratitudine dev’essere coltivata ogni giorno. 

    “Grazie” è il plurale di “grazia”

    Nella mistica di tutte le religioni esiste il concetto di “grazia”, come dono che proviene da un regno altro a quello umano: la grazia come qualcosa di divino dunque, eppure reale, come sentimento che ci inonda, ci sorprende e ci rende grati.

    La semplice riconoscenza nei confronti dell’esistenza, di ogni nuovo momento presente, può dare nuova linfa al nostro vivere, infondendo anche al nostro agire una qualità completamente differente da quella che esperiamo quando guardiamo il mondo a partire dalla “mancanza”.

    Una pratica di gratitudine è quella di prendersi tutti i giorni 5 minuti per ringraziare : persone o qualcosa che vi è capitato, oppure scrivere (aiuta molto) cosa è andato bene e cosa può essere migliorabile. 

    Annotare  le cose belle che sono capitate a noi o agli altri aumenta la nostra vitalità ed energia.

    Fare apprezzamenti.

    Ringraziare i collaboratori per un successo ottenuto.

    La gratitudine è un’abitudine.

    Quando ti senti stanco non ti accorgi dei ladri di energia 

    Apportare il giusto nutrimento a sostegno della nostra energia è necessario affinché la nostra vitalità si possa manifestare attraverso il corpo ( in azioni focalizzate ed efficienti), i pensieri ( a sostegno di creatività e brio mentale) e le emozioni ( a favore di positività e fiducia nel futuro).

    La sfida del momento è riuscire ad essere propositivi per se stessi, e come leader, anche per i propri collaboratori.

    In una fase storica di smaterializzazione del posto di lavoro e di distanziamento fisico, e quindi di poca empatia, sostenere e dare strumenti per superare la stanchezza diventa prioritario per continuare ad avanzare verso quello che il futuro ha in serbo per noi.

    Chi sono i ladri di energia?

    Non sono solo le persone, i famosi “vampiri “ del lamento, ma le anche nostre abitudini quotidiane.

    Alcuni spunti : 

    • “Always on”, essere sempre connessi, perchè non è salutare
    • Pensieri negativi che influenzano la nostra lucidità mentale, perché le frequenze si riconoscono e si attraggono
    • Alimentazione sbilanciata che sottrae invece che ricaricare, perchè una pancia piena non significa sempre benessere
    • Mancanza di atti di gratificazione personale, perchè non sempre sono gli altri a doverci riconoscere
    • Promesse mancate
    • Non accettare
    • Non perdonare
    • Rabbia e risentimento
    • Incapacità a dire di no, perché sottrarsi non è resa ma una decisione.

    ENERGYOGANT

    Il metodo Energyogant concreto e misurabile, ha come intento il miglioramento e il sostegno dell’energia personale anche nei momenti di alto impatto lavorativo.

    E’ suddiviso in 4 macro aree all’interno delle quali vengono forniti strumenti e feedback per sviluppare energia, creatività, concentrazione e vitalità nel singolo, migliorando il  benessere organizzativo.

  • Il metodo

    Come migliorare l’energia personale nei momenti di stanchezza e stress in azienda

    stress-in-azienda-myhara

    Cos’è l’energia?Si può aumentare l’energia vitale al lavoro ?

    L’energia è la base della vita.

    Alla domanda:” Tu sapresti dire quando hai l’energia alta o bassa ?”  solitamente la risposta e’ immediata.

    E’  qualcosa che percepiamo, di molto concreto, che tutti sperimentiamo, ma non è tangibile.

    Ha a che fare con la NON-MENTE, ciò non vuol dire che non sia NIENTE.

    Questo è il motivo per cui a volte ne abbiamo paura, perché l’energia ci porta fuori dalla mente. 

    E andare fuori dalla mente, significa perdere il controllo. E’ un processo di NON-MENTE, anche se puoi usare la mente per rispondere alla domanda che ti ho fatto, per parlare.

    Posso parlare di energia, posso emanare energia, posso sentirla, ma non posso toccarla.

    E’ una percezione interiore.

    Di fatto noi abbiamo a che fare con l’energia continuamente.

    A volte ci basta entrare in un ufficio o in una stanza e percepiamo piacere o disagio senza motivo chiaro.

    Andiamo in una direzione e non in un’altra: quella è energia.

    Ci piace un luogo e non un altro: quella è energia.

    Anche lo stress in azienda è una forma di energia.

    In ognuno di noi esiste un sistema energetico, proprio come esiste un sistema cardio circolatorio.

    La Medicina Tradizionale cinese ci parla di 70.000 canali sottili (nadi) che scorrono dentro di noi, che alla nascita sono tutti attivi, poi crescendo e accumulando traumi, esperienze, sofferenze, si “ingorgano” e si chiudono e noi moriamo.

    Arriviamo alla morte quando si è consumata la nostra energia vitale.

    Accanto allo strato esterno dell’energia, che abbiamo attorno al corpo e che entra in contatto con lo strato degli altri, a volte in collisione altre volte in fusione, c’è un centro in ognuno di noi, di cui dobbiamo diventare consapevoli.

    In Giappone viene chiamato Hara, in Cina Tan Tien, nello yoga Kanda.

    E’ un luogo tangibile, 4 dita sotto l’ombelico ed è in connessione con l’energia dell’esistenza.

    Anche se, come esseri umani, siamo un microcosmo, siamo esistenza.

    Ognuno di noi contiene la possibilità di entrare in contatto con questa energia.

    L’energia è UNA ed è nostra responsabilità farla emergere al meglio, a contatto con il corpo fisico, il corpo mentale e il corpo emozionale|spirituale.

    Aprirci all’energia per portarci nella presenza, per avere una vita migliore, per liberarci dalle tensioni e dallo stress in azienda e nella vita privata.

    Da dove vengono le decisioni?

    La maggior parte delle decisioni nella vita lavorativa e personale vengono dalla mente e dai processi di pensiero.

    La mente è duale, per questo spesso nel valutare le decisioni ci sentiamo schiacciati tra giusto/sbagliato, bene/ male, destra/sinistra, buono/cattivo.

    Questo spesso ci fa prendere decisioni o da uno o dall’altro punto di vista, portandoci in una situazione in cui viviamo nel dubbio. Coltiviamo molti dubbi nella nostra mente.

    Spesso le decisioni che prendiamo non ci soddisfano pienamente  perché riguardano questa dualità e cioè uno solo dei due punti di vista. Di fatto però la mente  è una parte dell’energia, non è l’energia intera.

    Quindi portare consapevolezza all’energia come fenomeno (=manifestazione), come possibilità di entrare in contatto con qualcosa di più grande di ciò che pensi di essere, ti offre anche l’opportunità di rispondere alla vita invece di reagire alla vita.

    Ti apre uno scenario più ricco di elementi, più comprensioni di ciò che succede e allora la tua decisione verrà da uno “spazio” migliore, avrai più elementi, non sarà solo frutto della mente.

    La mente non è sbagliata, noi abbiamo bisogno della mente, ma non deve essere l’unica cosa che interferisce nelle nostre decisioni.

    Abbiamo emozioni, sentimenti, percezioni che vanno ben oltre la mente.

    A volte abbiamo intuizioni così incredibilmente preziose.

    Permettere a più energia di attraversarci, di esserci in toto per noi, ci dà tutto questo e le nostre

    Decisioni verranno sicuramente da un’intelligenza che non è solo razionale, ma molto più grande.

    Come avere un livello alto di energia, ed abbassare la soglia dello stress in azienda?

    Generalmente pensiamo di avere un certo livello di energia, ma in realtà quella  che abbiamo a disposizione è ben maggiore di quella che, solitamente,  pensiamo di avere normalmente.

     Quando entriamo in contatto con il potenziale della nostra energia viviamo:

    ·      più liberi

    ·      più vivi

    ·      più espansi

    ·      più presenti

    ·      con meno divisioni

    ·      con meno tensioni

    E’ un processo di apprendimento di come le diverse qualità di energie influenzano la nostra vita. 

    Spesso nonostante un buon lavoro, un’appagante vita affettiva, macchine, tecnologie di ultima generazione, beni mobili e immobili, qualcosa dentro di noi non si sente a proprio agio.

    Quello è uno stato interiore, di allerta !

    I 4 parametri più importanti per la nostra energia vitale per trasformare lo stress in azienda

    Molte persone si trascinano nel percorso quotidiano della loro vita.

    E’ importante avere obiettivi chiari ed eccitanti, appassionati.

    L’uomo principalmente risponde a 3 bisogni principali:

    ·      Sopravvivenza

    ·      Preservazione della specie

    ·      Evoluzione

    Ed è proprio per l’evoluzione, che peraltro è l’aspetto che sta più a cuore al genere umano, che bisogna avere obiettivi chiari e vibranti.

    Cosa stai lasciando ai posteri?

    Ti svegli al mattino grato della nuova giornata, con la sensazione che hai tutto da riscrivere e non vedi l’ora di affrontare la tua mission?

    Ecco, allora che ti vengono in aiuto i 4 parametri da monitorare che costituiscono la nostra energia vitale e che permettono di abbassare la soglia dello stress in azienda e nella quotidianità:

    ·      fisico

    ·      mentale

    ·      emozionale

    ·      energetico/ spirituale

    FISICO:

    Cura l’alimentazione. Noi siamo ciò che mangiamo. L’alimentazione è il tuo carburante ideale.

    Mangia per nutrirti. Meglio mangi e più energia hai. 

    Idratati con acqua. L’acqua è l’integratore numero uno. L’acqua la puoi bere, mangiare nella frutta e nella verdura cruda.

    Fai sport o movimento. Non siamo nati per stare seduti. Molto utile sia il movimento aerobico ( con maggiore apporto di ossigeno) che quello anaerobico che aiuta a rafforzare la muscolatura.

    Il nostro sistema immunitario si rafforza con il movimento, si debilita con la sedentarietà.

    Tecniche di rilassamento. Per restaurare e rinnovare la tua energia puoi attingere da diverse tecniche, come yoga e meditazione.

    Sfrutta la tua fisiologia ed impara ad utilizzare bene la tua postura. Come sono le tue spalle e il tuo petto mentre cammini?  Camminando con spalle aperte e sguardo alto, oltre ad essere più belli, generiamo reazioni chimiche che aumentano l’energia.

    MENTALE:

    Reazioni abitudinarie ad eventi esterni. Cambia la forma pensiero. Solitamente vince sempre l’abitudine più forte. Se ho abitudini improduttive creerò stati emozionali improduttivi e viceversa. E’ necessario creare nuove sane abitudini.

    Riposa. Il riposo è fondamentale. Tutti dormono, ma non tutti dormono un sonno ristoratore.

    Oltre al riposo notturno, c’è anche il riposo attivo (piccole pause che ti prendi dalle attività diurne principali). Il riposo attivo tiene alta la qualità di ciò che stai facendo.

    EMOZIONALE:

    Elimina i blocchi emozionali. I blocchi emozionali si verificano quando si rifiutano le emozioni. Le emozioni piacevoli ci rigenerano.

    Rabbia e rancore sono killer dell’energia vitale.

    Elimina le paure, affronta le paure.

    Neuro associazioni negative, credenze depotenzianti ecc. abbassano l’energia vitale

    ENERGETICO | SPIRITUALE:

    Il sense of life non ha nulla a che fare con le religioni.

    Ha “solo” a che fare con il tuo perché: perché fai quello che fai?

    Mindfulness, Yoga, Chi kung sono pratiche che aiutano a rendere vibrante e appassionata la tua energia.

    Meditare significa chiudere gli occhi, che guardano fuori, per aprire gli occhi che guardano dentro e contattare tutte le nostre emozioni con osservazione, distacco e presenza. il distacco e’ “spazio” per agire.

    Il respiro come comune denominatore dei 4 parametri

    Si può stare 20 giorni senza mangiare e si sopravvive

    Si può stare 5 giorni senza bere e si sopravvive.

    Si può stare pochi minuti senza respirare e si sopravvive.

    La respirazione è un atto involontario naturale, ma quando diventa volontario amplifica la propria potenzialità che si traduce in maggiore ossigenazione in circolo e aumento di energia.

    Spesso nella nostra quotidianità la nostra respirazione è solo toracica. Se non respiriamo bene abbiamo poca energia.

    Dobbiamo imparare a respirare istintivamente con il diaframma.

    Chi sono i ladri della nostra energia vitale?

    Qui di seguito ti riporto alcuni esempi per aiutarci ad essere osservatori attenti di come alimentiamo spesso inconsapevolmente il nostro livello di stress in azienda e nella vita 

    ·    Le persone lamentose e critiche o semplicemente sempre e solo follower

    ·  L’ uso smoderato della tecnologia

    ·  Il senso del dovere. Inizia a chiederti quante sono le cose che durante il giorno fai per dovere e quante per piacere? Dai più spazio al piacere

    ·  I mezzi di comunicazione. E’ vero che dobbiamo informarci, scegliamo e non facciamoci scegliere.

    ·  Dire si, quando vorremmo dire di no

    ·  Gli spazi disordinati (casa, scrivania, macchina)

    ·  Cattive abitudini fumo, alcool, dormire poco

    ·  Non accettare le cose come sono e che non puoi cambiare (niente ci fa perdere più energia che resistere).

    ENERGYOGANT

    Il metodo Energyogant concreto e misurabile, ha come intento il miglioramento e il sostegno dell’energia personale anche nei momenti di alto impatto lavorativo.

    E’ suddiviso in 4 macro aree all’interno delle quali vengono forniti strumenti e feedback per sviluppare energia, creatività, concentrazione e vitalità nel singolo, migliorando il  benessere organizzativo.