Sappiamo che siamo sotto pressione. Ma quanto siamo capaci di accorgercene mentre accade?
Sono le 18.30.
Hai passato la giornata tra riunioni online, e-mail, Teams, WhatsApp, documenti, notifiche e finestre aperte sul computer.
Ti alzi dalla sedia e ti accorgi che gli occhi sono stanchi, il collo rigido, le spalle contratte.
La mente, invece, sembra avere ancora cinquanta finestre aperte.
Non hai fatto nulla di fisicamente faticoso.
Eppure sei stanco.
È una delle contraddizioni del lavoro digitale: il corpo può rimanere quasi immobile mentre il sistema è continuamente sollecitato.
È dentro questa contraddizione che si inserisce il technostress.
Il problema non è la tecnologia
La tecnologia ha trasformato profondamente il modo in cui lavoriamo. Ci permette di collaborare a distanza, accedere rapidamente alle informazioni, comunicare in tempo reale e svolgere attività che fino a pochi anni fa richiedevano molto più tempo.
Il problema nasce quando lo strumento diventa un ambiente permanente.
Quando una riunione termina e ne comincia subito un’altra. Quando una mail interrompe un’attività. Quando una notifica sposta la nostra attenzione. Quando passiamo continuamente da una finestra all’altra senza avere mai davvero concluso quella precedente.
La ricerca sul technostress ha individuato proprio fenomeni come il sovraccarico tecnologico, l’invasione della tecnologia nella vita personale e la necessità di adattarsi continuamente a nuovi strumenti, associandoli a conseguenze sul benessere e sull’esperienza lavorativa.
Ma c’è una domanda che va oltre la tecnologia:
che cosa succede a noi mentre viviamo dentro questo ambiente di sollecitazione continua?
Quando perdiamo il contatto con i segnali del corpo
Mentre lavoriamo davanti a uno schermo, il corpo continua a inviarci informazioni.
Il respiro cambia.
La muscolatura si contrae.
La postura si modifica.
Gli occhi segnalano la fatica.
L’attenzione diminuisce.
Ma possiamo non accorgercene.
O accorgercene soltanto quando il segnale è diventato abbastanza forte da interrompere il lavoro.
Questo è uno degli aspetti del technostress che trovo più interessanti: non riguarda soltanto ciò che ci viene richiesto, ma anche la nostra capacità di percepire l’effetto che ciò che facciamo ha su di noi.
È qui che entra il concetto di embodiment.
Non significa semplicemente “avere consapevolezza del corpo”.
Significa riconoscere che corpo, attenzione, emozioni e pensieri partecipano insieme alla nostra esperienza.
Luca Chittaro, nel suo lavoro sulle neuroscienze dello yoga, affronta proprio il rapporto tra esperienza corporea, tecnologia e pratiche che possono favorire una maggiore consapevolezza del corpo.
E questa prospettiva porta a una domanda molto concreta:
non solo quanto tempo passiamo davanti allo schermo, ma che cosa succede dentro di noi mentre ci siamo.
Sapere non significa accorgersi
Sappiamo che dovremmo fare delle pause.
Sappiamo che troppe notifiche distraggono.
Sappiamo che stare seduti per ore non aiuta.
Sappiamo che respirare lentamente può favorire una maggiore regolazione.
Sappiamo molte cose.
Eppure possiamo continuare a lavorare con le spalle contratte, rispondere a una mail mentre siamo già stanchi, rimandare la pausa che sappiamo di dover fare.
La conoscenza è una cosa. La consapevolezza è un’altra.
La differenza sta spesso in un piccolo intervallo: quello tra ciò che accade e il momento in cui ce ne accorgiamo.
Arriva una mail inattesa.
Il corpo si attiva.
Il respiro cambia.
Compare una sensazione di urgenza.
La risposta parte quasi automaticamente.
Se invece impariamo a riconoscere quel passaggio, può aprirsi uno spazio.
Non per eliminare lo stress, ma per scegliere come rispondere.
Questa capacità di riconoscere i segnali interni prima che si trasformino in una risposta automatica è una delle ragioni per cui l’embodiment può essere interessante anche nel lavoro.
E lo yoga cosa c’entra?
È qui che lo yoga entra nel discorso.
Non come soluzione al technostress e nemmeno come pratica che tutti dovrebbero adottare.
Ma come una delle modalità attraverso cui allenare attenzione, respirazione e percezione corporea.
La ricerca sta studiando gli effetti dello yoga sullo stress, sull’attenzione e sui correlati neurobiologici della pratica. Alcuni studi di neuroimaging hanno osservato differenze strutturali e funzionali in persone che praticano yoga e meditazione, mentre altre ricerche hanno evidenziato possibili effetti sulla regolazione dello stress.
La letteratura, però, è ancora eterogenea e non giustifica affermazioni semplicistiche del tipo “lo yoga modifica il cervello” in un determinato modo.
Ed è proprio per questo che preferisco considerarlo non come una promessa, ma come un laboratorio di esperienza.
Un modo per allenare una capacità molto concreta:
accorgersi di come stiamo mentre stiamo facendo quello che stiamo facendo.
Dal segnale alla scelta
Immaginiamo una giornata di lavoro.
Alle nove sei concentrato.
Alle undici hai già partecipato a due call.
Alle tredici hai mangiato davanti al computer.
Alle quindici arriva una richiesta urgente.
Alle diciotto ti senti completamente scarico.
La domanda interessante è:
quando è iniziata davvero la fatica?
Probabilmente molto prima delle diciotto.
Il corpo aveva già dato informazioni.
Forse il respiro era cambiato.
Forse le spalle si erano irrigidite.
Forse l’attenzione era diventata più fragile.
Accorgersene prima non significa necessariamente fermarsi.
Significa avere un’informazione in più con cui scegliere.
Alzarsi.
Cambiare posizione.
Fare qualche respiro più lento.
Uscire per qualche minuto.
Spostare un’attività.
Oppure semplicemente riconoscere:
“In questo momento sto chiedendo a me stesso più di quanto le mie risorse permettano.”
La consapevolezza diventa così uno strumento di autoregolazione.
Una questione di performance sostenibile
Per chi lavora in azienda, questo tema non riguarda soltanto il benessere individuale.
Lo stato in cui lavoriamo entra nella qualità dell’attenzione, delle decisioni, delle relazioni e della leadership.
Per questo il benessere organizzativo non può essere soltanto ciò che facciamo per “far stare meglio” le persone.
Può significare anche aiutarle a riconoscere e utilizzare meglio le proprie risorse mentre lavorano.
Non si tratta di eliminare la pressione.
Il lavoro continuerà a essere complesso, veloce e digitale.
Si tratta di sviluppare la capacità di accorgersi prima di ciò che sta accadendo, invece di aspettare che sia il corpo a imporci di fermarci.
Il corpo non è un’interferenza rispetto alla performance. È parte delle condizioni attraverso cui la performance accade.
Una domanda da portarsi al lavoro
Domani, davanti al computer, prima di chiederti:
“Quanto devo ancora fare?”
prova per qualche secondo a chiederti:
“Come sto, adesso?”
Come respiro?
Dove sento tensione?
Quanto sono presente?
Sto scegliendo quello che sto facendo oppure sto semplicemente reagendo al prossimo stimolo?
Non serve cambiare subito qualcosa.
Per qualche secondo, basta accorgersene.
Perché il cambiamento può iniziare proprio lì:
non quando sappiamo qualcosa in più, ma quando iniziamo a percepire ciò che già sappiamo mentre ci sta accadendo.
Ed è forse questa una delle competenze che il lavoro digitale ci chiede di sviluppare: non meno tecnologia, ma maggiore consapevolezza di come la tecnologia ci attraversa.
Nel prossimo articolo
Nel prossimo articolo entreremo nella pratica dell’embodiment: come allenare, nella vita quotidiana, la capacità di riconoscere il proprio stato e recuperare presenza, attenzione ed energia.
Non per uscire dal mondo digitale.
Ma per imparare a starci dentro con maggiore consapevolezza.
Se sei inteerssato ad approfondire questi temi sia in sessioni individuali di coaching o in giornate di formazione, contattami direttaemnte
Simona Santiani 3387438166 – s.santiani@myhara.it


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