Ieri sera, al Festival della Mente, ho ascoltato Mario Calabresi parlare della “pazienza del fuoco”.
Sono tornata a casa pensando a un articolo che avevo scritto qualche anno fa sulla pazienza strategica e produttiva. https://www.energyogant.it/pazienza-strategica-e-produttiva/
Mi ha colpito rendermi conto che, in fondo, stavo tornando sullo stesso tema.
Solo che oggi avevo a disposizione un’immagine nuova per raccontarlo.
Il fuoco.
O meglio, la differenza tra una fiamma e una brace.
La fiamma la vediamo. La brace molto meno.
La fiamma attira l’attenzione, divampa, cresce rapidamente e poi si spegne.
La brace rimane.
Non fa rumore, non chiede di essere guardata. Continua semplicemente a conservare calore.
E forse è proprio questo che avevo provato a dire allora parlando di pazienza.
Abbiamo perso un po’ la pazienza
La pazienza oggi sembra quasi una virtù fuori moda.
Viviamo in un mondo costruito sull’immediatezza: informazioni istantanee, risposte immediate, consegne sempre più veloci, risultati da misurare.
Ci siamo abituati a pensare che se qualcosa funziona deve funzionare subito.
Se studiamo, vogliamo imparare rapidamente.
Se iniziamo un progetto, vogliamo vedere presto i risultati.
Se facciamo un investimento, vogliamo sapere immediatamente se è stato quello giusto.
Anche nelle relazioni cerchiamo spesso risposte rapide, conferme, segnali.
Il tempo dell’attesa ci mette a disagio.
Eppure, quando ripenso a quello che avevo scritto anni fa, mi sembra ancora più evidente una cosa: la pazienza non è il contrario dell’azione.
È un modo diverso di agire.
La pazienza non è stare fermi
Per me la pazienza non ha mai significato semplicemente aspettare.
Non è: non posso farci niente, quindi devo avere pazienza.
È piuttosto la capacità di continuare a lavorare su qualcosa anche quando il risultato non è ancora visibile.
È scegliere di non interrompere un processo solo perché non sta producendo un effetto immediato.
È accettare che alcune cose abbiano bisogno di tempo per maturare.
In questo senso la pazienza può essere strategica.
Ci permette di non confondere la velocità con l’efficacia.
E può essere produttiva, perché ci consente di investire tempo ed energia in qualcosa che forse darà frutti più avanti.
Non è facile.
Perché mentre aspettiamo, spesso abbiamo la sensazione di non stare facendo abbastanza.
Il tempo non è sempre un ostacolo
Una delle cose che ho imparato è che il tempo non è necessariamente qualcosa da battere.
A volte è una risorsa da utilizzare.
Ci sono processi che non possiamo accelerare senza impoverirli.
Una competenza ha bisogno di pratica.
Una relazione ha bisogno di esperienze condivise.
Una fiducia ha bisogno di essere costruita.
Un progetto ha bisogno di prove, errori e correzioni.
Una persona ha bisogno di attraversare ciò che le accade prima di comprenderlo davvero.
Possiamo certamente essere più efficienti.
Possiamo organizzare meglio il lavoro.
Possiamo evitare inutili perdite di tempo.
Ma c’è una differenza fondamentale tra eliminare gli sprechi e voler eliminare il tempo necessario alla crescita.
Il primo è efficienza.
Il secondo può diventare impazienza.
La metafora dell’argilla
Nel suo intervento Calabresi ha utilizzato l’immagine dell’argilla sottoposta al calore.
Per trasformarsi e diventare resistente, non ha bisogno semplicemente di una fiammata violenta. Ha bisogno di una temperatura elevata e costante, mantenuta per il tempo necessario.
Mi è sembrata una bellissima metafora.
Perché anche noi siamo un po’ così.
Un’esperienza può accenderci.
Un libro può farci cambiare prospettiva.
Una persona può farci venire un’idea.
Un corso può darci nuovi strumenti.
Ma la vera trasformazione arriva dopo.
Quando quell’idea comincia a entrare nelle nostre giornate.
Quando la mettiamo alla prova.
Quando la sbagliamo.
Quando la riprendiamo.
Quando, lentamente, diventa parte di noi.
L’illuminazione può essere improvvisa. La trasformazione quasi mai.
Quello che non si vede
Forse uno dei problemi del nostro tempo è che siamo diventati molto bravi a vedere i risultati e molto meno a riconoscere il processo che li ha prodotti.
Vediamo una persona competente, ma non gli anni in cui ha imparato.
Vediamo un progetto riuscito, ma i tentativi precedenti.
Vediamo una bella fotografia, ma tutti i giorni trascorsi a cercarla.
Vediamo una relazione solida, ma tutte le conversazioni, le attenzioni e le difficoltà che l’hanno costruita.
Calabresi ha raccontato l’esempio di Pinin Brambilla, la restauratrice che ha lavorato per 22 anni sul Cenacolo di Leonardo.
Ventidue anni.
Non c’è una grande fiamma che possa raccontare ventidue anni di lavoro.
C’è piuttosto una lunga continuità fatta di osservazione, precisione, pazienza e cura.
E forse è proprio questo il punto.
Molto di ciò che conta davvero accade fuori dalla nostra vista.
La manutenzione non fa notizia
C’è un’altra parola che mi è rimasta: manutenzione.
Non è una parola particolarmente affascinante.
Non evoca innovazione, cambiamento, crescita.
Eppure senza manutenzione le cose si deteriorano.
Una casa.
Un ponte.
Una macchina.
Un’organizzazione.
Una relazione.
Anche noi.
La manutenzione è il lavoro quotidiano che impedisce alle cose di andare lentamente in pezzi.
E forse abbiamo bisogno di riconoscerne maggiormente il valore.
Perché non tutto ciò che facciamo deve essere nuovo.
A volte il lavoro più importante consiste nel mantenere vivo qualcosa che già esiste.
Continuare a studiare.
Continuare a coltivare una relazione.
Continuare a prendersi cura di una persona.
Continuare a fare bene il proprio lavoro anche quando nessuno lo nota.
Questa è brace.
Avere una vista lunga
Nel mio articolo di allora parlavo anche della necessità di rallentare per accelerare.
Oggi forse userei un’altra espressione: avere una vista lunga.
Penso alla vigna.
Quando pianti una vite non puoi aspettarti di fare il vino l’anno successivo.
Devi aspettare.
Devi curare.
Devi potare.
Devi proteggere.
Devi attraversare stagioni diverse.
E soprattutto devi accettare che il lavoro di oggi appartiene, almeno in parte, a un futuro che ancora non puoi vedere.
Mi sembra una capacità sempre più preziosa.
Chiederci non soltanto:
Che risultato voglio ottenere oggi?
Ma anche:
Che cosa sto costruendo oggi che potrebbe avere valore tra cinque o dieci anni?
È una domanda che cambia il modo di scegliere.
E cambia anche il modo di lavorare.
Non tutto deve divampare
Forse abbiamo dato troppo valore alla fiamma.
All’intensità.
Alla novità.
Al successo improvviso.
Al momento in cui qualcosa “esplode”.
Ma la vita non è una gara sui cento metri.
Molte delle cose che contano davvero assomigliano molto di più a una maratona.
Una professionalità.
Una passione.
Un’azienda.
Una relazione.
Un percorso di apprendimento.
Una trasformazione personale.
Non procedono in modo lineare.
Ci sono accelerazioni e rallentamenti, entusiasmo e fatica, momenti in cui tutto sembra chiarissimo e altri in cui ci sembra di non avanzare affatto.
E proprio in quei momenti la pazienza diventa importante.
Perché ci permette di non scambiare una fase lenta per un fallimento.
La domanda che mi porto a casa
Forse la cosa più interessante dell’ascoltare una riflessione sulla pazienza dopo averne scritto anni fa è proprio questa: alcune idee hanno bisogno di tempo per diventare davvero nostre.
Quando le scriviamo per la prima volta, le comprendiamo in un certo modo.
Poi viviamo.
Facciamo esperienza.
Cambiamo.
E quelle stesse parole tornano, qualche anno dopo, con un significato diverso.
È successo a me con la pazienza.
Oggi la penso ancora come una strategia.
Ma la vedo anche come una forma di fiducia.
Fiducia nel processo.
Fiducia nel tempo.
Fiducia nella possibilità che qualcosa stia crescendo anche quando non siamo ancora in grado di vederlo.
Forse è questa la vera pazienza del fuoco.
Non la capacità di aspettare che qualcosa accada.
Ma la capacità di tenere acceso ciò che per noi conta mentre aspettiamo che possa trasformarsi.
E allora la domanda che mi sembra interessante portarsi dietro non è tanto:
“Quanto velocemente posso arrivare?”
Ma:
“Quale fuoco voglio avere la pazienza di tenere acceso?”
Una passione.
Un progetto.
Una relazione.
Una competenza.
Un’idea.
Una persona di cui prendersi cura.
Qualcosa che oggi forse sembra piccolo, ma che potrebbe diventare importante domani.
La fiamma ci ricorda che abbiamo energia.
La brace ci ricorda che possiamo conservarla.
E forse, in un mondo che ci chiede continuamente di correre, una delle forme più radicali di pazienza è proprio questa:scegliere ciò che vale la pena di alimentare e avere la pazienza di lasciarlo crescere.
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