L’embodiment come pratica per recuperare presenza, autoregolazione e capacità di scelta nel lavoro digitale
Nel primo articolo https://www.energyogant.it/oltre-il-technostress-quando-la-tecnologia-ci-porta-fuori-dal-corpo/ abbiamo visto che il technostress non riguarda soltanto il numero di ore trascorse davanti a uno schermo.
Riguarda anche qualcosa di più sottile: quanto tempo passa prima che ci accorgiamo dell’effetto che ciò che facciamo ha su di noi.
Possiamo sapere di essere stanchi e continuare a lavorare.
Sapere di essere tesi e non cambiare postura.
Sapere che siamo distratti e continuare ad aprire notifiche.
La conoscenza, da sola, non modifica necessariamente il nostro comportamento.
Perché tra sapere e fare esiste un passaggio intermedio:
sentire.
Ed è proprio qui che entra il concetto di embodiment.
Che cosa significa davvero “essere nel corpo”?
La parola embodiment viene spesso tradotta come “incarnazione” o “esperienza incarnata”.
Ma, nel lavoro quotidiano, possiamo renderla molto più semplice.
Essere embodied significa non vivere soltanto nella propria testa.
Significa accorgersi di come pensieri, emozioni, sensazioni e movimento partecipano a ciò che stiamo facendo.
Quando siamo sotto pressione, per esempio, possiamo accorgerci che il respiro si accorcia, le spalle si sollevano, la mandibola si contrae e il movimento diventa più rigido.
Non sono necessariamente quattro problemi diversi.
Sono modi diversi attraverso cui il nostro sistema sta esprimendo uno stato.
L’embodiment parte da qui:
imparare a leggere il proprio stato mentre sta accadendo.
Bonnie Bainbridge Cohen: il corpo come esperienza, non come oggetto
Una delle prospettive per me più interessanti che ho esplorato in questi ultimi anni è quella sviluppata da Bonnie Bainbridge Cohen, fondatrice del Body-Mind Centering®.
Il Body-Mind Centering® è un approccio esperienziale al movimento, al corpo e alla coscienza che esplora il rapporto tra anatomia, fisiologia, movimento e consapevolezza. Nel suo lavoro, i diversi sistemi corporei possono diventare vere e proprie porte di accesso all’esperienza.
È un passaggio importante.
Il corpo non viene considerato semplicemente come qualcosa che possediamo e che dobbiamo mantenere efficiente.
Diventa qualcosa che possiamo imparare a conoscere dall’interno.
Possiamo sentire la struttura dello scheletro, la qualità del movimento muscolare, il respiro, il movimento dei fluidi, la presenza degli organi, il sistema nervoso.
Non come metafore, ma come esperienze corporee differenti.
Ed è proprio questa possibilità di distinguere e riconoscere ciò che accade nel corpo che rende interessante il lavoro somatico anche al di fuori della pratica corporea.
Dal corpo alla vita professionale
Pensiamo a una situazione molto comune:
Un manager entra in una riunione dopo una mattinata di call.
È seduto. Il computer è aperto. Ha ancora due mail urgenti da rispondere.
Una persona nella riunione mette in discussione una sua decisione.
La risposta arriva immediatamente.
Prima ancora delle parole, però, il corpo ha già reagito.
La respirazione cambia.
La muscolatura si attiva.
La postura si irrigidisce.
La percezione della situazione si restringe.
Se non ci accorgiamo di quello che sta succedendo, è facile confondere la nostra reazione con la realtà della situazione.
Se invece impariamo a riconoscere quello stato, compare una possibilità diversa:
posso sentire la reazione senza esserne completamente guidato.
Posso ascoltare.
Posso scegliere.
Posso rispondere invece di reagire.
È qui che l’embodiment diventa interessante anche per la leadership.
I cinque livelli: una mappa per allenare la presenza
I cinque livelli che seguono non sono una classificazione scientifica ufficiale dell’embodiment né un modello attribuito direttamente a Bonnie Bainbridge Cohen.
Sono una mappa operativa che mette in dialogo interocezione, propriocezione, regolazione, agency e integrazione.
L’obiettivo non è aggiungere una nuova teoria, ma avere una sequenza semplice per osservare come passiamo:
dal percepire → al riconoscere → al regolare → allo scegliere → all’integrare.
1. Interocezione — Mi accorgo di ciò che accade dentro
L’interocezione riguarda la percezione dei segnali provenienti dall’interno del corpo: respiro, battito, temperatura, tensione, fame, sazietà e altri cambiamenti dello stato corporeo.
Nel lavoro digitale può significare accorgersi che:
- il respiro si è accorciato;
- siamo rimasti immobili troppo a lungo;
- la tensione sta aumentando;
- l’attenzione sta diminuendo;
- siamo stanchi ma continuiamo a forzare.
Non dobbiamo ancora cambiare nulla.
Prima dobbiamo accorgercene.
La domanda:
Che cosa sta succedendo dentro di me, adesso?
2. Propriocezione — Sento dove sono
La propriocezione riguarda la percezione della posizione e del movimento del corpo.
È ciò che ci permette, per esempio, di sapere dove sono le nostre gambe anche senza guardarle.
Nel lavoro sedentario questa consapevolezza può diventare sorprendentemente povera.
Possiamo trascorrere ore davanti a uno schermo senza sapere quasi più come siamo seduti.
Riprendere contatto con piedi, bacino, colonna, spalle e testa significa recuperare una mappa più precisa del corpo nello spazio.
Non per assumere una “postura perfetta”.
Ma per avere più possibilità di scelta.
La domanda:
Come sono organizzato fisicamente mentre sto facendo quello che sto facendo?
3. Autoregolazione — Posso modificare il mio stato
Accorgersi non significa ancora sapersi regolare.
Il passaggio successivo è imparare a intervenire sul proprio stato.
Qui il respiro può diventare uno strumento molto concreto.
La ricerca sulla respirazione lenta mostra effetti sulla variabilità della frequenza cardiaca e sugli indici di regolazione autonomica, anche se i meccanismi sono complessi e non vanno ridotti alla semplice formula “attivo il nervo vago e mi calmo”.
Possiamo utilizzare il respiro, il movimento, il cambio di posizione o una breve pausa come strumenti per modulare il nostro livello di attivazione.
Non per essere sempre calmi.
Ma per poter passare da uno stato all’altro con maggiore flessibilità.
La domanda:
Di che cosa ho bisogno per tornare in una condizione dalla quale posso scegliere?
4. Agency — Torno a scegliere
Qui avviene un passaggio decisivo.
Non sono più soltanto qualcuno a cui “succedono” le cose.
Posso scegliere come orientare l’attenzione.
Posso decidere quando rispondere a una mail.
Posso interrompere un automatismo.
Posso dire no.
Posso ascoltare prima di rispondere.
Posso cambiare posizione.
Posso scegliere di non controllare il telefono.
L’agency non significa controllo assoluto.
Significa sentire di avere una possibilità di azione dentro ciò che sta accadendo.
Nel mondo digitale è particolarmente importante perché molti dei nostri comportamenti sono diventati automatici.
La domanda non è:
“Riesco a controllarmi?”
Ma:
“Sto ancora scegliendo io?”
5. Integrazione — Mente e corpo tornano a dialogare
Il quinto livello non è uno stato di perfezione.
È l’integrazione.
Non devo prima pensare:
“Sono stressato.”
Poi ricordarmi:
“Dovrei respirare.”
Poi correggere la postura.
Poi decidere di fare una pausa.
Con la pratica, queste informazioni possono diventare parte di una stessa capacità di autoregolazione.
Mi accorgo.
Comprendo.
Mi regolo.
Scelgo.
Agisco.
E posso farlo senza perdere il contatto con ciò che sta accadendo dentro di me.
È qui che l’embodiment smette di essere soltanto una pratica e diventa un modo di stare nel mondo.
E dove entrano il Maschile e il Femminile?
È qui che possiamo introdurre il tema che attraversa Una Sola Leadership.
Non come caratteristiche degli uomini e delle donne.
E nemmeno come categorie biologiche.
Ma come due qualità che ciascuno di noi può sviluppare e integrare.
Possiamo chiamare Maschile la qualità della direzione:
struttura, decisione, confine, focalizzazione, azione, responsabilità.
E Femminile la qualità dell’ascolto:
ricettività, relazione, sensibilità, adattamento, cura, intuizione, capacità di cogliere il contesto.
Il problema nasce quando una delle due qualità prende tutto lo spazio.
Nel lavoro digitale possiamo facilmente scivolare verso una modalità fatta di:
fare → rispondere → decidere → accelerare → fare ancora.
Direzione senza ascolto.
Azione senza percezione.
Focus senza recupero.
È quella che possiamo chiamare, nel linguaggio di Energyogant, una energia maschile disincarnata.
Non perché il Maschile sia il problema.
Al contrario.
La direzione è necessaria.
La capacità di decidere è necessaria.
La struttura è necessaria.
Ma la struttura funziona meglio quando rimane in contatto con ciò che sta accadendo.
Il Maschile dà direzione. Il Femminile dà informazione.
La leadership integrata nasce dal dialogo tra i due.
Una micro-pratica per accorgersene
Non serve aspettare il weekend.
Puoi farlo davanti al computer.
Prima di aprire la posta
Fermati per 20 secondi.
Senti i piedi.
Percepisci il peso del corpo sulla sedia.
Lascia uscire l’aria senza modificarla.
Poi chiediti:
“Sto aprendo la posta perché l’ho scelto o perché è diventato il gesto automatico con cui inizio la giornata?”
Non devi necessariamente cambiare comportamento.
La prima pratica è vederlo.
Durante una giornata intensa
Quando senti che stai accelerando, fermati.
Percepisci il respiro.
Guarda come sono le spalle.
Senti i piedi.
E chiediti:
“Qual è la prossima cosa che scelgo di fare?”
Sono pochi secondi.
Ma possono creare quello spazio tra stimolo e risposta di cui parlavamo nel primo articolo.
Dallo schermo al corpo. Dal corpo alla scelta.
Il technostress non scomparirà.
La tecnologia continuerà a diventare più presente.
E probabilmente continueremo a lavorare in ambienti sempre più veloci, connessi e complessi.
La risposta non può essere semplicemente disconnettersi.
Può essere sviluppare una capacità complementare:
rimanere connessi a ciò che accade dentro di noi mentre siamo connessi al mondo.
Questo è il contributo che può dare l’embodiment.
Non sostituire la mente con il corpo.
Non eliminare lo stress.
Non trasformare il lavoro in un rituale di benessere.
Ma aumentare la nostra capacità di:
percepire → regolare → scegliere → agire.
Ed è qui che il lavoro sul corpo incontra la performance sostenibile.
Perché una persona non porta in azienda soltanto le proprie competenze.
Porta anche il proprio stato.
E quello stato entra nelle decisioni, nelle relazioni, nell’ascolto e nella leadership.
La domanda da portare con sé
La prossima volta che ti accorgi di essere completamente assorbito dallo schermo, non chiederti soltanto:
“Quanto sono produttivo?”
Prova a chiederti:
“Da quale stato sto lavorando?”
La risposta potrebbe dirti qualcosa che nessun dashboard aziendale riesce a mostrarti.
Nel prossimo articolo
Nel prossimo approfondimento porteremo questa mappa ancora più vicino alla vita professionale:
che cosa succede a una relazione, a una riunione o a una decisione quando cambia lo stato corporeo di chi la conduce?
Perché l’embodiment non riguarda soltanto il rapporto con noi stessi.
Entra anche nel modo in cui guidiamo gli altri.
Bio Federica Bertoli
Se ti interessa approfondire questi temi, contattami direttamente
Simona Santiani 3387438166 – s.santiani@myhara.it


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