Quando il futuro consuma l’energia del presente.
Mancano pochi giorni al rientro lavorativo.
Siamo ancora in vacanza, oppure stiamo vivendo gli ultimi giorni con ritmi più lenti. Eppure una parte di noi è già tornata al lavoro.
La mente riapre l’agenda.
Immagina le email a cui dovrà rispondere, le riunioni, le scadenze, le persone da ricontattare.
E magari pensa:
“Alla fine, tanto, ogni anno va così.”
La prima settimana riusciremo ancora ad affrontare le cose con un ritmo più umano. Poi tutto riprenderà velocemente e ci ritroveremo dentro quella modalità che ormai consideriamo “normale”.
Il lavoro non è ancora ricominciato.
Ma il corpo sembra già viverne la fatica.
Il sonno può diventare meno disteso, il respiro più corto, i pensieri più veloci. Cominciamo a sentire la pressione del tempo e, quasi senza accorgercene, perdiamo una parte dell’energia e del benessere che avevamo recuperato.
Forse, però, non è ancora il lavoro ad averceli tolti.
È il nostro aver cominciato a viverlo in anticipo.
Quando il futuro occupa il presente
Pre-occuparsi significa, letteralmente, occuparsi prima.
Prima che qualcosa accada.
Prima di avere tutte le informazioni.
Prima di poter realmente agire.
La nostra mente lo fa con una buona intenzione: cerca di proteggerci.
Immagina ciò che potrebbe accadere, individua possibili problemi, costruisce scenari e cerca di prepararsi.
In alcune situazioni è utile.
Il problema nasce quando continuiamo a ripetere gli stessi pensieri senza arrivare a una decisione, a una scelta o a un’azione concreta.
A quel punto non ci stiamo più preparando.
Stiamo consumando nel presente l’energia che ci servirà domani.
Siamo ancora a tavola con qualcuno.Siamo in spiaggia.Stiamo passeggiando.Stiamo leggendo un libro.
Ma interiormente stiamo già correndo.
E così il futuro, che ancora non esiste, comincia a occupare lo spazio del presente.
La domanda allora non è:
“Come faccio a non pensare al rientro?”
Pensarci è naturale.
Possiamo invece chiederci:
“Come posso prepararmi senza consumare oggi l’energia che mi servirà domani?”
È qui che possiamo distinguere tra pre-occuparsi e occuparsi.
Prepararsi o pre-occuparsi?
Pre-occuparsi significa investire pensieri ed energie intorno a qualcosa che ancora non possiamo affrontare concretamente.
Continuiamo a immaginare, controllare, anticipare.
Ma non produciamo una vera trasformazione.
Prepararsi, invece, porta verso un’azione.
Può significare:
- organizzare il primo giorno senza pianificare già tutto il mese;
- individuare due o tre priorità;
- predisporre ciò che realmente servirà;
- decidere quando riaprire la casella di posta;
- riconoscere una conversazione che dovrà essere affrontata;
- proteggere uno spazio personale anche dopo il rientro.
La differenza può sembrare sottile.
Ma non lo è.
La preoccupazione ci fa girare intorno a ciò che potrebbe accadere.
Occuparci consapevolmente ci permette di fare un passo verso ciò che possiamo realmente affrontare.
Possiamo riconoscere la differenza attraverso una domanda molto semplice:
“Questo pensiero mi sta conducendo verso un’azione oppure mi sta soltanto facendo rivivere la stessa tensione?”
E se il problema non fosse il rientro?
A volte la paura del rientro non riguarda il lavoro in sé.
Riguarda ciò che il lavoro rappresenta per noi.
- La perdita di libertà.
- Il ritorno a ritmi eccessivi.
- La mancanza di tempo personale.
- Una relazione difficile.
- La pressione delle aspettative.
- Il timore di non essere all’altezza.
- La sensazione di dover ricominciare a trascurare noi stessi.
Per questo dirci semplicemente:
“Non dovrei preoccuparmi.”
oppure:
“Devo pensare positivo.”
non ci aiuta davvero.
Aggiunge soltanto un altro giudizio a ciò che stiamo già vivendo.
Possiamo invece fermarci e chiederci:
- Che cosa temo davvero del rientro?
- Quale situazione sto già vivendo nella mia mente?
- Che cosa dipende realmente da me?
- Qual è il primo gesto possibile?
Quando una paura prende un nome, cambia qualcosa.
Non è più una nube indistinta.Diventa un’informazione.
E un’informazione può essere ascoltata.
Il corpo rientra prima di noi
La preoccupazione non rimane soltanto nella mente.
Spesso il corpo la registra prima ancora che noi ne siamo pienamente consapevoli.
- Il respiro si accorcia.
- La mandibola si irrigidisce.
- Le spalle si sollevano.
- Il ritmo interno accelera.
Cominciamo persino a ridurre gli spazi di piacere e di riposo, quasi dovessimo allenarci in anticipo alla fatica che ci aspetta.
È come se dicessimo al nostro corpo:
“Preparati, tra poco ricomincia tutto.”
Ma il corpo non sa che il lavoro ricomincerà tra qualche giorno.
Il corpo sente ciò che stiamo vivendo adesso.
E forse è proprio da qui che possiamo cominciare.
Nella prospettiva di myHARA e del lavoro che svolgo da tanti anni nelle aziende, il corpo non è qualcosa da trascinare fino a settembre.
È il primo luogo da ascoltare.
Le sue tensioni possono raccontarci qualcosa.
Possono invitarci a osservare che cosa stiamo vivendo, che cosa stiamo trattenendo, quale ritmo stiamo anticipando e di che cosa abbiamo realmente bisogno.
Prima ancora di cambiare qualcosa fuori, possiamo imparare ad ascoltare ciò che accade dentro.
Il rientro non è un interruttore
Spesso pensiamo al rientro come a un interruttore.
- Prima c’è la vacanza – Poi il lavoro.
- Prima la libertà – Poi il dovere.
- Prima il riposo – Poi la prestazione.
Ma questa contrapposizione rischia di trasformare il benessere in un’eccezione.
Come se potessimo stare bene soltanto quando siamo lontani dal lavoro.
E come se la quotidianità fosse qualcosa da sopportare fino alla prossima pausa.
L’obiettivo non è conservare intatta la sensazione della vacanza.
Sarebbe poco realistico.
L’obiettivo può essere un altro:
portare nella quotidianità almeno una parte di ciò che durante le vacanze ci ha fatto bene.
- Forse un risveglio meno precipitoso.
- Una pausa senza telefono.
- Una passeggiata.
- Più attenzione al sonno.
- Un confine più chiaro rispetto alla reperibilità.
- Uno spazio dedicato a qualcosa che ci piace.
- Il permesso di non riempire ogni momento.
Non serve rivoluzionare la propria vita.
Possiamo semplicemente riconoscere:
“Questo mi ha fatto bene.”
E poi chiederci:
“Come posso continuare a proteggerne almeno una piccola parte?”
Una pratica ENERGYOGANT prima del rientro
Nei giorni che precedono la ripresa possiamo dedicare dieci minuti a quattro passaggi.
1. Torna al corpo
Appoggia i piedi a terra.
Porta l’attenzione al respiro, senza cercare immediatamente di modificarlo.
E chiediti:
- Dove avverto tensione?
- Che cosa accade nel mio corpo quando penso al rientro?
- Di che cosa potrei avere bisogno?
Prima di cercare una spiegazione, ascolta.
2. Dai un nome alla preoccupazione
Completa questa frase:
“Del rientro mi preoccupa soprattutto…”
Evita, se possibile, risposte come “tutto” o “il lavoro”.
Cerca qualcosa di preciso.
- Una scadenza.
- Una conversazione.
- Il sovraccarico.
- Gli spostamenti.
- Una relazione.
- Il poco tempo personale.
Dare un nome rende più chiaro ciò che prima sembrava soltanto una sensazione.
3. Distingui ciò di cui puoi occuparti
Dividi ciò che hai scritto in tre aree:
- Ciò di cui posso occuparmi ora.
- Ciò di cui potrò occuparmi al momento opportuno.
- Ciò che non è sotto il mio controllo.
Non tutto richiede la tua energia oggi.
E riconoscerlo è già un modo per recuperarla.
4. Trasforma il pensiero in un gesto
Chiediti:
“Qual è la più piccola azione concreta che posso compiere?”
- Potrebbe essere annotare tre priorità.
- Fissare un momento per organizzarti.
- Chiedere un confronto.
- Decidere che affronterai le email soltanto al rientro.
Oppure, semplicemente, riconoscere:
“Su questo oggi non posso agire.”
E tornare al presente.
Non prepararti a resistere
Spesso torniamo al lavoro come se dovessimo indossare nuovamente un’armatura.
Ci prepariamo a resistere.
Acceleriamo prima del necessario.
Anticipiamo la fatica.
Consideriamo inevitabile perdere gli spazi di benessere che abbiamo ritrovato.
Ma forse possiamo prepararci in un altro modo.
Non a resistere.
A essere presenti.
Perché il contrario della preoccupazione non è l’indifferenza.
È occuparsi di ciò che esiste, nel momento in cui possiamo realmente farlo.
Eppure qui si apre una domanda ancora più importante.
Possiamo smettere di pre-occuparci e tornare immediatamente a essere occupatissimi, senza sentirci davvero meglio?
Possiamo fare moltissimo e continuare a sentirci svuotati?
Possiamo avere l’agenda piena e la sensazione che la nostra energia venga continuamente consumata?
Probabilmente sì.
Perché non conta soltanto quanto facciamo.
Conta verso cosa dirigiamo il nostro tempo, la nostra attenzione e la nostra energia.
Ed è qui che il tema del rientro diventa qualcosa di più grande.
Non riguarda più soltanto settembre.
Riguarda il modo in cui stiamo vivendo.
Di che cosa ci stiamo occupando davvero?
Forse la domanda non è soltanto:
“Come faccio a tornare al lavoro senza stressarmi?”
Forse possiamo spingerci un po’ più in profondità.
“Di che cosa desidero occuparmi davvero?”
E ancora:
“Che cosa sto nutrendo attraverso il mio fare quotidiano?”
Perché ogni giorno mettiamo energia in qualcosa.
- Nel lavoro.
- Nelle relazioni.
- Nelle responsabilità.
- Nelle preoccupazioni.
- Nelle cose che scegliamo.
Ma anche nelle cose che continuiamo a fare soltanto perché ci siamo abituati.
E non tutto ciò a cui dedichiamo energia ci restituisce energia.
Questa è una delle domande da cui, secondo me, vale la pena ripartire.
- Non per cambiare tutto.
- Non per fuggire dalla quotidianità.
Ma per tornare a scegliere, con maggiore consapevolezza, dove vogliamo mettere la nostra energia.
Prima di ripartire… “Torna a terra”
Passare dal pre-occuparsi all’occuparsi non significa soltanto organizzare meglio ciò che ci aspetta.
- Significa tornare presenti.
- Ascoltare ciò che accade nel corpo.
- Riconoscere ciò che ci sta consumando.
- E iniziare a distinguere ciò che merita davvero la nostra energia.
Forse, prima di ripartire, abbiamo bisogno proprio di questo.
Non di aggiungere un’altra cosa alla nostra agenda.
Ma di fermarci abbastanza a lungo da sentire nuovamente dove siamo.
Dal 16 al 18 ottobre, myHARA propone “Torna a Terra”, un retreat esperienziale alla Sacra di San Michele, vicino a Torino.
Tre giorni per rallentare, ritrovare radicamento e presenza, ascoltare il corpo e tornare a ciò che per te è essenziale.
Non un’altra attività da aggiungere all’agenda.
Ma uno spazio per uscire temporaneamente dagli automatismi, ascoltarti e riconnetterti alla tua direzione.
Prima di decidere dove andare, abbiamo bisogno di sentire nuovamente la terra sotto i piedi.
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- Simona Santiani 3387438166 – s.santiani@myhara.it
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