Nel precedente articolo abbiamo parlato della differenza tra pre-occuparsi e occuparsi.
Pre-occuparsi significa vivere in anticipo qualcosa che ancora non è accaduto, consumando oggi energie che forse ci serviranno domani.
Occuparsi è diverso.
Significa guardare ciò che c’è, riconoscere ciò che dipende da noi e fare, nel presente, ciò che possiamo fare.
Ma c’è un passaggio ulteriore.
Perché possiamo smettere di preoccuparci e tornare immediatamente a essere occupati.
L’agenda si riempie.
Le email ricominciano ad arrivare.
Le riunioni ripartono.
Le cose da fare aumentano.
E in poco tempo possiamo ritrovarci esattamente dove eravamo prima.
Con una differenza: magari ci sentiamo un po’ più stanchi e non sappiamo bene perché.
Perché essere occupati non significa necessariamente occuparsi.
E nemmeno occuparsi significa, automaticamente, dare un senso a ciò che facciamo.
Il rientro ci riporta facilmente al pilota automatico
Dopo una pausa può comparire una strana urgenza: recuperare.
Recuperare il lavoro arretrato.
Recuperare le email.
Recuperare il tempo.
Recuperare la sensazione di essere nuovamente efficienti.
E magari ci confrontiamo anche con chi è rientrato prima di noi.
Così, nel giro di poche ore, quel ritmo più lento che avevamo sperimentato durante la vacanza sembra già lontanissimo.
La mente torna a parlare il suo linguaggio abituale:
Devo. Bisogna. Urgente. Subito. Non ho tempo.
Non possiamo eliminare tutti i doveri.
Abbiamo responsabilità, persone che contano su di noi, impegni che non possiamo semplicemente cancellare.
Possiamo però osservare come torniamo a occuparcene.
Perché il problema non è soltanto quante cose facciamo.
È quanta parte di noi è presente mentre le facciamo.
Essere occupati è una condizione. Occuparsi è una scelta.
Essere occupati lo vediamo facilmente da fuori.
– Un’agenda piena.
– Molte richieste.
– Poco tempo.
– Passaggi continui da un’attività all’altra.
– La sensazione che tutto sia urgente.
Occuparsi è qualcosa di diverso.
È portare attenzione a ciò che stiamo facendo.
È chiederci, almeno qualche volta:
Perché lo sto facendo?
Di chi o di che cosa mi sto prendendo cura?
Che cosa voglio generare attraverso questa azione?
A questo punto la domanda cambia.
Non è più soltanto:
Che cosa devo fare oggi?
Può diventare:
Di che cosa mi sto prendendo cura attraverso ciò che faccio?
Non è una domanda filosofica.
Può essere estremamente concreta.
Posso occuparmi di un cliente perché voglio aiutarlo a risolvere un problema.
Posso occuparmi di una persona della mia famiglia perché in questo momento ha bisogno di me.
Posso fare bene un lavoro apparentemente piccolo perché so che qualcun altro potrà lavorare meglio grazie a ciò che ho fatto.
Posso imparare qualcosa perché voglio continuare a crescere.
Posso mettere un limite perché voglio proteggere un’energia che mi serve per ciò che considero importante.
Il senso non deve essere necessariamente una grande missione.
A volte è semplicemente il significato che riconosciamo in ciò che stiamo sostenendo.
E se la vacanza ci avesse lasciato qualche informazione?
Durante una vacanza possiamo aver camminato di più.
- Dormito meglio.
- Parlato senza guardare continuamente l’orologio.
- Trascorso tempo con qualcuno.
- Stato in silenzio.
- Lasciato il telefono lontano.
- Fatto qualcosa che non facevamo da tempo.
Sono momenti che tendiamo a considerare una parentesi.
E invece possono contenere informazioni preziose.
Ci mostrano come stiamo quando abbiamo un po’ più di spazio.
- Ci fanno capire che cosa ci nutre.
- Che cosa ci manca.
- Che cosa abbiamo trascurato.
- Che cosa, forse, vorremmo riportare nella nostra vita quotidiana.
Il punto non è replicare la vacanza nella vita di tutti i giorni.
È ascoltare ciò che ci ha fatto bene.
Perché non tutto ciò che riempie il nostro tempo ha lo stesso valore.
E non tutto ciò che è urgente merita necessariamente tutta la nostra energia.
Di che cosa vale davvero la pena occuparsi?
Questa domanda diventa particolarmente interessante quando attraversiamo fasi di cambiamento.
E dopo i 50 anni può accadere qualcosa di particolare.
Per molto tempo siamo stati abituati a costruire, produrre, crescere, raggiungere obiettivi, prenderci responsabilità.
- Abbiamo imparato a essere efficienti.
- A risolvere.
- A tenere insieme molte cose.
Poi, a un certo punto, alcune domande possono cambiare.
Non necessariamente perché abbiamo meno da fare.
Ma perché non tutte le cose che facciamo hanno più lo stesso significato.
Possiamo iniziare a chiederci:
- Che cosa merita ancora la mia energia?
- Che cosa sto facendo soltanto per abitudine?
- Che cosa continuo a sostenere perché temo di deludere qualcuno?
- Che cosa non mi rappresenta più?
- Che cosa invece vorrei tornare a nutrire?
Non sono domande che chiedono risposte immediate.
Sono domande che aprono uno spazio di ascolto.
Dal “devo” al “scelgo come”
Non sempre possiamo scegliere che cosa fare.
- Possiamo però, molto più spesso, interrogarci su come farlo.
- Posso svolgere un compito senza identificarmi completamente con il suo risultato.
- Posso essere responsabile senza essere disponibile in ogni momento.
- Posso contribuire senza sentirmi obbligato a fare tutto.
- Posso prendermi cura degli altri senza smettere di considerare me stesso.
È una differenza sottile, ma importante.
Tra:
“Devo farlo.”
e
“Scelgo come voglio esserci mentre lo faccio.”
c’è uno spazio.
Ed è proprio in quello spazio che possiamo iniziare a recuperare una parte della nostra energia.
Occuparsi con senso non significa trovare un senso a tutto
C’è però un rischio.
Anche la ricerca del senso può trasformarsi in un altro obbligo.
Devo essere motivato.
Devo amare quello che faccio.
Devo trovare il mio scopo.
Devo rientrare dalle vacanze pieno di energia.
No.
Non è questo il punto.
- Ci sono lavori che pesano.
- Attività che non ci piacciono.
- Relazioni che ci consumano.
- Periodi nei quali siamo semplicemente stanchi.
- E ci sono situazioni nelle quali il problema non è il nostro atteggiamento, ma il contesto nel quale ci troviamo.
Il senso non serve a giustificare tutto.
Serve, piuttosto, a vedere più chiaramente.
A riconoscere ciò che vogliamo continuare a sostenere.
Ciò che vogliamo cambiare.
Ciò che non ci appartiene più.
E anche ciò che, pur essendo difficile, scegliamo consapevolmente di attraversare.
Una piccola pratica per il rientro
Per qualche giorno, alla fine della giornata, prova a fermarti cinque minuti.
E chiediti tre cose.
1. Che cosa mi ha tenuto occupato oggi?
Quali attività hanno assorbito più tempo e attenzione?
2. Di che cosa mi sono realmente occupato?
Dove ho portato presenza, cura, responsabilità?
3. Che cosa ha dato senso alla mia giornata?
Non cercare risposte straordinarie.
- Può essere una conversazione.
- Un problema risolto.
- Un gesto.
- Un’idea.
- Un momento di ascolto.
- Un lavoro fatto bene.
- Una scelta.
Oppure la consapevolezza che qualcosa mi ha tolto più energia di quanto fossi disposto a riconoscere.
Questa pratica non serve a giudicare la giornata.
Serve a renderla visibile.
Perché ciò che vediamo possiamo iniziare a scegliere.
E possiamo scegliere anche ciò di cui non occuparci
Forse è questo uno dei passaggi più importanti.
A volte prenderci cura della nostra energia non significa aggiungere qualcosa.
Significa togliere.
- Una disponibilità continua.
- La necessità di rispondere immediatamente.
- Un’attività che potrebbe essere delegata.
- Un’abitudine che ci disperde.
- La convinzione di dover fare tutto da soli.
- Una responsabilità che, in realtà, non ci appartiene.
Possiamo chiederci:
Di che cosa scelgo di non occuparmi più nello stesso modo?
Perché non tutto ciò che arriva fino a noi deve diventare necessariamente nostro.
Anche un confine può essere un atto di cura.
Il vero rientro
Forse il vero rientro non consiste nel tornare rapidamente al ritmo di prima.
Forse consiste nel tornare alla quotidianità senza perdere ciò che abbiamo ascoltato durante la pausa.
La vacanza ci ricorda che non siamo soltanto ciò che produciamo.
Non siamo soltanto le cose che risolviamo, le responsabilità che assumiamo, gli obiettivi che raggiungiamo.
- Siamo anche la qualità della nostra presenza.
- Il modo in cui ci prendiamo cura.
- Le relazioni che alimentiamo.
- Le esperienze che scegliamo.
- Il significato che riconosciamo nel nostro fare.
E allora forse la domanda da portare con noi nelle prossime settimane non è:
“Come faccio a tornare efficiente come prima?”
Ma:
“Di che cosa desidero occuparmi davvero e quale parte di me voglio portare in ciò che faccio?”
Questa, per me, è una delle domande più importanti quando iniziamo a guardare alla vita non solo dopo i 50 anni.
Perché il punto non è tornare a essere quelli di prima.
È capire che cosa vogliamo ancora costruire con l’energia che abbiamo oggi.
Dal fare al cambiamento
Occuparsi con senso è un primo passo.
Ma ascoltare ciò che emerge può portarci più lontano.
Può farci riconoscere che alcuni modi di vivere, lavorare, relazionarci o prenderci cura di noi stessi non sono più adatti alla persona che siamo diventati.
E allora il tema non è più soltanto:
“Come posso gestire meglio la mia energia?”
Diventa:
“Dove voglio orientarla, adesso?”
È da questa domanda che nasce il percorso myHARA Energia e cambiamento dopo i 50 anni.
Un percorso online pensato per chi sente che questa fase della vita non è semplicemente qualcosa da gestire, ma un momento nel quale ascoltare, scegliere e aprire nuove possibilità.
Per imparare a:
- riconoscere ciò che oggi sostiene o consuma la propria energia;
- ascoltare il corpo e i bisogni attuali;
- attraversare il cambiamento senza leggerlo soltanto come perdita;
- riscoprire risorse, desideri e possibilità;
- trasformare una maggiore consapevolezza in scelte concrete e sostenibili.
Perché dopo i 50 anni non abbiamo necessariamente bisogno di fare di più.
Abbiamo bisogno, forse, di fare spazio a ciò che conta di più.
Se senti che è il momento di fermarti e ascoltare
Dal 26 ottobre parte il percorso online myHARA Energia e cambiamento dopo i 50 anni.
Un percorso per accompagnare questa fase della vita non cercando di tornare indietro, ma imparando a riconoscere chi stiamo diventando e dove vogliamo portare la nostra energia.
E se senti che prima di iniziare un percorso hai bisogno semplicemente di fermarti, respirare e tornare a terra, dal 16 al 18 ottobre puoi farlo con il retreat esperienziale Torna a Terra.
Perché a volte il cambiamento non comincia da una decisione.
Comincia da un momento nel quale smettiamo di correre abbastanza a lungo da poter finalmente sentire dove vogliamo andare.
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Simona Santiani 3387438166 – s.santiani@myhara.it
www.myhara.it – www.energyogant.it – www.unasolaleadership.it


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