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  • Il metodo

    Se vuoi cambiare, prima devi radicarti

    Ci sono momenti in cui la vita comincia a starci stretta.

    Non necessariamente perché sia andato tutto storto.

    Anzi, spesso è proprio il contrario.

    Da fuori sembra che tutto funzioni: il lavoro, la casa, le relazioni, le responsabilità, le abitudini che abbiamo costruito negli anni.

    Eppure dentro compare una sensazione difficile da ignorare.

    Non mi basta più.

    All’inizio è appena percettibile.

    Poi diventa un pensiero ricorrente.

    E infine può trasformarsi in una spinta:

    Devo cambiare.

    – Cambiare lavoro.
    – Cambiare città.
    – Chiudere una relazione.
    – Iniziare qualcosa di completamente diverso.
    – Lasciare una vita che, improvvisamente, sembra non appartenerci più.

    A volte quella spinta indica davvero una trasformazione necessaria.

    Altre volte è semplicemente il modo in cui il nostro sistema cerca di uscire da una situazione di disagio.

    Il punto è che, quando siamo dentro quel disagio, le due cose possono sembrare identiche.

    Ed è proprio qui che il radicamento diventa importante.

    La fretta di andare

    Quando non stiamo bene, la prima cosa che desideriamo è spesso muoverci.

    • Fare qualcosa.
    • Prendere una decisione.
    • Cambiare.

    Perché l’azione dà una sensazione immediata di sollievo.

    • Se non sopporto più il mio lavoro, penso di licenziarmi.
    • Se non sto bene dove vivo, penso di trasferirmi.
    • Se una relazione mi fa soffrire, penso di chiuderla.
    • Se non mi riconosco più nella mia vita, penso di ricominciare da capo.

    Il movimento sembra la soluzione.

    Ma non sempre lo è.

    Perché puoi muoverti molto senza andare davvero da nessuna parte.

    • Puoi cambiare scenario e ritrovarti esattamente con la stessa inquietudine.
    • Puoi cambiare persone e ripetere gli stessi schemi.
    • Puoi cambiare lavoro e portarti dietro la stessa stanchezza.
    • Puoi persino costruire una vita completamente nuova e scoprire che il problema non era la vita che avevi lasciato.Era il modo in cui la stavi vivendo.

    Per questo, prima di chiederti dove andare, forse dovresti chiederti:

    Quale parte di me vuole il cambiamento?

    Fuga o direzione?

    È una domanda che mi sembra fondamentale ogni volta che accompagno qualcuno che sta attraversando un cambiamento.

    Perché non tutte le spinte hanno la stessa origine.

    C’è una spinta che nasce dalla saturazione.

    Non ce la faccio più.

    E ce n’è un’altra che nasce dalla maturazione.

    Ho capito che voglio altro.

    Sembrano la stessa cosa.

    Non lo sono.

    La prima cerca soprattutto di allontanarsi da qualcosa.

    La seconda comincia a orientarsi verso qualcosa.

    Naturalmente nella realtà non esistono confini così netti.

    Possiamo avere paura e desiderio contemporaneamente.

    Possiamo sapere che una situazione non ci fa più bene e, allo stesso tempo, non avere ancora chiaro cosa vogliamo al suo posto.

    Possiamo sentire che è arrivato il momento di andare senza avere ancora una direzione precisa.

    Ed è proprio per questo che non serve avere immediatamente una risposta.

    Serve creare le condizioni per poterla ascoltare.

    Il corpo sa quando qualcosa non torna

    Molto prima che una decisione arrivi alla mente, spesso il corpo ha già iniziato a parlare.

    • La stanchezza che non passa.
    • Il sonno disturbato.
    • La tensione.
    • La perdita di entusiasmo.
    • La sensazione di essere sempre altrove.
    • La difficoltà a concentrarsi.
    • Il bisogno continuo di distrarsi, facendo.

    Il corpo non ci dice necessariamente “devi andartene”.

    Ci sta dicendo:

    “Guardami. C’è qualcosa che merita attenzione.”

    Ed è una differenza enorme.

    Perché quando interpretiamo ogni disagio come un’indicazione ad agire, rischiamo di trasformare un segnale in una decisione.

    Il corpo può segnalare che qualcosa non funziona.

    Ma capire cosa non funziona richiede ascolto.

    • Richiede tempo.
    • Richiede presenza.
    • Richiede radicamento.

    Che cosa significa davvero radicarsi?

    La parola “radicamento” può sembrare astratta.

    In realtà è molto concreta.

    Radicarsi significa tornare in contatto con ciò che c’è.

    • Con il corpo.
    • Con il respiro.
    • Con le emozioni.
    • Con la propria storia.
    • Con la realtà quotidiana.
    • Con ciò che abbiamo costruito.
    • Con ciò che oggi ci nutre e con ciò che invece ci svuota.

    Significa smettere, almeno per un momento, di vivere soltanto nella proiezione del futuro.

    Perché quando siamo in difficoltà è molto facile costruire mentalmente una vita alternativa.

    Quando avrò cambiato lavoro starò meglio.

    Quando vivrò in un’altra città sarò finalmente me stessa.

    Quando avrò chiuso questa relazione ricomincerò a vivere.

    Il futuro diventa una promessa di salvezza.

    Ma nessun cambiamento esterno può sostituire il contatto con ciò che sta accadendo dentro di noi.

    Radicarsi significa tornare nel punto esatto in cui siamo.

    Non per rassegnarsi.

    Per poter scegliere.

    Le radici non sono il passato

    C’è un altro equivoco sul radicamento.

    Pensiamo che avere radici significhi restare legati a ciò che siamo stati.

    Ma le nostre radici non sono una catena.

    Sono il terreno da cui possiamo crescere.

    Dentro ci sono anche le esperienze che vorremmo dimenticare.

    • Le scelte sbagliate.
    • Le relazioni finite.
    • I periodi difficili.
    • Le cose che non abbiamo avuto il coraggio di fare.

    Ma ci sono anche:

    • Le competenze che abbiamo acquisito.
    • Le persone che abbiamo incontrato.
    • Le volte in cui siamo riusciti a ricominciare.
    • Le capacità che non sapevamo di avere.
    • La conoscenza che arriva solo vivendo.

    Tutto questo costituisce il nostro terreno.

    E non dobbiamo distruggerlo ogni volta che sentiamo il bisogno di cambiare.

    Possiamo utilizzarlo.

    Quando perdiamo il contatto con la terra

    Quando siamo molto proiettati verso ciò che vorremmo diventare, rischiamo di perdere il contatto con ciò che siamo oggi.

    • La mente corre avanti.
    • Immagina.
    • Confronta.
    • Progetta.
    • Anticipa.
    • E più corre, più il presente sembra insufficiente.

    È qui che può comparire una strana forma di instabilità.

    Ci annoiamo facilmente.

    Perdiamo interesse.

    Dubitiamo continuamente delle nostre scelte.

    Cerchiamo nuovi stimoli.

    Abbiamo bisogno di cambiare qualcosa per sentirci vivi.

    E ogni nuova possibilità sembra improvvisamente migliore di quella che abbiamo.

    Ma forse non abbiamo bisogno di un’altra possibilità.

    Forse abbiamo bisogno di tornare a sentire quella che abbiamo davanti.

    Questo non significa accontentarsi.

    Significa smettere di decidere mentre siamo scollegati dalla realtà.

    Il radicamento non ti dice di restare

    Questa è la parte più importante.

    Radicarsi non significa convincersi che il lavoro va bene.

    Non significa salvare una relazione a tutti i costi.

    Non significa restare in una città che non sentiamo più nostra.

    Non significa diventare prudenti.

    E soprattutto non significa rinunciare al cambiamento.

    Al contrario.

    Il radicamento rende possibile un cambiamento più libero.

    Perché quando sei radicato puoi guardare ciò che vuoi lasciare senza doverlo distruggere.

    Puoi riconoscere che una fase è finita senza considerarla un fallimento.

    Puoi ringraziare ciò che ti ha accompagnato fino a qui e, contemporaneamente, scegliere di andare oltre.

    Puoi dire:

    • Questo mi è servito.
    • Questo mi ha fatto crescere.
    • Questo oggi non mi appartiene più.

    E poi fare un passo.

    Non per scappare.

    Per andare.

    Non basta il coraggio

    Quando pensiamo al cambiamento parliamo molto di coraggio.

    Ed è giusto.

    Ma il coraggio, da solo, può portarci anche nella direzione sbagliata.

    Puoi avere moltissimo coraggio e prendere una decisione impulsiva.

    Puoi avere fiducia e costruire un progetto che non ti appartiene davvero.

    Puoi seguire quello che chiami “voce del cuore” senza esserti fermato abbastanza per capire da dove arriva quella voce.

    Per questo, prima del coraggio, serve discernimento.

    La capacità di osservare.

    Di ascoltare.

    Di distinguere.

    Di aspettare quando è necessario aspettare.

    E di agire quando arriva il momento di agire.

    Questa non è passività.

    È presenza.

    A volte il cambiamento arriva quando smetti di forzarlo

    Ho incontrato molte persone convinte di dover prendere una decisione immediatamente.

    Come se restare per un altro po’ significasse perdere un’occasione.

    Ma non tutte le decisioni importanti hanno bisogno di essere prese velocemente.

    Alcune hanno bisogno di essere lasciate maturare.

    Quando torniamo a terra, può accadere qualcosa di sorprendente.

    Quella spinta che sembrava irresistibile diminuisce.

    E allora scopriamo che forse non volevamo davvero lasciare tutto.

    Oppure succede l’esatto contrario.

    La spinta rimane.

    Ma cambia qualità.

    Non è più rabbia.

    Non è più insofferenza.

    Non è più il bisogno di scappare.

    È diventata chiarezza.

    E a quel punto anche la paura può stare nella stanza senza decidere al posto nostro.

    Prima di scegliere dove andare, torna a te

    Forse il vero significato del radicamento non è avere certezze.

    È poter stare nell’incertezza senza sentirsi obbligati a riempirla immediatamente con una decisione.

    È riuscire a rimanere abbastanza presenti da ascoltare ciò che sta realmente accadendo.

    Perché non sempre quando vuoi cambiare devi partire.

    A volte devi prima fermarti.

    E non sempre fermarsi significa restare.

    A volte è proprio fermandoti che finalmente capisci che è arrivato il momento di andare.

    Questa è la differenza tra una fuga e una scelta.

    La fuga ha bisogno di velocità.
    La scelta ha bisogno di radici.

    Per questo, se senti che qualcosa nella tua vita sta chiedendo di cambiare, forse non cominciare chiedendoti:

    “Cosa devo lasciare?”

    Prova con una domanda diversa:

    “Cosa sta cercando di cambiare dentro di me?”

    Potresti scoprire che la risposta non è ancora un nuovo lavoro, una nuova città, una nuova relazione o una nuova vita.

    Potrebbe essere semplicemente un nuovo modo di stare nella tua vita.

    E da lì, forse, capire finalmente se è il momento di restare, di trasformare o di andare.

    Perché radicarsi non significa mettere radici nel posto in cui sei.

    Significa avere abbastanza terra sotto i piedi da poter scegliere il prossimo passo.

    E quando quel passo arriva, non hai più bisogno di scappare.

    Puoi finalmente andare.

    Perché senza radici non si vola.

    E se fosse il momento di tornare a terra?

    Forse non hai bisogno, oggi, di trovare subito una risposta.

    Forse hai bisogno di uno spazio in cui fermarti abbastanza a lungo da poter sentire cosa sta realmente accadendo.

    Di tornare nel corpo.

    Di fare silenzio.

    Di guardare con occhi nuovi ciò che stai vivendo.

    Di capire se quella spinta che senti è il bisogno di lasciare qualcosa alle spalle oppure l’inizio di una nuova direzione.

    È proprio da qui che nasce TORNA A TERRA.

    TORNA A TERRA

    16 – 18 ottobre 2026 | Sacra di San Michele, vicino a Torino

    Un retreat esperienziale dedicata al radicamento, per ritrovare il contatto con te stessa/o prima di prendere decisioni, fare cambiamenti o semplicemente ripartire.

    Un tempo per rallentare, ascoltare il corpo, fare chiarezza e ritrovare quella stabilità interiore che non significa stare fermi, ma poter scegliere da dove muoversi.

    Perché a volte il passo successivo non è ancora partire.

    È tornare a terra.

    La Sacra di San Michele, luogo di grande forza paesaggistica e spirituale, sarà lo spazio in cui vivere questa esperienza.


    E se senti che quello che stai vivendo non riguarda soltanto una decisione, ma una fase più ampia della tua vita, dal 26 ottobre 2026 parte il percorso online:

    ENERGIA E CAMBIAMENTO DOPO I 50 ANNI

    Un percorso per comprendere e attraversare il cambiamento con maggiore consapevolezza, recuperando energia, direzione e possibilità.

    Perché dopo i 50 anni non è detto che il cambiamento debba essere più difficile.

    Forse dobbiamo semplicemente imparare ad attraversarlo in un modo diverso.

    Non per tornare a essere quelli di prima.

    Ma per capire come utilizzare ciò che siamo diventati per costruire ciò che ancora possiamo diventare.

    Due esperienze diverse. Un unico punto di partenza:

    tornare in contatto con te prima di decidere dove andare.

    Per info e iscrizioni contattami direttamente

    Simona Santiani 3387438166 – s.santiani@myhara.it

    www.myhara.it – www.energyogant.it – www.unasolaleadership

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