La solitudine esistenziale: il silenzio che ci appartiene
Viviamo immersi nel frastuono continuo del mondo, ma ciò che in realtà ci spaventa di più è il silenzio.
Quello spazio fatto di inattività, di stasi, di intimità con noi stessi. Il momento in cui ci accorgiamo che esistiamo e che qualcosa che si muove da dentro.
Forse ci spaventa perché è proprio in quegli istanti che arriva lui: il vuoto.
Un silenzio che si fa più profondo, esistenziale, relazionale, senza scappatoie.
Restare in quel vuoto, senza riempirlo subito, è difficile: ci obbliga a guardare chi siamo davvero, ad accogliere le domande senza cercare subito soluzioni , a incontrare quelle parti di noi che, in qualche maniera, tacciono da troppo tempo
Noi continuiamo ingenuamente a fare cose in modo da colmarlo. Lasciamo che siano situazioni, contesti, risultati lavorativi, tecnologia a riempirlo.
Forse continuando a scappare lui se ne andrà, pensiamo. Invece rimane.
Finché non ti siedi con lui e non lo ascolti.
Il vuoto relazionale
L’uomo nasce, cresce e si evolve come animale sociale. Dunque, non possiamo evitare di avere relazioni: che sia con con noi stessi, con un altro individuo o con il mondo. https://www.energyogant.it/trasform-azione-vera-il-dire-implica-il-verbo-sbagliare/
Cos’è il vuoto relazionale?
È quella sensazione di non essere davvero in contatto con gli altri, anche quando siamo circondati da persone o collegati digitalmente.
Infatti, la solitudine non dipende dall’assenza o dalla presenza di persone. Noi ci sentiamo soli anche a volte con chi ci fa sentire solo: quando non ci fa domande, non ci apprezza, non ci valorizza, non ci ascolta.
Perché in una società di iperconnessione ci sentiamo sempre più soli?
Non è stata la tecnologia a creare questa solitudine. La tecnologia semplicemente ha sfruttato e riempito quel vuoto relazionale che esisteva già prima. La tecnologia, i Social ecc. hanno solo approfittato di quella crepa e, illudendoci con un’attività compensatoria, hanno reso manifesto ciò che già c’era: il nostro modo di relazionarci con gli altri. La tecnologia è stata stesa sopra queste crepe, come un tappeto per nascondere la polvere.
Quando ci poniamo in relazione con qualcun altro, nel nostro cervello si attivano circuiti di dopamina (l’ormone che ci fa sentire piacere e ci fa stare bene).
Ed è proprio qui che è subentrata la tecnologia, compensando questo bisogno di dopamina.
Perché trascorriamo più tempo sui social che nelle relazioni dal vivo?
- I social offrono dosi rapide e continue di gratificazione (like, messaggi, notifiche) perché il cervello ottiene una ricompensa più immediata e meno impegnativa.
- Secondo il concetto del pain vs pain, cerchiamo sempre di fare la cosa più semplice, la meno dolorosa. Quindi preferiamo attività più prevedibili e meno pericolose: tipo Netflix o scrollare sui social. Perché? Ci fanno evitare la vulnerabilità e il dolore che possono comportare vere relazioni.
Ogni essere umano però nasce e muore solo. Questa verità appartiene a tutti noi, è universale ma, spesso taciuta, ha un riflesso potente per chi guida. La solitudine non è semplicemente assenza di compagnia, ci si può sentire soli anche in mezzo alla gente: è il terreno su cui la nostra mente e il nostro cuore si confrontano con il nostro Sé, con la realtà più profonda.
La solitudine del leader
Il leader al vertice sperimenta questa verità in modo amplificato. Le decisioni che prende influenzano persone, risorse e vite; le responsabilità gravano su di lui o lei in modo che nessun collega può condividere davvero. Comprendere che questa solitudine è inevitabile perchè permette di trasformarla da peso in spazio di riflessione e crescita personale.
La solitudine relazionale: tra vicinanza e distanza
Non è raro che manager e CEO siano circondati da persone, ma sentano comunque un vuoto. La solitudine relazionale nasce dall’impossibilità di condividere completamente il proprio ruolo e le proprie emozioni. https://www.energyogant.it/quanto-ci-costa-la-virilita-energia-leadership-e-relazioni/
Vi menziono alcuni casi di manager dopo aver fatto un percorso di coaching individuale proprio su questi temi:
Luca, CEO di una tech company, circondato da team e advisor, sente un vuoto interiore alla fine di ogni giornata. Solo quando si ritira in silenzio riesce a confrontarsi con sé stesso: trenta minuti da solo, lontano dal telefono, a rivedere la giornata. In quel silenzio, senza distrazioni, osserva le proprie emozioni, analizza le scelte fatte e pianifica le mosse future. Non è un lusso: è la sua palestra per lucidità e resilienza.
Marta, HR internazionale, scopre che le conversazioni superficiali non alleviano la solitudine. Solo i momenti di condivisione autentica con un mentor le danno chiarezza.La solitudine relazionale non va evitata, ma gestita: serve a distinguere le relazioni funzionali da quelle profonde, indispensabili per il benessere emotivo del leader. Marta si concede una camminata quotidiana da sola. Senza musica, senza telefono. In quei venti minuti, sente davvero i propri pensieri, le proprie preoccupazioni e intuizioni. È lì che nascono le decisioni migliori, quelle che non poteva trovare tra email e riunioni infinite.
La solitudine manageriale: il peso delle decisioni
Il manager vive una solitudine unica: ogni decisione importante porta con sé responsabilità che non possono essere delegate. Questo peso genera stress, ansia e a volte un senso di isolamento che può diventare paralizzante se non riconosciuto.
Alcuni suggerimenti concreti da poter applicare:
- Rituali di introspezione: meditazione, respirazione consapevole, brainstorming individuale prima del brainstorming collettivo.
- Scrittura riflessiva: journaling quotidiano per chiarire dubbi, emozioni e intuizioni strategiche.
- Condivisione selettiva: avere un mentor o peer fidato con cui confrontarsi senza filtri.
- Domande potenti: Qual è la decisione che oggi evito per paura del giudizio?
Trasformare la solitudine in energia
Accettare la solitudine permette di convertirla in energia creativa. Non è più un vuoto da colmare, ma uno spazio fertile.https://www.energyogant.it/le-nuove-direzioni-dei-rapporti-umani-in-azienda/
Condivido un altro esempio di trasformazione che ho avuto il piacere di accompagnare:
- Giovanni, COO di una multinazionale, soffre di insonnia e di stati d’ansia, ha scoperto come l’utilizzo quotidiano della scrittura lo faciliti nell’analisi delle scelte complesse. La solitudine diventa laboratorio strategico.
La solitudine come pienezza
Quando la solitudine diventa consapevole:
- Il leader ritrova lucidità e presenza.
- Le intuizioni emergono senza rumore di fondo.
- Si costruisce resilienza emotiva e strategica.
La solitudine non è mancanza di vita: è pienezza di pensiero e consapevolezza. Non è qualcosa da temere, ma un alleato indispensabile.
Riassumo alcuni suggerimenti quotidiani per manager e leader
- Rituale del silenzio: 20–30 minuti al giorno senza telefono, riunioni o distrazioni.
- Diario personale: annotare emozioni, dubbi e intuizioni.
- Mentor o peer di fiducia: confronto sincero su responsabilità e decisioni.
- Attività fisica consapevole: yoga, camminate o palestra come spazi di decompressione mentale.
- Digital detox controllato: proteggere momenti di introspezione dal flusso digitale.
La solitudine come maestra
Il leader che riconosce, attraversa e trasforma la propria solitudine diventa più lucido, resiliente e autentico.
La solitudine, se gestita con consapevolezza, non è isolamento, ma strumento di leadership sostenibile.
Qual è un piccolo rituale di solitudine che puoi provare già da domani?
La solitudine scelta diventa pienezza: più consapevolezza, più leadership, più creatività
UNASOLA Leadership rappresenta la via per una leadership completa e integrata: consapevolezza + azione, stabilità + creatività, maschile + femminile
Se sei interessato ad approfondire questi temi contattami direttamente:
Simona + 39 3387438166 – s.santiani@myhara.it


No Comments