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  • Il metodo

    La variabile invisibile della performance nei team

    Negli ultimi anni ho avuto il privilegio di accompagnare persone e gruppi in contesti molto diversi: aziende, percorsi di coaching, formazione e ritiri di yoga.

    Ogni volta mi colpisce la stessa evidenza.

    Cambiano le professioni, le età, le esperienze di vita. Cambia il contesto. Eppure, all’inizio, ogni gruppo sembra seguire lo stesso schema invisibile.

    L’ultima conferma l’ho avuta durante l’ottava edizione dello Yoga & Trekking alle Cinque Terre, nello scorso weekend del 21 giugno.

    Non ero interessata soltanto all’esperienza del gruppo. Stavo osservando come un insieme di persone sconosciute potesse trasformarsi, poco alla volta, in un sistema capace di ascoltare, collaborare e pensare insieme.

    Ed è accaduto ancora.

    Prima di diventare un team, siamo un sistema che si protegge

    Quando un gruppo si incontra, raramente è davvero presente.

    Ognuno arriva con la propria storia, il proprio ruolo, le proprie aspettative e, soprattutto, con la necessità di sentirsi al sicuro.

    Ho osservato che, nelle fasi iniziali, emergono quasi sempre tre bisogni profondi:

    • proteggere la propria identità e l’immagine di sé;
    • mantenere il controllo di ciò che è incerto;
    • trovare il proprio posto all’interno del gruppo.

    Questi bisogni non appartengono soltanto ai singoli individui.

    Si diffondono nell’intero sistema e ne influenzano il modo di comunicare, ascoltare e prendere decisioni.

    È come se il gruppo impiegasse una parte della propria energia non per comprendere ciò che accade, ma per difendersi da ciò che potrebbe accadere.

    Il momento in cui qualcosa cambia

    Durante il retreat non ho visto semplicemente persone più rilassate.

    Ho assistito a qualcosa di molto più interessante.

    A un certo punto è cambiata la qualità della presenza.

    Le persone hanno smesso di preoccuparsi di come apparivano agli altri.

    • Hanno iniziato ad ascoltare senza preparare la risposta.
    • A osservare senza interpretare immediatamente.
    • A lasciare spazio al silenzio senza viverlo come un vuoto da riempire.

    È in quel momento che il gruppo ha iniziato a funzionare come un sistema.

    L’energia fino ad allora utilizzata per controllare, dimostrare o proteggersi è diventata attenzione, curiosità e disponibilità verso l’esperienza.

    Le tre difese che ritrovo più spesso nelle organizzazioni

    Negli anni, lavorando con manager, professionisti, team e gruppi di formazione, ho riconosciuto tre modalità ricorrenti con cui le persone cercano inconsapevolmente di proteggersi.

    1. Lo schermo della prestazione

    La competenza diventa qualcosa da dimostrare continuamente.

    L’obiettivo non è più comprendere, ma confermare il proprio valore.

    Questo rende più difficile accogliere l’incertezza e porta ad anticipare risposte e conclusioni.

    2. Il bisogno di controllo

    Di fronte alla complessità aumenta il desiderio di spiegare tutto, organizzare tutto e prevedere tutto.

    Ma proprio mentre cresce il controllo diminuisce la capacità di cogliere ciò che sta realmente emergendo.

    3. La regolazione dell’appartenenza

    Per sentirsi parte del gruppo si tende ad adattare il proprio comportamento.

    Si evitano il dissenso, le domande difficili e i punti di vista differenti.

    Il clima appare più armonioso, ma spesso diventa anche meno creativo.

    Cosa accade quando queste difese guidano il gruppo

    Nelle organizzazioni ad alta pressione queste tre dinamiche possono convivere.

    Il risultato non è una mancanza di competenze.

    Le competenze ci sono.

    Ciò che diminuisce è la possibilità di utilizzarle pienamente.

    • Si ascolta per rispondere, non per comprendere.
    • Le decisioni diventano più veloci ma meno profonde.
    • La comunicazione si semplifica proprio quando i problemi richiederebbero maggiore complessità di pensiero.
    • Il rumore relazionale aumenta.
    • La qualità dell’attenzione diminuisce.

    Quando il sistema smette di difendersi

    Nel gruppo delle Cinque Terre ho osservato, ancora una volta, un cambiamento molto chiaro.

    Con il diminuire delle difese è aumentata la qualità della relazione.

    • Le persone si concedevano più tempo prima di parlare.
    • Le parole diventavano più essenziali e più precise.
    • L’ascolto era più profondo.
    • Anche i segnali più sottili del gruppo trovavano spazio.

    Non era cambiata l’intelligenza dei singoli.

    Era cambiato il modo in cui quell’intelligenza riusciva a circolare.

    Ed è proprio questo, forse, uno degli aspetti più affascinanti dei sistemi umani.

    L’intelligenza collettiva non nasce dalla somma delle competenze individuali.

    Nasce dalla qualità dello spazio relazionale che permette a quelle competenze di incontrarsi.

    Il paradosso delle organizzazioni

    Viviamo in organizzazioni che investono sempre di più in formazione, strumenti, metodologie e tecnologie.

    Eppure, spesso, le persone continuano a sentirsi affaticate, frammentate e poco lucide.

    Il paradosso è evidente.

    Aumentano le competenze disponibili.

    Ma diminuisce la capacità di integrarle nel momento in cui servono davvero.

    Forse il problema non è la quantità delle risorse.

    Forse è la qualità dello stato interno con cui le utilizziamo.

    Una riflessione finale

    Per molto tempo abbiamo pensato che migliorare la performance significasse chiedere alle persone di fare di più.

    Più velocità.

    Più controllo.

    Più risultati.

    La mia esperienza mi sta portando verso una conclusione diversa.

    La performance non cresce quando aumentiamo lo sforzo.

    Cresce quando il sistema smette di consumare energia per difendersi.

    • Quell’energia diventa presenza.
    • Diventa ascolto.
    • Diventa chiarezza.
    • Diventa capacità di decidere insieme.

    Forse il lavoro più importante nelle organizzazioni non consiste nell’insegnare alle persone a essere più performanti.

    Consiste nel creare le condizioni perché possano accedere pienamente alle risorse che possiedono già. Quello che osservo nei team nasce quasi sempre da ciò che accade prima dentro ogni persona. Per questo il lavoro sul corpo e sulla presenza non è un’attività separata dal lavoro organizzativo: ne rappresenta uno dei presupposti più profondi.

    Questa riflessione accompagnerà anche il prossimo retreat che condurrò dal 16 al 18 ottobre presso la Certosa1515, dal titolo “Torna a Terra”, nei pressi della Sacra di San Michele, in provincia di Torino.

    Saranno tre giorni dedicati a rallentare il rimuginio mentale, ritrovare il contatto con il corpo e riscoprire una presenza più stabile e radicata. Lavoreremo sull’energia, sui confini personali, sulla capacità di orientare le proprie scelte con maggiore lucidità e coraggio.

    Se senti che questo tema risuona con un momento che stai vivendo, sarò felice di condividere con te maggiori informazioni.

    www.myhara.it – www.energyogant.it

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