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maschile e femminile

  • Il metodo

    Sentirsi insicuri al lavoro: la voce dell’energia maschile e femminile

    “Quando l’insicurezza in cerca di certezza ci domina, il pensiero diviene il nostro nemico” Krishnamurti

    Vi è mai capitato di dover prendere una decisione e sentirvi indecisi?

    Che domanda ovvia!

    Ci sono delle persone che non riescono mai a prendere delle decisioni, dalle più semplici alle più difficili. Queste persone vivono un’insicurezza radicata che non gli permette di vivere serenamente la vita.

    I meccanismi che per lo più mantengono questo stato di insicurezza sono: il sopravalutare eccessivamente gli altri e le difficoltà e/o sottovalutare smisuratamente se stessi e le proprie capacità.

    L’insicurezza, il mettere in discussione, appartiene principalmente all’energia femminile; la forza, la scelta, l’azione all’energia maschile. 

    L’insicurezza è correlata più ad uno stato emotivo, appartiene all’emisfero destro, il nostro cervello “poetico”.

    Quando insicurezza e forza si integrano e il risultato è fiducia.

    Spesso non è facile ammettere di sentirsi insicuri al lavoro, perchè dubbio e insicurezza minano la nostra “performance”, il nostro agire.

    Perdiamo l’equilibrio emotivo e mettiamo radici in un luogo ostile a noi stessi. Un luogo in cui la nostra immagine si cancella in una moltitudine di paure che riflettono ciò che temiamo di essere.

    L’insicurezza sul lavoro è comunemente vista come una debolezza personale, associata spesso alla sindrome dell’impostore. 

    La sindrome dell’impostore è una condizione psicologica caratterizzata dalla convinzione di non meritare il proprio successo. 

    Si tratta di una sensazione assai comune, che colpisce ad ogni età e che sperimenta anche chi ha raggiunto il massimo livello nel suo settore lavorativo.

    Si stima che 8 persone su 10 abbiano fatto esperienza della sindrome dell’impostore che, a dispetto del nome, non è una malattia e non compare sul Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM). 

    Diverse le possibili spiegazioni del fenomeno, che non è necessariamente legato a ansia o depressione e sembra piuttosto connaturato nella natura umana. 

    Chi è molto preparato e stimato nel proprio lavoro tende a credere che le persone che incontra siano altrettanto in gamba, e quindi a sentirsi in difetto: è il fenomeno opposto alla distorsione cognitiva che porta le persone poco competenti a sopravvalutarsi.”

    Se sei interessato a “misurare” la tua sindorme ad uso personale: https://paulineroseclance.com/pdf/IPTestandscoring.pdf

    Tali convinzioni, legate alla nostra natura umana, ci rendono cauti e pieni di risentimento nelle relazioni. 

    Il confronto con gli altri diventa “esclusivo” (nel senso proprio che tende ad “escludere”) piuttosto che inclusivo. 

    Quindi l’insicurezza diventa il driver per gli sforzi cronici che facciamo per metterci alla prova: sarò bravo quando avrò superato il mio ultimo successo.

    E così ogni volta, l’elogio che segue il successo viene rapidamente svuotato dall’insicurezza successiva. 

    Lo psicanalista austriaco Alfred Adler  introdusse  il concetto di complesso d’inferiorità.

    Affermava che le persone insicure sostengono una costante lotta di superiorità che può persino ripercuotersi in modo negativo sulle loro relazioni, in quanto possono sentirsi felici rendendo infelici gli altri. 

    Inoltre, qualificava questo genere di comportamenti come tipici della nevrosi.

    Non tutte le persone insicure sono caratterizzate da questo modo di essere. Dipende dal grado di sfiducia che hanno verso le loro capacità o i loro successi. 

    L’insicurezza, quando non è patologica e cronicizzata, non ha nulla a che vedere con l’avere dei legittimi dubbi di fronte ad una scelta o al mettersi in discussione di tanto in tanto, o al chiedere consigli/pareri/opinioni.

    L’insicurezza può essere  la molla che ci permette il miglioramento.

    La condizione di insicurezza inevitabilmente ci permette di metterci in discussione e collocarci “a tu per tu” con la nostra parte più autentica. 

    A dimostrarlo è una ricerca psicologica effettuata da Ketty May, Claire Shipman e Jill Ellyn Riley.

    Le donne risultavano più insicure dei coetanei maschi e più propense a mettersi in discussione per migliorare questo aspetto del loro carattere. Crescendo proprio le donne risultavano aver acquisito autostima, grinta e successo nella vita. Esse diventavano più consapevoli di se stesse rispetto ai coetanei più sicuri e determinati nella fase adolescenziale.

    Da dove nasce il nostro “sentirsi insicuri” al lavoro?

    Diventiamo o siamo insicuri?

    La ricerca sulle donne e le minoranze in ambito professionale, ad esempio, ha chiarito che l’insicurezza è molto più un problema sociale che psicologico. 

    Mentre le donne sono costituzionalmente sicure quanto gli uomini, un cocktail di messaggi contrastanti e feedback personali venati di pregiudizio – essere più assertive ma meno conflittuali, essere autentiche ma meno emotive – le mette in circostanze che farebbero vacillare chiunque.

    Alcuni studi hanno dimostrato che le donne sperimentano maggiore insicurezza al lavoro  degli uomini (Emberland & Rundmo, 2010; Mauno & Kinnunen, 2002) mentre altri non hanno osservato differenze nell’insicurezza lavorativa di donne e uomini (Berntson, Näswall, & Sverke, 2010). Rosenblatt et al. (1999), pur avendo trovato livelli maggiori di insicurezza lavorativa negli insegnanti maschi rispetto alle insegnanti femmine, hanno osservato che l’insicurezza aveva un impatto più forte sull’atteggiamento delle donne rispetto al lavoro, piuttosto che sull’atteggiamento degli uomini. Infine, in uno studio realizzato su impiegati di banca e del settore health care, Mauno e Kinnunen (1999) hanno osservato effetti negativi prolungati dell’insicurezza al lavoro sul benessere delle donne ma non su quello degli uomini. Näswall e De Witte (2003) hanno trovato risultati contraddittori nel medesimo studio.

    Le analisi di Katty Kay (conduttrice di Bbc world news America) e della giornalista Claire Shipman sostengono che il fattore principale ad ostacolare la parità tra i sessi sia insito nella donna stessa: la sua profonda e innata culturale insicurezza. Le autrici sostengono che, nelle interviste a donne di successo e professionalmente affermate, vi era un fattore sfuggente: l’insicurezza.

    Le donne attribuivano i loro successi a fattori esterni, e i loro insuccessi a fattori interni. 

    Ciò che emerge, al di là del retaggio antropologico e sociale noto (l’uomo concentrato sul lavoro in quanto sostegno economico della famiglia così come cacciatore che procurava il cibo alla prole, la donna più facilmente nella dimensione familiare che accudisce e di cui si prende cura) è che l’insicurezza non riguarda il gender role ma è qualcosa di più profondo che attiene alla comprensione e conoscenza della nostra energia maschile e femminile e all’armonizzazione di queste forze.

    Proprio per l’aspetto predominante del femminile che si apre all’emotività, alla riflessione, al pensiero intuitivo e creativo è facilmente comprensibile come la donna sia più portata ad attribuire i propri insuccessi a fattore interni e viceversa i successi, quasi casualmente alle circostanze esterne.

    Tutto ciò rafforzato dalla storia del vissuto della donna nelle diverse ere storiche.

    Parimenti, potremmo oggi convenire che l’uomo non “attento”, è più portato ad attribuire  la propria insicurezza e il proprio insuccesso a fattori esterni in quanto meno incline ad esplorare il proprio mondo emotivo.

    L’energia maschile volta all’azione, al pensiero analitico, al razionale può sicuramente venire in soccorso quando tendiamo a soprassedere troppo a lungo nell’interregno tra la paura di sbagliare o il senso di colpa ( peraltro spesso alimentato da  insicurezza e dubbio) e la direzione verso cui vogliamo agire.

    Allo stesso modo l’energia femminile volta all’introspezione apre a scenari di dubbio e di incertezza che possono essere opportunità migliori di ascolto e di inclusione di pensieri, atteggiamenti e/o persone che non avevamo preso in considerazione.

    Ciò che è certo è che Il distacco da queste 2 forze energetiche porta alla chiusura e al lavoro in solitaria. 

    Uno sguardo coraggioso e consapevole a noi stessi e all’ambiente di lavoro dove siamo inseriti ci offre la grande opportunità di essere presenti nel qui e ora e di nutrire e dare forza alla fiducia, leva fondamentale il superamento dell’insicurezza e per l’azione.

    L’obiettivo non sarà evitare sentimenti di insicurezza, ma riconoscerli come cause anche di un sistema e “sfruttarli” per offrire la giusta (per il sistema e per noi) manifestazione di noi stessi. 

    Non si tratta né di conquista né di privilegio. 

    E’ un dono che riceviamo e diamo a nostra volta. 

    Significa imparare a “stare” nella nostra forza.

    Come si alimenta il sentirsi insicuri al lavoro?

    Con il dialogo interiore negativo, il rimuginio continuo e la messa al vaglio di cose dette e fatte, etichettate come “inadeguate”. In base a cosa noi diciamo a noi stessi, rischiamo di alimentare di continuo la spirale dell’insicurezza: “Chissà se ho fatto bene, chissà se potevo dire/fare meglio, chissà, chissà, chissà. Perché non ci ho pensato prima!, ecc.

    Alimentiamo la nostra insicurezza ogni volta che usiamo parole negative verso noi stessi: magari facciamo bene 100 cose in una giornata, ma ci ricordiamo solo quell’unica venuta male e ce la ripetiamo nella testa 400 volte, quasi come se, ripetendola, potesse cambiare l’accaduto.

    Alimentiamo la nostra sicurezza tutte le volte che restiamo attaccati, come cozze alla roccia, al nostro bisogno di controllare. Il controllo, quando eccessivo,  è un’esasperazione dell’energia maschile, al di là dell’essere uomini o donne.

    Alimentiamo la nostra insicurezza quando tendiamo costantemente  al perfezionismo. Il nostro Osservatore Interno è sempre vigile ogni giorno e pronto, come la maestrina dalla penna rossa, a dirci cosa è bene, cosa è male, cosa è giusto e cos’è sbagliato. E se ci avviciniamo ad una nuova forma-pensiero dove non esiste giusto e/o sbagliato? Se accogliessimo queste come categorie di giudizio della nostra mente? Se provassimo a vederci sempre in continuo mutamento, per cui nessun giudizio o pensiero è impermanente e definitivo ?

    Vi invito a rileggere questo articolo.

    Ecco i suggerimenti per trasformare il sentirsi insicuri al lavoro e nella vita in un’opportunità di crescita:

    Allena le tue capacità personali: è vitale acquisire consapevolezza nelle proprie abilità, capacità e competenze. Le abbiamo tutti. Allenale ogni giorno fino a raggiungere l’eccellenza. Ci vuole coraggio, pazienza, determinazione e perseveranza. Col tempo esse verranno premiate donando molteplici soddisfazioni.

    Affronta i pensieri negativi: metti a tacere la “vocina interiore” che ti scoraggia e fa sabotare tutte le buone intenzioni. Affronta tutti i tuoi limiti con coraggio. Solo così passerai all’azione.

    Cambia il tuo focus d’azione: focalizzati sulla tua crescita personale in maniera positiva accogliendo anche gli imprevisti. Rifletti su quale opportunità l’imprevisto stesso ti sta offrendo. Solo così potrai affrontare tutto con una marcia in più che ti contraddistingue quando perseguirai i tuoi obiettivi.

    Permettete a voi stessi di sentirsi insicuri al lavoro.

    Avete visto LUCA, il nuovo film della Disney Pixar?

    C’è un personaggio di fondamentale importanza: Bruno.

    Bruno è quella voce nella testa dei personaggi che impedisce loro di fare quello che vogliono fare, perché evoca le peggiori paure e tende sempre a scoraggiarli.

    E così i due ragazzini, mentre scendono in bicicletta a rotta di collo dalla collina, con il vento che li scompiglia, il sole che li illumina, il mare che li aspetta e la velocità che li accende, urlano “ Silenzio Bruno!”

    Ecco provateci anche voi: Silenzio Bruno!

    Certo, spegnere l’Osservatore interno nella nostra  testa che ci parla costantemente per proteggerti da esiti negativi può non essere così semplice, soprattutto da adulti. 

    Può aiutarci tenere a mente che tutti si sentono insicuri e che i maggiori successi sono arrivati ​​da persone spinte da profonde insicurezze personali.

    Allo stesso modo, sappi che l’insicurezza non è né un riflesso dei tuoi punti di forza né legata alla tua felicità. 

    Non cercare di porre fine all’insicurezza ma accettala e ascolta il messaggio che porta per te: quale è l’aspetto di te che può avere ancora più ampi margini di espressione?

    Cosa ti sta chiamando?

    L’insicurezza d’altronde non è che un richiamo. 

    Come ogni altra nostra manifestazione del corpo e della mente: come sempre occorre imparare ad esserne consapevoli.

    L’insicurezza ci suggerisce che siamo stati colpiti. 

    Succede anche quando ci innamoriamo!

    Avvertiamo di essere trascinati in un mondo a noi non famigliare, di non riuscire ad opporre resistenza, e che qualcosa sta chiamando in causa i nostri desideri e bisogni.

    Facciamo dunque della nostra insicurezza il trampolino di lancio…

    Non arrenderti e se necessario chiedi aiuto.

    Confrontati. Il confronto e la ricerca di informazioni ti impedisce di commettere errori, in più aumenta il senso di appartenenza che riduce la tua paura di fallimento come singolo e fortifica il senso di inclusione e l’opportunità di crescita come gruppo.

    Fai del tuo lavoro uno scambio in cui le tue potenzialità di agire ed accogliere, fare e sentire, programmare e creare, creino sinfonia con il contesto in cui operi.

    Un uomo che conosce se stesso non è mai disturbato da quello che la gente pensa di lui. 

    È l’uomo che non conosce se stesso che è sempre preoccupato dell’opinione che gli altri hanno di lui.

    Offri alla tua insicurezza la grande possibilità di guidarti alla scoperta di te, in armonia con gli altri e per il raggiungimento di una vittoria che generi nuove possibilità e nuove sfide da superare insieme. 

    Non c’è giudice, non c’è errore, solo correzione!

    E ricorda : SILENZIO BRUNO!

    IMAGE CREDITS: Roberto Weigand

    ENERGYOGANT

    Il metodo Energyogant concreto e misurabile, ha come intento il miglioramento e il sostegno dell’energia personale anche nei momenti di alto impatto lavorativo.

    E’ suddiviso in 4 macro aree all’interno delle quali vengono forniti strumenti e feedback per sviluppare energia, creatività, concentrazione e vitalità nel singolo, migliorando il  benessere organizzativo.

  • Il metodo

    Energia Maschile e femminile: la prima diversità ed inclusione in azienda sei tu!

    Tutto è energia.

    Così inizia un’affermazione di Albert Einstein che vi riportiamo per intero:

    Tutto è energia e questo è tutto quello che esiste. Sintonizzati alla frequenza della realtà che desideri e non potrai fare a meno di ottenere quella realtà.  Non c’è altra via. Questa non è Filosofia, questa è Fisica.“ 

    Perché parliamo di energia associata al concetto di diversità e inclusione in azienda?

    Perché è partendo dall’equilibrio dell’energia che “è”, direbbero le filosofie orientali, che l’uomo può attingere da ogni sua dote, dono e talento per farne strumento di supporto nell’affrontare la vita lavorativa e privata in connessione con gli altri.

    Le discipline orientali, si basano sul fatto che tutti i fenomeni dell’universo sono permeati dall’energia vitale, che è la componente essenziale della vita.

    Giorno e notte, bianco e nero, sinistra e destra, sole e luna, inspirazione ed espirazione, vita e morte, nascita e termine. Tutto ci parla di due energie che nella loro complementarietà  formano l’unità del processo: quella maschile e quella femminile.

    La coesistenza dell’energia femminile e maschile viene rappresentata nel simbolo del Tao come un cerchio diviso in due parti uguali: una nera, rappresenta l’energia lunare o femminile, e una bianca, rappresenta l’energia solare, ovvero quella maschile. 

    È importante notare come ogni parte possiede al suo interno un puntino della sua parte complementare, quindi il semicerchio nero avrà un puntino bianco, mentre il semicerchio bianco avrà al suo interno un puntino nero.

    Questo rappresenta la coesistenza delle due energie, dove all’interno dell’una esiste anche l’altra e dove una non può esistere senza l’altra.

    Attenzione: stiamo parlando di energia maschile e femminile, che non ha nulla a che fare con il gender!

    Cosa si intende per energia maschile e femminile?

    Abbiamo detto che non si tratta di gender, ma di “forze” di energia di espansione e contrazione.

    E’ maschile l’inspiro e femminile l’espiro.

    E’ maschile il giorno e femminile la notte.

    E’ maschile un uragano e femminile l’acqua.

    Credo che alla base di qualsiasi tematica relativa alla diversità ed inclusione in azienda ci sia proprio la necessità di osservare, riconoscere ed accogliere le nostre parti opposte per armonizzare ed integrare la nostra energia maschile e femminile.

    Solo da questa armonizzazione emerge innovazione, creatività e pienezza di vita.

    Diversità ed inclusione in azienda comprendere attraverso gli archetipi

    La parola archetipo deriva dal greco antico col significato di «immagine», composto da arché (άρχή, cioè «inizio, principio originario») + typos («modello, marchio, esemplare»). Il termine viene usato, per indicare i simboli innati e predeterminati dell’inconscio umano, soprattutto collettivo.

    La psicanalisi con Carl Gustav Jung ci parla di animus e anima.

    L’Anima, femminile, aggraziata, feconda come la terra, accogliente come una madre, sacra come una donna; 

    l’Animus, maschile come un seme, forte come un padre, sicuro come un uomo;

    sono i principi archetipici insiti nell’essere umano, e che rappresentano gli elementi della psiche. 

    L’Archetipo maschile risponde a solarità, razionalità, ordine, logos, logica analisi, dominio, forza, azione, determinazione. La vista è il senso che prevale sugli altri.

    L’Archetipo femminile risponde a lunarità, oscurità, sentimento, anima, invisibilità, creatività, accoglienza, riflessione, cura. Il senso prevalente è il tatto, legato alla carezza, al gesto che guarisce.

    Le due parti sono spesso in conflitto, in primis, dentro di noi.

    Se lottiamo con il maschile o il femminile fuori di noi, allo stesso modo la lotta sta accadendo dentro di noi.

    Il conflitto ci allontana da ciò che è ricchezza della diversità ed inclusione in azienda

    Consapevolezza prima di tutto. La parola consapevolezza, pur essendo di grande valore, oggi mi sembra parecchio abusata.

    Vorrei al momento intenderla solo come attenzione.

    Attenzione a ciò che è dentro di noi, così come all’esterno, forze psichiche opposte e distinte, ma non separate. 

    Lo stesso vale per l’azienda che, vista come un organismo composto da diverse parti, racchiude in sé le due energie: quella maschile e quella femminile.

    Abbiamo proposto una visione di conflitto per comprendere natura e causa, e quindi un approccio nella direzione del nostro equilibrio ed armonia

    Il primo passo è proprio riconoscere il nostro conflitto interno.

    Di per sé un conflitto è la presa d’atto che esistono posizioni diverse rispetto ad un problema comune. 

    Questa non è una situazione negativa, ed anzi può essere un’occasione per attivare un interessante processo di problem solving finalizzato ad individuare una soluzione con il contributo di tutti i soggetti coinvolti.

    Una situazione conflittuale diventa realmente problematica quando è gestita male e si trasforma in uno scontro tra persone.

    • Quali sono le voci, le credenze, i condizionamenti che, come tante 

    “ personcine”, si affollano dentro di noi?

    • Come riconoscere cosa ci appartiene ancora e cosa è frutto di credenze e condizionamenti?
    • Come riconosciamo la nostra energia maschile? Prova a fare un elenco delle tue caratteristiche “maschili”
    • In quali ambiti le esprimi maggiormente?
    • Cosa ne pensi della tua energia maschile?
    • Come riconosciamo la nostra energia femminile? Prova a fare un elenco delle tue caratteristiche “femminili”
    • In quali ambiti le esprimi maggiormente?
    • Cosa ne pensi della tua energia femminile?

    Diversità ed inclusione in azienda, oltre gli stereotipi

    Il concetto di base è che la ricchezza, l’innovazione e la creatività sono ben oltre la somma delle parti.

    Questa è la chiave di lettura che vorremmo suggerire.

    Ogni cosa ha un valore, e se si manifesta in un dato momento, quello è il valore che ti è stato dato da integrare nella tua vita.

    Il concetto può sembrare troppo filosofico ma ci sentiamo di sostenerlo a favore di una reale connessione che vada oltre lo stereotipo.

    Il rischio di un approccio superficiale di diversità ed inclusione in azienda tra maschile e femminile è di ricadere in schemi e classificazioni.

    Sia nella donna che nell’uomo contattare l’energia femminile conduce a sviluppare anche l’energia maschile e viceversa.

    Le 2 energie sono intrinsecamente connesse, la crescita dell’una promuove l’altra.

    Ciò sta nella natura delle cose. Non vi è antagonismo tra di esse.

    Il conflitto è solo della mente, nell’ego.

    L’uomo che teme, connettendosi al proprio femminile di perdere qualcosa, della sua mascolinità è prigioniero di un modello, di un condizionamento.

    Altrettanto lo è la donna che, in preda ad una reazione contro l’eccesso di mascolinità nella sua vita, vuole sviluppare il femminile, ma lo fa con attaccamento, polarizzandosi in atteggiamenti considerati femminili che, in realtà sono tali solo nella forma, ma non nell’essenza.

    Esiste, d’altro canto, un cervello con 2 emisferi: l’emisfero destro dedito alle attività artistiche, immaginative, intuitive, sensoriali. 

    E’ il nostro cervello poetico.

    L’emisfero sinistro invece è il nostro cervello razionale, logico analitico, di calcolo.

    E’ il nostro cervello intellettuale.

    I 2 emisferi sono strettamente correlati tra loro tuttavia, secondo diversi recenti studi, il cervello maschile contiene molte più’ interconnessioni all’interno dei 2 emisferi, mentre quello femminile, grazie all’attività più estesa del corpo calloso, ha maggiori connessioni tra i 2 emisferi.

    Di conseguenza, nella  donna il cervello ha circa il 4% in meno di neuroni, ma meglio collegati.

    Nell’uomo il cervello pesa 100 gr in più di quello della donna, i 2 emisferi sono separatamente più specializzati, predomina l’emisfero sinistro.

    L’uomo ha un grande senso dell’orientamento e il senso della direzione è immediato.

    Stewart-Williams, Steve nel suo libro La scimmia che ha capito l’universo, ci dice anche che ci sono anche attività scritte nel DNA :

    Donna:

    • Comportamenti fino-motori (maneggiare cose molto piccole, ricerca e raccolta)
    • Calcolo aritmetico
    • Migliore Percezione, Attenzione, Memoria (immaginiamo la donna “raccoglitrice)
    • Visione Periferica ( Ricerca Raccolta Adattamento)

    Uomo:

    • Migliore percezione relazioni spaziali (es. parcheggio)
    • Bravi a ruotare mentalmente l’oggetto (es. cubo di Kubrick)
    • Rapporto Tempo/Velocità (uomo cacciatore)
    • Visione a tunnel  (es. in casa non trovano mai quello che cercano..)

    Non sono soltanto convenzioni socio culturali. Sono parte integrante della nostra natura animale. Lo stesso vale anche per le abilità comunicative, dettate proprio da una diversa percezione:

    Donna:

    • Si accorge subito se qualcosa non va
    • Cervello interconnesso
    • Rete di pensieri 
    • Intuizione
    • Sfumature e Globalità
    • Empatia

    Uomo:

    • Cervello settoriale, pensiero a blocchi a cui corrisponde l’azione sequenziale.
    • Più razionale
    • Capacità di sintesi
    • Leadership competente e direttiva
    • Ha bisogno di trovare sempre una soluzione immediata

    Anche in termini di realizzazione personale, potremmo semplificare dicendo che è più di testa nell’uomo, di cuore nella donna.

    Donna:

    Va in tilt se ci sono problemi di:

    • Instaurazione di rapporti
    • Comprensione e comunicazione
    • Intimità affettiva
    • Bisogno di affiliazione
    • Più tendente al realismo

    Uomo:

    La realizzazione personale passa attraverso:

    • Il lavoro
    • I risultati concreti
    • I beni materiali
    • Conquista di obiettivi
    • Affermazione del Sé (rango, status, ruolo svolto)
    • Intimità fisica
    • Tende a sopravvalutarsi (economia ormonale= testosterone la fa da padrone)

    L’armonizzazione prevede il cervello del cuore.

    Se non avessimo avuto a che fare con un femminile materno attivo saremmo morti.

    Nel momento stesso in cui siamo venuti al mondo, al di là che ognuno ha dato e ricevuto in maniera diversa, ma tutti abbiamo avuto a che fare con un’energia femminile attiva.

    Il cervello del cuore genera:

    Femminile materno attivo

    • Verità
    • Bene
    • Giustizia
    • Unità
    • Coraggio (azione del cuore)
    • Cura
    • Vuoto
    • Azione

    La direzione è il cambio di visione, e di cultura.

    Un’apertura verso la vita e le sue manifestazioni. 

    Un’accoglienza più ampia al di là del genere e del modo. 

    Il femminile crea e trasforma, il maschile concretizza e cristallizza.

    Riconoscere e valorizzare questa unione, all’interno e fuori di noi, rende possibile l’armonia, l’equilibrio, l’equanimità che generano benessere, intuizione, soddisfazione e creatività.

    ENERGYOGANT

    Il metodo Energyogant concreto e misurabile, ha come intento il miglioramento e il sostegno dell’energia personale anche nei momenti di alto impatto lavorativo.

    E’ suddiviso in 4 macro aree all’interno delle quali vengono forniti strumenti e feedback per sviluppare energia, creatività, concentrazione e vitalità nel singolo, migliorando il  benessere organizzativo.

  • Il metodo

    Maschile e femminile: la miglior comprensione per trasformare il conflitto in azienda

    conflitto-in-azienda-myhara

    La prima competenza necessaria per risolvere il conflitto in azienda è la conoscenza di Sé.

    Il maschile e il femminile sono 2 energie, prima ancora di essere rappresentate dall’immagine di uomo e donna.

    In un paradiso delle origini esse inizialmente erano inscindibilmente unite.

    Ritroviamo tutto ciò nella mitologia greca (Pandora che viene forgiata da Prometeo), andina (Pachamama la grande terra e Pachacamac il signore del cielo), nella religione cattolica (Eva nasce dalla costola di Adamo), nella psicologia evoluzionista (la neonata rispetto agli approcci psicologici più tradizionali) che ci conferma che, frutto di un determinismo evolutivo, esistono queste due nature con proprie specificità e non possiamo farci niente.

    L’esperienza socio ambientale si innesca su una natura umana già alla base differenziata, dotata di una grande plasticità, ma non è unisex come dice Stewart-Williams, Steve nel libro “La scimmia che ha capito l’universo.” 

    Quando il femminile si stacca dal maschile, sulla Terra ha origine la sofferenza,il dolore, la frustrazione.

    Pandora apre il vaso da cui escono tutti i mali, Eva mangia la mela provocando la caduta del paradiso terrestre, Pachamama grazie a Pachamacac, che porta la prima alba, torna a regnare sulla Terra florida.

    La psicologia evoluzionista non prende minimamente in considerazione il maschile senza il femminile.

    Il maschile e femminile sono due rovesci della stessa medaglia, che ci riguardano direttamente, nella nostra intrinseca natura.

    Essere uomo o donna appartiene al nostro corpo fisico (considerato peraltro l’altra faccia dell’anima) e alla nostra biologia. E’ indiscutibilmente vero che un corpo fisico maschile ha caratteristiche differenti da quello femminile, primo fra tutti, l’apparato genitale esterno nell’uomo, interno nella donna.

    Ma maschile e femminile riguarda tutta la Natura, l’acqua, l’aria, il fuoco, la luna, il sole.

    Se pensassimo il giorno senza la notte la Natura sarebbe scompensata, se non dormissimo e fossimo sempre legati ad attività diurne, presto o tardi manifesteremo sindromi di squilibrio.

    Hai mai pensato che tutto, ma proprio tutto è maschile e femminile?

    Quando questo movimento e’ alterato si crea conflitto.

    Le stesse energie, come riporta C.G.Jung parlandoci di Animus e Anima come componenti maschili e femminili presenti in ognuno di noi, vanno osservate e riconosciute ed armonizzate.

    Questo è il primo conflitto che nasce dentro di noi e che poi genera conflitti all’esterno, ed anche in azienda.

    All’origine queste 2 energie erano distinte, ma non separate.

    Quando ci pensiamo come o solo energia femminile o solo energia maschile creiamo in noi stress, sofferenza, ansia e agitazione.

    Il cammino per conoscere la vera causa del dolore e reciderlo alla radice è il cammino della riunificazione degli opposti.

    Questo è il percorso che ognuno di noi dovrebbe fare per sciogliere l’inganno della sofferenza.

    Gli archetipi e il conflitto in azienda, e nella vita

    Quando l’uomo riesce ad unificare dentro di Sé l’archetipo maschile e quello femminile è “illuminato”, sta bene, è vitale, propositivo, creativo, centrato.

    Nella nostra cultura è una condizione rara.

    Non solo l’archetipo maschile e l’archetipo femminile sono distinti e separati, ma c’è prevaricazione dell’archetipo maschile.

    La simbologia patricentrica lasciata da sola, senza il contributo del simbolo matricentrico, si fonda solo sulla ratio, il logos, il pensiero, l’analisi diagnostica e non integra l’invisibilità, l’anima.

    L’azienda in questa visione patricentrica è come una macchina, un corpo meccanico in cui il sistema matricentrico non è presente.

    L’azienda patricentrica, focalizzata al profitto e alla competitività, non lascia spazio al simbolo matricentrico e parte dal mettere al centro non solo l’Io, ma ha come fine il  continuo rinforzo delle strutture dell’Io.

    Ma l’Io separato dalla sua ombra, dalla sua parte invisibile, del Tutto… è una gabbia.

    La visione patricentrica dell’azienda ne filtra l’anima attraverso le categorie diagnostiche, il distinguo analitico.

    L’Archetipo maschile risponde a solarità, razionalità, ordine,logos, logica analisi.

    sociale, dominio. La vista è il senso che prevale sugli altri .

    L’Archetipo femminile risponde a lunarità, oscurità, pathos, sentimento, anima, invisibilità, cura del particolare. Il senso prevalente è il tatto, legato alla carezza, al gesto che guarisce.

    Nell’articolo precedente abbiamo anche visto come interagiscono i 2 emisferi cerebrali ed ora potremmo mettere insieme tutti i pezzi di questo puzzle, che siamo noi, e comprendere meglio come il conflitto interno è causa del conflitto in azienda e nelle relazioni in generale.

    Il conflitto deve essere compreso ed integrato.

    Solo un approccio consapevole consente di gestire e trasformare il conflitto in un momento di sviluppo aziendale e crescita personale.

    Non sempre il conflitto in azienda e nella vita è negativo

    Chiarito il posizionamento del maschile e femminile e l’importanza di includere la diversità come nutrimento e ricchezza, torniamo alla consapevolezza di questo continuo movimento delle 2 energie in noi per migliorare la gestione del conflitto in azienda e fuori.

     “Il conflitto è quella situazione che si determina tutte le volte che su un individuo agiscono contemporaneamente due forze psichiche di intensità più o meno uguale, ma di opposta direzione”.

    (Kurt Lewin)

    La vera consapevolezza è che dentro di noi sussistono sempre forze psichiche opposte e distinte, ma non separate. Quindi il conflitto nasce, per sua natura, intrapsichico quando non riconosciamo le nostre 2 energie, maschile e femminile, senza includere e armonizzandole.

    Recenti ricerche mostrano che l’85% dei dipendenti a tutti i livelli (compresi quindi il management ed il vertice d’impresa) trascorrono in media circa 2,8 ore ogni settimana nell’affrontare situazioni conflittuali in cui differenti obiettivi di settore e individuali, nonché differenti vedute ed esigenze, creano divergenze. Ogni anno, quelle ore di perdita di produttività sommate valgono miliardi di euro. Senza considerare gli effetti psicologici ed emotivi.( cit. Working Paper)

    Di per sé un conflitto è la presa d’atto che esistono posizioni diverse rispetto ad un problema comune. Questa non è una situazione negativa ed anzi può essere un’occasione per attivare un interessante processo di problem solving finalizzato ad individuare una soluzione con il contributo di tutti i soggetti coinvolti.

    Una situazione conflittuale diventa realmente problematica quando è gestita male e si trasforma in uno scontro tra persone.

    Vari modi di catalogare i conflitti in azienda

    In base ai soggetti coinvolti:
    • Conflitto intrapsichico: stato di tensione che una persona avverte confrontandosi con bisogni, desideri, impulsi e motivazioni contrastanti. La tensione nasce a causa di forze contrapposte che indirizzano la persona a prendere una decisione piuttosto che un’altra.
    • Conflitto interpersonale: il soddisfacimento di un desiderio o il conseguimento di un obiettivo da parte del singolo entra in contrasto con desideri e obiettivi di altre persone.
    • Conflitto intragruppo e conflitto intergruppo: fra membri dello stesso gruppo o di gruppi differenti.

    In base alla tipologia di argomento:

    • Conflitto di tipo emotivo: tende a degenerare, perché le persone in questione non chiariscono i loro punti di vista o per timore dell’altro o per paura di esporsi in una relazione di rabbia o di rifiuto.
    • Conflitto di interessi: le persone coinvolte hanno interessi differenti e contrastanti che possono essere soddisfatti solo a discapito dell’altro.
    • Conflitto di dati: quando le persone coinvolte non solo hanno due punti di vista diversi ma possiedono informazioni parziali o travisate. 

    In base all’esito:

    • Conflitto distruttivo: interferisce con l’efficacia del lavoro svolto e con un clima di lavoro salutare. La comunicazione in questo caso è contraddistinta dalla competizione: ogni membro del gruppo cerca di influenzare gli altri semplicemente allo scopo di avere ragione imponendo il suo punto di vista. 
    • Conflitto costruttivo: i membri del gruppo sono consapevoli che il disaccordo è un aspetto naturale all’interno delle dinamiche di gruppo e può anzi rappresentare un fattore chiave per il raggiungimento dei loro obiettivi comuni. Questo tipo di atteggiamento si riflette in un tipo di comunicazione in cui prevale la cooperazione: le idee e le opinioni di tutti sono ascoltate con interesse, attenzione e positività.

    Competenze necessarie per gestire positivamente i conflitti in azienda

    Come possiamo verificare dall’elenco qui sotto la prima voce riguarda sempre il proprio Sé. 

    • Conoscenza di sé 
    • Conoscenza dell’Altro
    • Comprensione
    • Comunicazione
    • Cooperazione
    • Fiducia
    • Pensiero  Divergente e Creativo
    • Valorizzazione (autostima)

    Quando smetteremo di cercare fuori la soluzione al nostro conflitto interiore, noteremo un grande beneficio:

    Armonia: sentirsi in sintonia con la nostra essenza trasmette una sensazione di tranquillità. È così che ci avviciniamo a ciò che desideriamo e intraprendiamo una ricerca assertiva

    Auto-conoscenza: cercare dentro di noi ci permette di conoscerci meglio

    Assertività: volgendo lo sguardo verso il nostro Io interiore, scenderemo dal piedistallo su cui ci pongono gli altri, ci lasceremo alle spalle i pregiudizi e instaureremo relazioni più sane.

    Quando cerchiamo fuori, quello che in realtà abbiamo dentro, ci allontaniamo da noi stessi.

    Il conflitto in azienda e l’omeostasi di sistema

    Noi siamo parte di un sistema con il quale interagiamo quotidianamente. Un sistema che varia e che, per reggersi ed essere continuo, si deve autoregolare attraverso l’integrazione delle parti.  

    Pensando all’azienda come ad un “essere vivente” una delle sfide di leadership è la ricerca dell’omeostasi interna. 

    Il termine omeostasi deriva dalla fusione di due parole greche, òmoios, “simile” e stasis “posizione”. 

    Padre di questo neologismo fu Walter Cannon, che riprese i concetti di Claude Bernard, secondo cui “tutti i meccanismi vitali, per quanto siano vari, non hanno altro che un fine costante: quello di mantenere l’unità delle condizioni di vita dell’ambiente interno“. 

    E’ la tendenza naturale al raggiungimento di una relativa stabilità, sia delle proprietà chimico-fisiche interne sia comportamentali, che accomuna tutti gli organismi viventi, per i quali tale regime dinamico deve mantenersi nel tempo, anche al variare delle condizioni esterne, attraverso precisi meccanismi autoregolatori, grazie all’integrazione e all’equilibrio delle funzioni.

    Il conflitto in azienda può essere risolto attraverso il bilanciamento delle parti?

    Abbiamo compreso che pensare di eliminare il conflitto tra le persone è inutile. Imparare a creare un ambiente in cui il conflitto venga assorbito e trasformato in possibilità, no.

    Come sosteneva  Eraclito «Il Polemos è il padre di tutte le cose» 

    Ogni conquista dell’uomo, nel bene e nel male – al di là del bene e del male – è sempre stata il risultato di un polemos, una guerra, un conflitto, condizionato quindi da quest’ultimo.

    Il conflitto dei conflitti: maschile e femminile in azienda

    Come nessun uomo presenta, a senso unico, i tratti tipici del maschile, così la donna non rappresenta al cento per cento i tratti tipici del femminile. Abbiamo visto anche l’approccio delle psicologia evoluzionista che definisce il grado di identificazione al ruolo associato al sesso biologico, come un dato di natura. Vi sono poi i fattori culturali e le dinamiche intrapsichiche che affondano le loro prime radici nell’infanzia e in rapporto alle figure genitoriali, che vengono poi rimaneggiate con lo sviluppo della sessualità. 

    Tutto concorre al continuo movimento di queste 2 archetipiche energie.

    Un uomo in posizione femminile non è necessariamente omosessuale o isterico, così come una donna che si discosta dallo stereotipo femminile non va da sé che scelga di amare le donne o soffra di nevrosi ossessiva. 

    Non solo: un uomo con forti tratti femminili può essere virile al pari di uno pienamente identificato alla mascolinità, se non addirittura risultare un maschio più completo. Stessa cosa per la donna: quella dal carattere più forte può esaltare la sensibilità femminile fino alle vette più alte. 

    Il possesso quindi  di particolarità appartenenti al principio opposto non diminuisce quelle considerate congruenti con il sesso biologico ma può, quando non prende il sopravvento, addirittura esaltarle e arricchirle attraverso la convivenza dei contrari. Viceversa l’adesione senza scarti a ruoli predefiniti implica impoverimento e ripetizione di stereotipi.

    La nostra singolarità è data dalla miscela unica e irripetibile che c’è in ciascuno di noi, di tratti femminili e maschili. Di energia abbiamo parlato più volte negli articoli precedenti (https://www.energyogant.it/la-prima-risorsa-di-diversita-ed-inclusione-sei-tu/).

    Artiste, scienziate, manager e tutte coloro che sono impegnate su un qualche versante esistenziale sono esempi di donne la cui femminilità può venir esaltata proprio dal possesso di tratti maschili, se essi non ne dominano completamente lo psichismo e restano in tensione con il femminile.

    Questi tipi hanno del maschile l’orientamento al sociale, la ferrea razionalità, un certo coraggio nell’osare e nel prendersi delle responsabilità. Ma, se conservano anche doti femminili, la loro capacità di cura, l’apertura all’altro e la ricettività ne saranno potenziate e non sminuite o schiacciate.

    Il maschile viene in aiuto al femminile nella misura in cui ne valorizza l’energia intuitiva e tempera gli eccessi. Allo stesso tempo gli uomini possono beneficiare dei loro aspetti più squisitamente femminili, se imparano a considerarli non come limiti ma come marce in più rispetto ai loro colleghi maschi “che non devono chiedere mai”. Qui è il femminile che può venire in aiuto: sensibilità e attenzione all’altro sono doti che limitano gli effetti distruttivi di individualismo e razionalità spietate. 

    Un uomo che non rinuncia alla sua componente femminile raccoglierà frutti e soddisfazioni più durature e meno effimere rispetto al puro esercizio del potere.

    Ecco che le caratteristiche dei due generi si completano e, se gestite correttamente, generano maggiore efficienza e bilanciamento di talenti in azienda.

    Rifiutare un genere a favore dell’altro rientra nella visione maschile della società.Il femminile crea e trasforma, il maschile concretizza.

    Raffele Morelli sostiene : “Ogni volta che rifiuto un uomo/una donna sto rifiutando una parte di me”.

    Non c’è altra via che il lavoro di crescita su di Sé attraverso la conoscenza dei propri meccanismi di funzionamento, la scoperta delle proprie potenzialità e la capacità di gestire i talenti in funzione della richiesta della situazione.

    Solo allora potremmo usare il femminile ed il maschile dentro di noi come ricchezza della diversità e inclusione delle sue parti. E nella manifestazione corretta di queste due energie, generare alte frequenze a beneficio del collega, del team di lavoro, dell’azienda in generale.

    «Non è il nostro compito quello d’avvicinarci, così come non s’avvicinano fra loro il sole e la luna, o il mare e la terra. Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra meta non è di trasformarci l’uno nell’altro, ma di conoscerci l’un l’altro e d’imparare a vedere e a rispettare nell’altro ciò che egli è: il nostro opposto e il nostro completamento.»

    Hermann Hess, Narciso e Boccadoro, 

    ENERGYOGANT

    Il metodo Energyogant concreto e misurabile, ha come intento il miglioramento e il sostegno dell’energia personale anche nei momenti di alto impatto lavorativo.

    E’ suddiviso in 4 macro aree all’interno delle quali vengono forniti strumenti e feedback per sviluppare energia, creatività, concentrazione e vitalità nel singolo, migliorando il  benessere organizzativo.

  • Il metodo

    Il maschile e il femminile che possono aiutarci nella vita professionale e personale

    Quanto la definizione di ruolo e la classificazione di gender penalizza in azienda quello che in realtà oggi le aziende stanno cercando?

    Se è vero quello che emerge dai Forum dedicati alle Risorse Umane e dai recenti report del World Economic Forum relative alle competenze più importanti per il 2025 quello che le risorse umane faticano a trattenere e/o a ricercare sono collaboratori talentuosi, desiderosi di esprimere autenticità, creatività e passione, oltre che ovviamente le competenze specificatamente richieste.

    Le competenze per il 2030 secondo il WEF sono aumentate, da 12 a 16: quello che emerge è una contaminazione più intensa tra mondo fisico, digitale e biologico con l’urgenza, nonostante il progresso dell’intelligenza artificiale (AI), robotica, internet delle cose (IoT) di un lavoro sempre più “umano”. Sottolineo “più”, non “meno” umano perché la tecnologia sostituisce i lavori più ripetitivi e automatizzabili ma, di fatto, cambia la mentalità del lavoro, subentrano nuovi lavori e ancora, soprattutto, siamo in un cambiamento culturale dell’idea di lavoro.

    Se il vecchio schema del sacrificio, della vita dedicata al lavoro è stato desacralizzato, oggi è sicuramente più chiaro quello per cui non si è più disposti, ma ancora non si è ufficialmente riconosciuto, il nuovo way of working che coinvolge tutte le generazioni.

    Si parla ormai da tempo di Diversity, Equity & Inclusion (DE&I) si fa riferimento a un insieme di programmi, di tecniche e di strategie volte a riconoscere e a valorizzare le differenze individuali, così da massimizzare il potenziale di tutti i dipendenti, nessuno escluso.

    Certamente negli ultimi anni sono stati fatti dei passi in avanti in tal senso, ma c’è ancora molto da percorrere. Le differenze da considerare sono molte: età, etnia, religione, disabilità, sesso, orientamento sessuale, credo politico, status economico, ecc.

    La base di partenza è che, lì dove c’è diversità, c’è anche bisogno di inclusione.

    Se osservassimo e riconoscessimo il concetto di inclusione con un altro sguardo?

    Inclusione implica riconoscere e dare potere alla mente duale, che per sua natura, ragiona per categorie, ruoli ecc. 

    Ma non c’è bisogno di inclusione.

    Si tratta di entrare in una terra sconosciuta che implica svelare e accogliere quello che c’è, come potenzialità che si sprigiona. Il maschile e femminile sono forze archetipiche primordiali, originarie, sono lo “scrigno prezioso” che, una volta aperto, genera la più potente espressione di vitalità, intuizione, creatività e innovazione. Proprio come diceva Michelangelo di fronte ad un blocco di marmo: “Quando guardo un blocco di marmo, io riesco a scorgervi dentro la scultura. Tutto ciò che mi rimane da fare è togliere i residui.”

    Allora non si tratta di includere, ma di togliere i residui, per permettere la manifestazione vera.

    Nel desiderio e nell’urgenza che abbiamo in azienda di avere persone motivate, riconosciute, proattive e competenti potrebbe trattarsi di spostare il focus.

    Dalla rincorsa al riconoscimento della diversità ed equità di genere, al bisogno di “liberare” le persone da categorie e schemi precostituiti, che per lo più, si traducono in pressioni per i collaboratori che reagiscono con senso di stanchezza, passività e frustrazione.

    Non si tratta di “diversità di genere” ma di “liberazione dal genere” a favore di unicità e autenticità che si scontrano con l’emozione della paura e del controllo, che ben conosciamo nei nostri sistemi organizzativi e che peraltro non sono da biasimare o eludere, ma non per funzionano se ciò che cerchiamo è autenticità, passione e creatività.

    L’unicità coinvolge la nostra natura istintiva, archetipale, direi quasi animalesca, che esiste, ed è l’ingrediente più importante per l’espressione della nostra forza vitale.

    Non si tratta certo di rendere le nostre aziende una giungla…

    Vogliamo persone contente o persone felici in azienda?

    C’è una bella differenza!

    La contentezza non permette al successo di manifestarsi, perché “contento” deriva da continere, contenere, trattenere. Ciò che alimenta il successo è la felicità.

    Originariamente la parola latina “felice” significava «fertile, ricco di messi e frutti».

    La persona felice continua a nutrire il suo terreno e a mettere semi, che diventano frutti e fiori rigogliosi.

    Quando l’animale sociale ingabbia l’animale selvatico, che vive libero e potente in ognuno di noi, la strada diventa una giungla di visioni contrapposte e terrifiche, ma quando l’animale selvaggio risolleva la sua testa e si libera dal giogo, allora e solo allora, tutto diventa semplice e chiaro. 

    Siamo natura nella natura, la natura non è altro da noi.

    La fusione tra maschile e femminile è potentissima proprio perché non si capiscono affatto, proprio perché parlano due lingue diverse, perché mentre lui guarda fuori, lei guarda dentro, perché mentre lui sfida il mondo, lei sfida sè stessa.

    Tutta la ricchezza sta proprio lì, nella difficoltà di superare la mente binaria e trovare una prospettiva più ampia in grado di capire che esistono due verità che si nutrono a vicenda e si alimentano per smuovere l’energia stagnante e generare vita. 

    Viviamo incatenati alle dicotomie: abbiamo preso l’abitudine di imprigionarci dentro una visione univoca che si oppone ad un’altra visione univoca: siamo arroccati senza in realtà un autentico dialogo tra le parti. 

    Eppure la biologia parla una lingua semplice e trasparente; il futuro nasce dall’incontro di nature opposte.

    Stiamo parlando di forze, di energia prima ancora che di gender o di ruolo.

    Tutto ciò che noi chiamiamo gender in realtà è un costrutto, non esiste un gender puro, esistono generi misti che a volte arrivano persino a creare conflitti tra gli impulsi sessuali e la fisiologia.

    La vera ricchezza è l’unicità, scoprire la natura e guidarla in accordo ai sogni, ai desideri, ai talenti. Non esistono nemmeno giochi, colori, abitudini, ruoli per maschi o per femmine, perché in ognuno di noi ci sono entrambi gli aspetti. Ci sono femmine più portate verso le materie scientifiche, verso lo sport o verso giochi scatenati, la lotta e la guerra, e invece maschi che amano la poesia, oppure cucire e giocare con le bambole.

    Tutto questo significa allenarsi al non giudizio, lasciandoli scegliere senza forzature, quello che amano, senza farci domande e dare etichette, lasciando che la natura faccia il suo corso.

    La vera difficoltà che abbiamo, una volta adulti e inseriti in un qualsiasi contesto organizzativo e sociale, è che siamo diventati una sovrastruttura consolidata di maschere e ruoli.

    La nostra corazza ormai è talmente spessa che ci identifichiamo con essa, senza neanche più riuscire a contattare cosa c’è sotto, qual è la nostra scintilla autentica.

    Tutto questo in realtà è stato necessario per sopravvivere e permetterci di stare dentro perimetri e confini, a volte autoimposti, spesso condizionati, per essere amati e accolti dall’altro (persona, sistema, contesto).

    Comprensibile razionalmente, ma oggi che le nuove scienze ci sollecitano ad osservare l’uomo come essere olografico, di cui la mente è la punta dell’iceberg, è necessario risvegliare anche in azienda nuova consapevolezza.

    Ma pensate quanta creatività e potenzialità inespressa?

    Cerchiamo persone motivate, appassionate e talentuose, muovendoci da uno stato di paura e controllo. E’ quasi impossibile che il risultato non sia frustrazione e insoddisfazione generale.

    Se il Femminile è il grembo/terra che accoglie, il Maschile è il seme che feconda la terra; insieme, e solo insieme, possono dare vita alla creazione. Se il Femminile è la nostra capacità di introspezione e profondità, di accogliere, contenere, comprendere, ecco che il Maschile è quella parte di noi che ci consente di agire, determinare, andare nel mondo, dare una direzione, penetrare la realtà fendendola con i nostri significati e con il nostro valore. Solo nel mutuo e reciproco incontro si rende possibile il Processo Creativo, e con esso la reale crescita e trasformazione.

    In che modo il maschile e il femminile possono aiutarci?

    Il presupposto è che entrambi questi aspetti contengono aspetti di luce e di ombra; entrambi sono variegati, con diverse possibilità che per ciascuno di noi si “mixano” in modo del tutto soggettivo e personale. Alcuni aspetti possono essere molto noti, chiari, esperiti nella vita di tutti giorni, altri aspetti possono rimanere nascosti nell’ombra, sconosciuti, relegati nel mondo dell’inconscio. Sappiamo però che rimanere nell’inconscio non vuol dire rimanere inattivo, anzi, spesso ciò che abbiamo relegato nell’inconscio è proprio ciò che ci fa agire in modo apparentemente impulsivo e che a volte guida e domina le nostre azioni.

    E’ fondamentale quindi porsi delle domande:

    • i modelli di Femminile e Maschile che mi abitano, mi aiutano a crescere, a svilupparmi, a seguire i miei desideri autentici, mi permettono di essere chi realmente sono? 
    • riesco ad usare appieno il patrimonio di qualità che un buon Femminile e un buon Maschile mi possono donare? O rimango imprigionata/o in modelli e schemi limitanti e fuorvianti?

    Un Femminile “sano” ci regala una buona capacità di ricevere, stare in ascolto, fiducia nelle nostre intuizioni, una buona comprensione del nostro ritmo personale, un istintivo accordarsi ai ritmi della natura, una naturale predisposizione ad una visione ampia, che tesse connessioni e relazioni, la vicinanza ai misteri delle cose. Ci offre la possibilità di sapere intuitivamente quando è bene coltivare qualcosa, alimentarlo (una relazione, una situazione, un aspetto di noi, ecc.) e quando è bene lasciarlo andare, in modo fluido e in accordo con il naturale trasformarsi della vita. Ci fornisce la giusta quota di aggressività sana per difendere in modo corretto i nostri territori, psichici e fisici. Un Femminile integro è la chiave di accesso per l’ascolto dei nostri desideri più autentici.

    Un Maschile “sano”ci dona focalizzazione, capacità di scegliere un obiettivo e di stabilire i passi per raggiungerlo, determinazione, capacità di agire nel mondo e di concretizzare, un buon uso della parola e del pensiero logico. Un maschile “autentico” ci regala coraggio, disciplina, capacità di rimanere agganciati ai nostri obiettivi, chiarezza di visione, perseveranza.Un Maschile integro è la chiave di accesso alla realizzazione concreta dei nostri desideri più profondi.

    Solo l’incontro fecondo tra maschile e femminile genera crescita e successo

    Faccio un esempio semplice, forse riduttivo, ma efficace: pensiamo a quando in azienda nasce un’idea, un progetto: la persona e il team, nella prima fase, avranno bisogno di accedere alla forza del Femminile per ricevere e ascoltare: intuizioni, visioni, immagini. Verranno “cullate” all’interno del team, come la terra custodisce al buio il seme, ma poi interverrà l’energia Maschile, per apportare quelle quote di propulsione e direzione necessarie per concretizzare, dare una forma, portare nel mondo. 

    Senza energia maschile, le meravigliose visioni del team rimarrebbero solo idee, senza alcuna possibilità di manifestarsi nel mondo concreto.

    Senza energia femminile, il risultato sarebbe mera tecnica, senza contatto con il mondo interiore delle singole persone e del team. E il risultato si vede!

    L’incontro fecondo tra queste due parti consente che il potere creativo, la capacità di determinare e creare, possa svilupparsi e realizzarsi appieno, con vero successo.

    Il maschile viene in aiuto al femminile nella misura in cui ne valorizza l’energia intuitiva e ne tempera gli eccessi, raffinandolo come un diamante. Questo perché la contraddizione interna, il conflitto, la lotta fra opposti, se tollerati, attraversati e vissuti (non sbrigativamente liquidati!) producono ricchezza. Esiste una conciliazione possibile fra i contrari, come accade in una sinfonia in cui si alternano più voci, qui più forti e decise, là più delicate e struggenti. E la bellezza dell’opera si basa proprio sulla complessità, deve ad essa il suo fascino e la sua espressività.

    Femminile e maschile sono allora due forze che si rinforzano a vicenda e che concorrono allo sviluppo più pieno di una personalità. Lo stesso Jung parlava della psiche come di una combinazione di principi maschili e femminili: un’energia dominante che contiene allo stesso tempo anche quella opposta. https://www.energyogant.it/maschile-e-femminile-la-miglior-comprensione-per-trasformare-il-conflitto-in-azienda/

    “Essere dalla parte delle donne non significa sognare un mondo in cui i rapporti di dominio possano finalmente capovolgersi per far subire all’uomo ciò che la donna ha subito per secoli. Essere dalla parte delle donne vuol dire lottare per costruire una società egualitaria, in cui essere uomo o donna sia ‘indifferente’, non abbia alcuna rilevanza. Non perché essere uomo o donna sia la stessa cosa, ma perché sia gli uomini sia le donne sono esseri umani che condividono il meglio e il peggio della condizione umana.”
    (Michela Marzano)

    Se sei interessato a questi argomenti contattaci. Possiamo presentarti i nostri progetti dedicati alle aziende: 

    • Maschile e Femminile in azienda: la prima D&I sei tu!
    • L’energia che ci muove: il maschile e il femminile che vibra in noi.
  • Il metodo

    Come armonizzare il maschile e il femminile in azienda?

    3 suggerimenti per riconoscere la predominanza o la carenza di maschile e femminile in azienda.

    Il maschile e femminile sono 2 forme originarie che sussistono prima di qualsiasi specie, appartengono al Tutto, al di là dell’essere biologicamente uomini o donne.

    Insieme, pur diverse e distinte, formano un tutto armonico che funziona a regola d’arte.

    Sul nostro pianeta, tale armonia si è rotta molto tempo fa.

    Abbiamo un’urgente responsabilità di recuperarla.

    Il risultato di questa armonia non è la somma delle parti, ma molto di più.

    Rapportata al genere umano, e quindi a noi, ha a che fare con la nostra vitalità e il nostro benessere che si potenzia e si amplifica, portando risultati e soddisfazioni che fanno stare bene noi stessi e, di conseguenza, il contesto intorno.

    Perché?

    Perché tali risultati si esprimono da uno “spazio di pienezza”, e non di carenza e generano scambio e crescita.

    La prima cosa fondamentale, quindi è rivedere i tuoi bisogni.

    Non esiste separazione tra dentro e fuori.

    In base a come agisci e senti che si muovono le tue energie, le tue emozioni, il principio maschile e femminile, avrai un rapporto esterno parallelo.

    Per riconoscere i propri bisogni è importante:

    • il rispetto dei confini
    • l’auto-osservazione
    • Il riconoscimento dell’eccesso

    Ti suggerisco di ascoltare questo video e di fare un esercizio:

    Scegli un evento specifico (riunione, webcall, email) che ti ha provocato disagio/ sofferenza.

    Prova a rivedere come è andata:

    • osserva le tue polarità come si sono mosse
    • verifica se c’è stata una dominanza o una carenza dell’una rispetto all’altra
    • prova a ripensare a come avresti potuto esprimere migliore equilibrio tra le parti
    3 SUGGERIMENTI per Maschile e Femminile in Azienda

  • Il metodo

    Unione&Inclusione o Diversity&Inclusion: il team sublime ha scelto!

    Non avevo previsto la sera del 6 Ottobre 2022 (data in cui abbiamo organizzato a Milano l’evento “Il Team Sublime”) la possibilità di appassionarmi così tanto, al punto di scriverne a lungo in queste settimane, al concetto di team e agli infiniti campi di possibilità che abbiamo ogni giorno di rendere le nostre squadre e le nostre collaborazioni più virtuose.

    Se ti sei perso gli articoli precedenti:

    Concludo questo excursus sul team “sublime” con gli ultimi due ingredienti emersi, poche settimane prima di Natale, che simbolicamente, e spesso anche concretamente, è il momento in cui si alza la soglia della tolleranza e ci si apre più facilmente alla vulnerabilità, o perché si vive il Natale come un’opportunità per trasformare concretamente tensioni e relazioni o talaltra per fare buon gioco a cattiva sorte, almeno per quel giorno.

    Non entro nel merito della trattazione, ma mi soffermo solo pochi istanti sulla sensazione di “resa”, quando lascio andare, lascio emergere, e quel che emerge è quello che c’è.

    Sicuramente da quello “spazio” di consapevolezza, nell’osservare quello che c’è, posso sempre scegliere cosa fare e dove orientare al meglio la mia intenzione. Lo posso fare sempre.

    La bella notizia è che, in primis, siccome noi siamo sempre cambiamento, ogni volta che lasciamo andare ed accogliamo, ci sentiamo più leggeri e allentiamo la tensione, che spesso durante la vita quotidiana, personale e professionale, addirittura non sentiamo.

    Secondariamente posso permettermi di cambiare atteggiamento, credenze ecc.

    E questo è uno strumento meraviglioso e potente per rendere più virtuose le nostre relazioni.

    ·  Quanto il mio pensiero, le mie credenze, i miei pregiudizi inficiano l’opportunità che potrei darmi di essere “diverso” (magari anche migliore) e di accogliere il nuovo, il diverso?

    ·  Come posso accogliere, unire, includere gli altri se parto dalla convinzione che io sono quello che sono?

    ·  Quale tipo di pensiero predomina?

    Come trasformare un team in team “sublime”: gli ultimi 2 ingredienti Unione & Inclusione

    In prima analisi il concetto sembra semplice: l’unione vuol dire vicinanza (reale o virtuale) inclusione significa integrazione della diversità.

    Ma sappiamo bene che non è così!

    Uno dei percorsi che myHARA sviluppa, in merito all’energia maschile e femminile in azienda, si intitola: La prima Diversity&Inclusion sei tu!

    Comprendere (cum prendere= prendere con sé) cosa significa concretamente unione ed inclusione significa entrare in contatto inizialmente con il nostro modo di pensare.

    Ma quanti tipi di pensiero esistono?

    Ci avete mai pensato?

    Esiste il pensiero laterale, il pensiero razionale, il pensiero divergente, il pensiero immaginale, emotivo, critico ecc.

    Per quanto riguarda i concetti di unione ed inclusione li troviamo nel pensiero matematico e, in particolare nella teoria degli insiemi.

    Non mi soffermerò ad approfondire la teoria dei sistemi, in primis, perché nell’ultima prova di matematica, prima della maturità al liceo ho preso 4 e all’Università l’esame di statistica è l’unico che ho ripetuto 2 volte ma, in realtà vorrei sottolineare soltanto come proprio la mente matematica (oggi anche la fisica dei quanti e l’epigenetica, ecc) sia la più vicina alla comprensione e dimostrazione concreta che non tutto è misurabile.

    Nel modello di oggi, Il pensiero critico o razionale, su cui matematica e scienza si basano, è il livello più elevato che si possa raggiungere.  

    Quanta conoscenza e quanta accademia è prodotta nel mondo, opere ingegneristiche, si alzano grattacieli di mille piani…un’intelligenza cognitiva e tecnologica incredibile.

    Esiste anche un’intelligenza creativa…quanta arte viene prodotta!

    Un’intelligenza matematica… i premi nobel, le bombe atomiche, missili intercontinentali.

    Ma tutte queste intelligenze, tutte queste forme pensiero sono separate tra loro e non si coglie, non vede l’unità.

    Il pensiero razionale riflette, elabora, crea un’ipotesi e la verifica.

    La scienza è legata alla misurabilità e teorizza l’oggettività, ma non tutto è misurabile.

    Se davvero vogliamo parlare di unione & inclusione, dobbiamo andare oltre il pensiero critico.

    Cosa misuriamo di un team “sublime”? le performance, gli obiettivi raggiunti?

    Tutto ciò risponde per lo più ad un solo tipo di pensiero.

    Chi raggiunge l’obiettivo?

    Quali subpersonalità di noi? Il manager, l’uomo, la donna, il conformista, il leader, il gregario, il bambino ferito, la bambina ferita, ecc.

    Queste parti separate funzionano attraverso la mente razionale e il nostro pensiero critico, che è duale ed esclusivo.

    “La visione dell’uno è al di là del sapere, la conoscenza dell’uno si ottiene né per mezzo della scienza né per mezzo del pensiero ma per mezzo di una presenza che vale più della scienza”. Plotino

    Secondo Pier Luigi Lattuada, psicologo e psicoterapeuta, fondatore dell’Integral Transpersonal Thinking è necessario recuperare il concetto di integro/integrale che significa etimologicamente non toccato, cui nulla è stato tolto.

    In teoria, e “teoria” non significa capire, ma contemplare, uno sguardo integrale significa dare strumenti, mappe e metodi per permettere alla nostra mente razionale, al nostro pensiero critico di andare oltre e di accedere ad un pensiero consapevole.

    ·  Quanto riusciamo a considerare il nostro team come integro? nel senso etimologico del termine?

    ·  E’ più facile che il nostro team sia più conforme ad un modello che vige in azienda, per cui tutti i team sono simili?

    Nell’esperienza integrale se lasciamo agire il nostro Sé tendiamo verso l’unità.

    Il nostro pensiero critico, la nostra mente duale che separa e clusterizza, ci impedisce di andare verso la nostra unità. Solo andando “oltre” il pensiero critico possiamo fare esperienza del team come UNO e unico e quindi… “sublime”

    Anche il team, come la persona singola, è sempre esperienza ed ermeneutica (intesa come ciò che avviene attraverso l’esperienza)

    Dare valore ad un team integro, significa lasciare emergere le cose come sono e interagire con le altre unità. Non significa essere passivi e rassegnati. Tutt’altro, significa non omologare, non uniformare, ma osservare e riconoscere.

    Come l’essere integrale facilita unione&inclusione?

    Se partiamo da uno spazio di comprensione che i collaboratori sono molto di più di ciò che vediamo e che “utilizziamo” ai fini del business, l’esperienza integrale significa lasciar agire i singoli Sé e, in questo modo, tendere verso l’unità.

    Lasciare agire non significa anarchia e assenza di metodo, anzi significa “vedere” che quando il team si lascia fluire, tollera l’incertezza e incontra più facilmente quello che in psicologia viene definito insight e cioè creatività, essenzialità, intuizione ecc.

    E’ importante allora lavorare con i team per accedere ad pensiero consapevole che li renda “osservatori” dei propri pensieri e di come il team si muove all’interno del “campo” che si è creato.

    Il pensiero critico dominante sente, agisce, pensa ed è totalmente impegnato in questo srotolamento operativo costante, che finisce per sfibrare il team e renderlo privo di linfa vitale.

    Come facciamo a misurare il team “sublime”?

    Non lo possiamo misurare nella sua complessità, ma solo da un punto di vista parziale che è il pensiero critico razionale. E questo è già il primo passo di grande consapevolezza.

    Se lo riduco alla misurabilità, ho una visione limitata.

    Ciò che deve animare il team sublime è il whisfull thinking.

    Con il whisful abbandoni lo sforzo e ti apri alla “resa” e sogni, vivi l’eros inteso proprio come desiderio che si sprigiona e sgorga da dentro.

    Qual è il whisfull thinking del tuo team?

    Il whisfull thinking trascende ed include il pensiero critico, i dati, la misurabilità ma va oltre e crea un “campo” che non è la somma delle parti.

    La caratteristica fondamentale di un team sublime animato da un whisfull thinking è tollerare l’incertezza e fluire attingendo al proprio insight, liberi di sbagliare.

    Allora anche il processo, che spesso è vissuto come un appesantimento od ostacolo, in realtà prende il suo ruolo autentico in quanto processum è il participio passato di procedere ed è una cosa viva, che si muove.

    Lo stesso obiettivo è il mezzo e non il fine per raggiungere qualcosa.

    Solo grazie al nostro intento entriamo in contatto con la direzione. Nell’intento è importante che la mente attentiva riconosca la direzione. Ci vuole energia per disidentificarsi con l’ego e i ruoli ed entrare in contatto con l’unità prima di se stessi e poi del Team

    L’Integral Transpersonal Thinking di Pier Luigi Lattuada ci parla di 4 componenti del Pensiero consapevole(integrale):

    ·  L’io

    ·  Il mondo esterno

    ·  Il campo

    ·  Lo stato di coscienza

    Nel team sublime il campo prende il sopravvento rispetto al pensiero critico e di conseguenza unione& inclusione si armonizzano perché il “campo” che si crea, poiché allineato ed oltre il pensiero razionale, è più spontaneamente unione ed inclusione.

    Unione & Inclusione hanno come espressione armonia, gentilezza, compassione, presenza dei singoli, ecc. che sono in connessione con l’insight condiviso del team.

    ·  Come lo definiresti il “campo” che si crea nel tuo team?

    Per comprendere il campo è necessario conoscere il whishful thinking di ogni singolo collaboratore.

    ·  Quanto tempo dedichi ad “un’intervista approfondita” con i tuoi collaboratori?

    Suggerisco di prendere un quaderno e di scrivere, non registrare, una paginetta per ogni componente del tuo team con sogni, desideri, ambizioni, interessi, passioni personali.

    Verifica poi se ci sono degli elementi comuni, cherchiandoli tra di loro con la penna, ed estrapola i 3 che si ripetono più facilmente.

    A monte, deve essere stato formulato il whisful thinking del team nella sua interezza e che non può essere solo focalizzato sugli obiettivi di business.

    Una volta evidenti tutti questi elementi, il risultato non è la somma di ognuno ma molto di più, è il “campo” di quel team, ed è unico.

    Ora verificare se c’è armonia, unione ed inclusione di tutte le parti, pur nella loro diversità, avviene in maniera più fluida e soprattutto, riprendendo l’inizio di questo articolo, senza sforzo, ma accogliendo la “resa” e lasciando emergere ciò che c’è.

    Lo stato di coscienza del team è ciò a cui dobbiamo prestare cura, perché quello stato è integrale, comprende e trascende il pensiero duale.

    Da quello spazio sarà più potenziante e più vitale agire per il bene del team “sublime” .

    Spero che l’insieme di tutto quanto emerso dal 6 ottobre possa esserti d’aiuto o magari semplicemente darti qualche nuovo spunto di riflessione.

    Tuttavia, se sei interessato a potenziare i tuoi team e a renderli un team “sublime” puoi contattarci e saremo felici di poterti accompagnare nello sviluppo del benessere organizzativo e dello sviluppo umano in azienda, attraverso il metodo Energyogant di myHARA, concreto e misurabile..